venerdì 24 ottobre 2014

41

Viola sospirò esasperata prendendosi la testa fra le mani.
"Un vestito per sposarti, Beatrice, non per andare a mangiare la pizza! Un abito da sposa, hai presente? Da sposa!"
La luce di fine gennaio, obliqua e bianco giallastra, si rifletteva sulla fila delle vertine, trasformandole in specchi. Bea si voltò con aria contrita verso l'amica che le indicava autoritaria l'esposizione di abiti bianchi del negozio a fianco e si affrettò a spiegare.
"Ma non devo avere priprio un abito da sposa sposa, capisci? Insomma, ce la sbrighiamo in una mezz'ora, tranquilli, in comune, solo noi..."
"Ti vai a sposare!" Le scandì l'altra articolando ogni parola un modo esagerato, come se parlasse con una persona dura d'orecchi.
"Si, ma..."
"Abito da sposa!"  Le rispose Viola, sempre allo stesso modo.
"Ma a me non è che piacciano poi un granché." Mormorò quasi vergognosa Bea. Viola scosse la testa tanto forte da sollevare attorno la chioma bionda.
"Adesso tu entri in quello stramaledetto negozio e mi fai il favore per lo meno di chiedere. Se no chi lo sente, quello, stasera?" Quello, nel caso specifico, era Dario, Beatrice ne era ben conscia, e sapeva che Viola aveva ragione. Le aveva consegnato con una certa agitazione la sua carta di credito quella mattina, dicendole che avrebbe dovuto rimediare al più presto a quello che, nella sua visione delle cose, era un ingiustificabile ritardo organizzativo, per poi telefonare personalmente alla sua testimone, chiedendole di accompagnarla.
"E guai a te se la molli" le aveva detto al telefono "prima che si sia fatta almeno un'idea."
Viola aveva accettato con entusiasmo. Non solo si era divertita come una pazza ad organizzare il proprio matrimonio, ma si trovava in perfetto accordo con Dario nella convinzione che, a meno di cinque mesi dal grande giorno, Bea avrebbe dovuto già avere il suo abito pronto ad aspettarla.
La campanella del negozio tinitnnò argentina al loro ingresso, introducendole in un mondo vaporoso di tulle e affollato di colori pastello, in mezzo al quale, in perfetta armonia con l'ambiente, svolazzava una commessa rotondetta dalla messa in piega marmorea, che iniziò a ciarlare loro attorno, senza ascoltare nulla di ciò che avevano da dire.
A Beatrice vennero mostrati diversi abiti, ognuno dei quali la fece, in egual misura e per differenti ragioni, inorridire. I suoi 'no' secchi attraversavano l'atmosfera soffusa del negozio come altrettanti tiri di artiglieria, fino a che la prora della messa in piega si volse verso di lei assumendo un'espressione perplessa.
"Che tipo di stile cercavi, cara?" Le chiese, come parlando con un pazzo pericoloso. Bea si sfregò forte il viso, infilando la punta delle dita sotto gli occhiali, per dare una bella strofinata agli occhi. Si sentiva esasperata, fuori luogo, irritata e costretta. Odiava quel posto, trovava grotteschi quegli abiti che parevano fatti apposta per farla sentire, per lo spazio di qualche ora, qualcosa che lei non sarebbe stata mai, e sentiva di detestare, per nessun motivo al mondo, la signora dalla messa in piega post apocalittica. Respirò a fondo, percependo il peso di quei quattro occhi posati su di lei, come piccoli sassi caldi sulla pelle, e il suo pensiero si rivolse istintivo, come la mano di un cieco al bastone, a Dario. Sarebbe tornato dal lavoro, quella sera, felice e stanco, aspettandosi un lungo, dettagliato resoconto di quello che era accaduto. Aspettandosi la sua gioia. Era talmente felice, negli ultimi mesi, che non ebbe il cuore di deluderlo, di guastare la sua gioia. Abbassò le mani lungo i fianchi e forzò il viso a sorridere.
"Magari mi troverei più a mio agio con qualcosa di più...semplice. Meno impegnativo, capisce?" Disse con qualche esitazione. Attorno a lei ci fu un gran annuire. Entrambe le donne parevano rassicurate dalla sua risposta, da quell'obiezione che suonava loro come normale e legittima, mentre il desiderio profondo sarebbe stato quello di correre lontana da quel posto che odorava di zia Sissi quanto più rapidamente possibile.
Lei e Viola vennero dirottata in una sala attigua, dove erano esposti abiti altrettanto grotteschi ma decisamente diversi, che sostituivano cristalli e lustrini al tulle vaporoso.
Bea sospirò. Lasciò parlare la signora dai capelli di pietra e riandò con la mente al giorno del giugno precedente in cui Andrea Vasirani si era presentato a casa loro senza preavviso, tanto eccitato da riuscire a stento a rimanere fermo in piedi. In effetti, ricordò, saltellava da un piede all'altro come se dovesse usare il bagno.
Come accadeva spesso, durante quella tarda primavera, li aveva trovati nel garage, Dario intento a lustrare amorevolmente quella che nel loro linguaggio era, e sarebbe rimasta sempre, la nuova moto e lei seduta, con le gambe incrociatr all'indiana, sul bancone in fondo alla stanza, che gli leggeva qualcosa a voce alta. Avevano appena aggiunto i libri di James Harriot alla loro raccolta di coppia e se li stavano godendo l'uno dopo l'altro, durante le loro pigre gite dei fine settimana, spesso stesi su un telo, sull'erba, con il capo di Dario posato in in grembo a Beatrice e i visi rivolti al cielo, in una replica quasi perfetta delle vacanze estive della loro adolescenza.
"Dario! Dario, devo parlarti." Aveva schiamazzato Andrea, facendo irruzione in quella scena di sereno raccoglimento. Aveva abbandonato ormai da mesi l'abitudine di chiamarlo per cognome e così aveva fatto l'altro, che a quel punto si voltò con un movimento pigro, staccando la sigaretta dall'angolo della bocca e posando su un ripiano in alto lo straccio ripiegato che stava usando.
"Successo qualcosa?" Aveva chiesto inarcando un sopracciglio, ironico, di fronte all'evidente agitazione dell'amico.
"Si. Devo parlarti!" Aveva ripetuto Andrea. L'altro aveva allargato le braccia, invitandolo con un gesto a parlare liberamente. Gli occhi di Andrea saettavano qui e là per la stanza. "Non ci possiamo sedere?" Aveva poi domandato con insolita reticenza. A quel punto Dario aveva dato segno di preoccupazione.
"Volete che me ne vada?" Aveva chiesto lei, accompagnandoli dentro casa. Entrambi avevano scosso la testa, con decisione, e quasi si era messa a ridere, riuscendo a leggere la diversità della loro identica risposta. Andrea che le comunicava che non era necessario e Dario che le chiedeva di rimanere, spiazzato dal comportamento dell'amico.
Si erano seduti nella relativa frescura della cucina e lei era riiscita a posare sul tavolo la caraffa del tè freddo e i bicchieri, prima che Andrea finalmente esplodesse.
"Lo sai che lavoro a quella nuova azienda che ha aperto lo scorso anno, no? Cioè, l'hanno aperta certi che conoscevo e quando sono arrivati ad aver bisogno di qualcuno che gli tenesse dietro a tutta la parte sul personale, mi sono proposto. Fanno i test, cioè, le analisi, sulle campionature dei prodotti di varie aziende, sai, del settore dove lavoravamo prima."
"Si, ho presente. Vieni al punto." Rispose serio Dario, alzando il bicchiere dell'amico per riposizionarvi sotto il tovagliolo, che Andrea aveva ignorato nel posare il vetro imperlato di condensa sul tavolo.
"Il punto è" continuò lui tamburellando nervosamente con le dita sul piano "che adesso avrebbero bisogno di una persona. E io pensavo magari che potevi essere tu. Cioè. Che potessi venirci tu."
"Vuoi che venga a lavorare con te?" Chiese Dario con un mezzo sorriso.
"Si! Aspetta, nel senso...si! Perché, preferisci di no?"
"No, no, per me andrebbe anche bene. A quest'ora mi sono abituato, ad averti sempre in mezzo ai piedi. Che cosa dovrei fare?" Andrea compresse le labbra.
"Ecco, ti dico da subito che non sarebbe il tipo di lavoro a cui sei abituato. Insomma. Non è la stessa posizione che ricoprivi prima." Dario si allungò all'indieteo sulla sedia, fissandolo concentrato. "Non ce l'hanno neanche, quel tipo di posizione, lì. Non ti nascondo che sarebbe un discreto passo indietro, per te. Insomma."
"Andrea ascolta attentamente la domanda e rispondi chiaramente: cosa dovrei fare?"
"Beh ci sarebbe bisogno di qualcuno che progetti i processi di analisi volta per volta, a seconda del cliente. E che verifichi i risultati, le campionature...roba così, insomma. Tipo da lavoro sul campo, credo che si dica. Oh? Ma stai bene?" Dario era arrossito terribilmente, fino ad assumere, a chiazze, una tinta rosa acceso. Lo fissava con gli occhi sgranati.
"Ah, Andre, io..si, io..." Andrea lo guardò ancora un attimo prima di rivolgersi a Beatrice che sorrideva dall'altra parte del tavolo.
"Dice che l'idea lo entusiasma e sarebbe felice di proporsi per quella posizione. E se puoi gentilmente dargli maggiori indicazioni sul modo che ritieni migliore per avanzare la sua candidatura." Rise lei, guardando Dario boccheggiare. Lui strizzò gli occhi.
"Piantala di prendermi in giro, nana maledetta!" Le disse, battendo il palmo sul tavolo.
"Perché, ho sbagliato qualcosa?" Lui scosse la testa e si rivolse ad Andrea.
"Quello che ha detto il pigmeo." Gli disse, articolando le parole con studiata lentezza.
"Ah, è così che succede, quando ti blocchi? Carino. Cos'è una forma di balbuzie?" Chiese Andrea sorridendo.
"È una forma di attenuante per l'omicidio a mani nude, se non la pianti, barattolo!" Gli rispose Dario.
"Ma scusa, lei ride!"
"Si, Andrea, ma io faccio anche sesso con lui." Lo rimbeccò Beatrice.
Erano bastati pochi giorni per fargli ottenere un colloquio, da cui era tornato con l'aria di chi non sa se ha appena combinato un disastro o salvato il mondo. I due giorni successivi li aveva passati in uno stato di perenne agitazione, senza riuscire neppure a mangiare. Praticamente non parlava, nemmeno, ma a Beatrice non serviva alcuna spiegazione per capire quanto desiderasse di essere stato valutato positivamente. Gli aveva tenuto la mano, lasciando che lui la stringesse tento da farle avvertire un formicolio alle dita, quando, alla fine, aveva ricevuto la telefonata che gli annunciava l'esito positivo del colloquio. Avevano scelto lui. Questa era stata la prima cosa che Dario le aveva detto, con aria quasi sconvolta, dopo aver chiuso la comunicazione.
"Hanno scelto me." Lei l'aveva abbracciato stretto.
"Ovvio che ti hanno scelto, scemone. Sei il migliore."
"Bea?"
"Mm?"
"Dici che li ha costretti Andrea, a scegliere me?"
"Lui cosa dice?"
"Che non poteva influenzare il loro giudizio."
"Allora no, amore. È tutta farina del tuo sacco." Si era sorpresa, ma non fino in fondo, quando lui l'aveva stratta a sua volta, nel sentirlo tremare appena.
La gomitata di Viola, abilmente nascosta ma per nulla lieve, la centrò nelle costole con consumata precisione, strappandola di viva forza ai suoi ricordi.
La signora della messa in piega doveva averle rivolto un qualche genere di domanda, perché continuava a fissarla, con scritta in viso la convinzione di avere a che fare con qualcuno di decisamente detestabile.
Una volta ancora, Beatrice si costrinse a sorridere, ricalcando, senza volerlo, l'espressione di condiscendente superiorità che prendeva Dario quando si sentiva fuori posto.
"Forse non mi sono spiegata a dovere." Disse poi alla donna, decidendo di ignorare la sua domanda, quale che fosse stata "sarà una cerimonia civile, molto raccolta. Non prevedo di usare un abito tradizionale, sto cercando qualcosa di sobrio, senza fronzoli." Viola le rivolse uno sguardo in cui stupore ed ironia si mescolavano in egual misura.
"Qualcosa che la colpisca a prima vista. Magari un abito da cerimonia sarebbe più vicino a quello che cerca la mia amica." Puntualizzò poi, reggendo il gioco.
La commessa svolazzò loro attorno una volta di più, guidandole verso una terza stanza. Qui le pareti erano di un diverso color pastello e gli abiti, tutti dedicati, come venne doviziosamente spiegato loro, alla famiglia degli sposi e ai testimoni, variavano dall'anonimo al pacchiano.
Bea avanzò lungo le file di manichini appuntati di fiori di stoffa e le infinite coste colorate che baluginavano strette sugli attaccapanni con la sensazione di starsi sottoponendo ad un'inutile perdita di tempo.
Ricordò a se stessa che lo faceva per Dario, solo per vederlo sorriderle soddisfatto, e si fece forza, ma rifiutò recisamente di provare qualsiasi cosa, scatenando una nuova salva di labbra compresse e sguardi di rimprovero.
Un sorriso minacciò di affiorarle al volto e lei lo represse con decisione. Sarebbe stata proprio buffa, la scena, se avesse provato uno di quegli abiti, tutti rigorosamente scollati e smanicati, in accordo con la data che avevano scelto per le nozze. Si domandò se le loro labbra si sarebbero ulteriormente compresse o storte in una smorfia di stupore inorridito, se avesse mostrato a quel modo i segni che portava addosso, i marchi che le lasciava sulla pelle l'amore del suo amore.
E pensare che aveva comprato quelle stupide manette ancora il giorno che Stella, a fine febbraio dell'anno prima, era piombata a casa loro. C'era voluto fino alla fine di agosto, prima che uscissero dal cassetto.
Era successo quando, dopo mesi e mesi di irrequietezza, Dario l'aveva sorpresa chinandosi sopra la sua spalla mentre lei era china sul tavolino che aveva trovato posto nella stanza che ospitava tutti i suoi libri. L'aveva quasi fatta svenire dallo spavento, tanto era stato silenzioso nell'avvicinarsi.
"Oh, nanetta!" Le aveva detto praticamente nell'orecchio, facendola letteralmente saltare sulla sedia. Aveva tentato di coprire i fogli che aveva di fronte posandoci sopra le mani aperte, già sapendo che non avrebbe avuto successo. Non era mai riuscita a nascondergli nulla, del resto.
"Dario! Guarda che ti metto il campanellino al collo come ai gatti! Mi hai fatto venire un colpo!" Lui aveva inclinato il capo, sbirciando fra le sue dita.
"Hai dimenticato di riportare il tre. Cosa calcoli?"
"Niente." Dario aveva annuito.
"Sei credibile. No, sul serio. Ti sei solo messa a fare qualche addizione, giusto? Così, tanto per passare il tempo. Dai, cos'è che fai?" Beatrice si era sentita arrossire rispondendogli.
"Cose mie." Una sottile linea verticale era apparsa fra le sopracciglia di Dario, mentre le si sedeva accanto, sul lettino che, accostato alla parete, fungeva da divano.
"Mi vuoi dire che è questo che intendono le donne quando dicono 'le mie cose'? A tante cose avrei pensato, ma mai ad un foglio di calcoli in colonna, guarda un po'."
"Dai, Dario. Sul serio." Aveva ribattuto lei rastrellando tutto ciò che si trovava sul tavolino con le dita aperte. Un lieve palpito aveva mosso le narici di lui, appena prima che si alzasse.
"No, no, lascia. Non me lo vuoi dire. Padronissima. Esco io." La cadenza delle sue parole e ancor più quel 'padronissima' che gli era uscito dalla bocca le dissero chiaramente che lo considerava un colpo basso, quasi un'offesa personale. Era la voce di zio Lucio, quella che gli stava uscendo dalla bocca, le sue espressioni, e lui nemmeno lo sapeva. Bea si era passata la lingua sulle labbra, incerta sul da farsi.
"Dario?"
"Cosa vuoi?"
"Sto solo cercando di capire se riesco a fare una cosa."
"Mm." Si era fermato sulla soglia della stanza. Lei si alzò e lo raggiunse, passandogli le mani sulla schiena, strofinandogli il viso contro la maglietta, cercando di far scaturire la sua benevolenza. "Sei una ruffiana, lo sai, si?" Aveva commentato lui senza riuscire a nasconderle un mezzo sorriso.
"È solo che preferisco pensarci un altro pochino prima di parlarne. Adesso non so ancora bene..."
"Se te lo puoi permettere?" Lei aveva inclinato il capo. "Dai, Bea, o stai tenendo il conto delle pagine che leggi a migliaia, o si tratta di soldi. Non è che serva un genio."
"Va bene. Non so se posso permettermi una cosa che voglio. Tutto lì."
"Mm. E sarebbe?" Lei si era mossa a disagio contro il suo corpo. In realtà desiderava parlargliene, ma non sopportava il fatto di parlare con lui di questioni economiche.
"Una specializzazione. In conservazione dei beni librari."
"Sembra bella."
"Lo è. E tu resti sempre un cattivo bugiardo. Ti sembra noiosa." Gli aveva risposto lei sogghignando. Lui aveva tentennato.
"Noiosissima." Aveva risposto alla fine. "Comunque, ad ogni modo, il risultato dei tuoi affannosi conti?" Bea si era stretta nelle spalle.
"Non saprei. Li ho fatti tre volte e danno tre risultati diversi, ma sono tutti e tre abbastanza vicini fra loro. E mi sa che non riesco. Per quest'anno."
"Ah. E ti danno tre risultati diversi in base a quali variabili?"
"Cosa?" Dario aveva respirato a fondo.
"Quali cose hai provato a cambiare, che ti dà tre risultati diversi?" Lei si era stretta nelle spalle.
"Niente. Succede sempre così, lo sai. Io vedo più o meno a che cifra si avvicina..." lui aveva chiuso gli occhi per un attimo, massaggiandosi la radice del naso con due dita.
"Bea, possibile che neanche le addizioni in colonna? Dai, fammi vedere."
"Ma tanto non importa. Te l'ho detto, ho visto che non ce la faccio."
"No. Tu credi, hai il sospetto, presumi di non poterlo fare. Sei una sensitiva delle cifre. Ti fai un'idea, percepisci un'impressione. Ma dato che prima ti sei scordata di riportare un tre nella colonna delle migliaia, potresti esserci anche parecchio lontana."
"Amore, sei insopportabile." Dario aveva annuita con aria stanca.
"Si, si. Terribile. Fai vedere." Le aveva detto, tornando poi al suo tavolino. Lei gli si era seduta in grembo, mostrandogli ogni cosa, stupita, una volta di più, di quanto le riuscisse impossibile opporsi, riservarsi uno spazio personale o anche solo porre dei limiti. Non riusciva, semplicemente, anche se sapeva che sarebbe stato logico che così fosse. Mantenere un qualsiasi spazio fra loro le pareva innaturale, quasi deplorevole, e così doveva essere anche per Dario, che, con le labbra sporte in fuori e il viso atteggiato a profondo stupore, stava studiando il foglio su cui lei aveva scritto.
"Bea?"
"Dimmi."
"Cinque più tre?"
"Otto."
"E qui fa sei perché è stato cattivo o perché deve ancora crescere?"
"Uffa!"
"Uffa niente! Ma dico io! Una donna adulta! Una laureata! Beatrice!" Nitrì poi scandalizzato.
"Cosa?"
"Tre per due diviso dodici...perché fa diciotto?"
"È un indovinello?" Dario aveva alzato su di lei un acquoso sguardo di supplica, in cui si sarebbe potuto giurare che trasparisse un reale dolore.
"Per favore, posso farlo io? Tu mi dici che cosa volevi sapere e io te lo calcolo? È possibile, questo, amore?" Lei aveva annuito e, senza parlare, gli aveva mostrato le circolari di presentazione del corso e le varie cifre che avrebbe dovuto mettere in conto.
Dopo pochi minuti il risultato corretto, incredibilmente vicino a quelli ottenuti da Bea, era apparso in calce al foglio, nella scrittura un poco rattrappita di Dario. Lei aveva sospirato.
"E adesso, dopo aver rifatto tutto, ancora non posso permettermelo."
"Ma, Bea, se io..."
"No, Dario. Grazie, ma no." Aveva risposto con dolcezza alla sua domanda sospesa, posandogli un bacio sulla tempia. Non voleva che fosse lui a provvedere ai suoi studi. Preferiva passare quell'anno a risparmiare e usare i soldi che avrebbe avuto l'autunno successivo. Si era preparata ad una lunga discussione in merito, ma lui la stupì annuendo.
"Capisco." Le aveva detto con semplicità. E capiva davvero. Non solo che il suo desiderio di portare finalmente a compimento il suo sogno fosse tanto grande da renderla nervosa, ora che si sentiva pronta, ma anche che volesse farcela con i suoi mezzi, senza sentirsi in debito con nessuno, neppure con lui. La baciò teneramente e scese di sotto, ad aspettarla. In cucina. Con appena una breve fermata in camera da letto.
Si sedette al tavolo e, senza fare niente altro, incrociò le dita sul piano di legno e la attese.
Quando lei scese e lo raggiunse, già parlandogli attraverso la porta mentre ancora si trovava nell'ingresso, non mosse un muscolo. Bea si immobilizzò a guardarlo, come un animaletto investito dalla luce dei fari. Conosceva l'espressione che aveva preso il suo viso.
"Dario, cosa...?"
"Sei stata piuttosto scortese, prima, con me. Non è vero?" Bea non ribattè. Conosceva il gioco. "Penso che non dovresti trattarmi in quel modo. Vero, Bea?" La voce di Dario era insieme insinuante e tagliente. I suoi occhi le scavavano dentro, affondando come lame sottili. "Rispondi." Le ordinò con calma apparente.
"No, Dario."
"No cosa?" Aveva insistito lui.
"Non dovrei essere scortese, con te." Ammise docilmente Bea. Finalmente le labbra di Dario si curvarono in un sorriso furfantesco, mandando un lampo di denti candidi. Le fece cenno di avvicinarsi e lei eseguì. Si aspettava niente di più del solito gioco, che si ripeteva in mille insignificanti varianti fra loro fin da quando erano poco più che bambini. Lo schema era semlre il medesimo: un esordio forte, quasi rituale, poi l'amore, niente più che appassionato, poi il ritorno alla quieta normalità.
Fu con una certa sorpresa, quindi che sentì scattarle ai polsi le manette di acciaio. Non le aveva nemmeno mai viste, fino a quel momento. Avevano tutta una fila di minuti dentelli che scattavano, l'uno dopo l'altro, attraverso la serratura, stringendole sempre di più. Continuando a fissarla negli occhi, Dario le stinse, lentamente, fino a che non poterono chiudersi di più, ripiegate sulla sua carne come le fauci di un animale. Bea le guardava stupita.
"Sono nuove?" Il sorriso di Dario si allargò.
"Oh, si. Sono vere. Niente levette. Senti male?"
"No." Si guardarono fissi negli occhi, lei in piedi fra le ginocchia di lui, seduto. Le iridi color acqua di Dario parevano catturare ogni particella di luce della stanza, trasformando i suoi occhi in un gorgo estivo. Ogni capacità di resistenza e di raziocinio si spense lentamente nella mente di Bea. Non vedeva altro che lui, non sentiva altro che il suo sguardo, come era sempre stato e come sentiva che era giusto che fosse.
Quando lui parlò di nuovo, la sua voce aveva assunto un tono rapido e quasi trasognato che le fece drizzare la lieve peluria sulle braccia.
"Tu sei mia, è vero, Bea?" Lei annuì. "Dillo. Dì che sei mia."
"Sono tua." Ripeté lei obbediente.
"E io posso fare quello che voglio con te, vero? È vero, amore?"
"Si."
"Si e poi? Come si dice?"
"Si, Dario." Un lungo respiro gonfiò il petto di Dario. Si alzò e la guidò con tenerezza verso il piano di lavoro accanto al tavolo, lo stesso su cui cucinava ogni giorno. Senza alcuno sforzo apparente, la sollevò come una bambola e ve la posò sopra. Le fece cenno di stendersi e lei obbedì. Con il capo posato sul legno, le sue gambe, per intero, penzolavano al di là del piano. Lui parve soddisfatto, come se avesse immaginato quella scena molte volte, e chiuse l'altro anello delle manette attorno alle lunghe gambe metalliche del mobile, portandole le braccia all'indietro.
"Devi stare molto ferma, amore. Sono d'acciaio, potresti farti male, se non stai ferma." Le disse. Poi, inaspettatamente, le girò le spalle e si diresse verso i pensili lì accanto.
Bea si riscosse dal senso di torpore mentale che la avvolgeva, per domandarsi cosa mai stesse cercando. La sua voce si era fatta dolce, tenera, come se parlasse con una bambina. Pareva assente a se stesso, addirittura. Quando lo vide tornare verso di lei, non poté fare a meno di avvertire un nodo di paura che le saliva lungo lo stomaco, strisciando contro le morbide pareti del suo interno.
Dario portava nella destra un lungo coltello da carne, il suo preferito, dal manico di legno scuro chiuso ed ornato di capocchie di scintillante metallo. Le posò la sinistra appena sotto le costole e la guardò sorridendo. Le sue pupille erano tanto dilatate da lasciare appena un sottile anello azzurro attorno.
"Devi stare molto ferma, adesso. Se non stai ferma, ti faccio male." Le comunicò, sempre in tono affettuoso.
Beatrice si chiese se quella che aveva appena udito fosse una minaccia o un avvertimento. Poi, senza riuscire ad evitarlo, si domandò se stesse per morire.
Alzò lo sguardo su Dario, che passava leggero la mano libera sul suo corpo, osservandola da vicino, come se lei fosse un nuovo ed interessante manufatto. Le sue labbra appena dischiuse, carnose, rese rosse dall'emozione. I suoi occhi desiderosi. I contorni amati del suo viso angoloso. E decise che non le importava. Se era in quel modo che doveva succedere, se era dalla sua mano che doveva ricevere quel dono, allora sarebbe stata comunque più fortunata della maggior parte delle persone.
Abbandonò il capo all'indietro contro il legno e rilassò il corpo, chiudendo gli occhi.
Non li aprì nemmeno quando la lama affilata si infilò fra la stoffa e la pelle, iniziando a lacerare, con un rumore sottile e continuo, i suoi vestiti.
Dario tagliò con precisa attenzione lungo le cuciture. La maglia sottile, i pantaloni leggeri, poi la sottile linguetta di stoffa che univa le coppe del reggiseno.
Beatrice sentì il tonfo sordo della lama che si conficcava nel legno, accanto al suo viso. Aprendo gli occhi, li vide riflessi nella superficie che ancora ondeggiava. Dario le stava sfilando, con premurosa gentilezza, le mutandine.
Entrò in lei immediatamente, senza aspettare nemmeno un minuto, e quasi subito lei si rese conto che non aveva potuto. Era completamente rapito da ciò che stava accadendo, fuori di sé. Lo strinse fra le cosce e lo sentì fremere, sottopelle, come succede agli animali. Si mosse verso di lui, mugolando di piacere, per quel poco che poteva, e questo bastò per spingerlo oltre il culmine.
Mentre la slegava, pochi minuti dopo, la guardò con aria imbarazzata.
"Mi farò perdonare." Le disse, quasi fuggendo il suo sguardo.
"Cosa? I segni sui polsi, il coltello?" Lui la guardò corrugando la fronte.
"Ah...no. Cioè, mi riferivo al fatto che non ti ho aspettata." Il rossore peggiorò, spandendosi sul viso. Lei aveva annuito.
"Beh, possiamo sempre ritentare, che ne dici?" Gli aveva chiesto.
Da quel giorno la loro scelta di giochi si era ampliata, progressivamente, con enorme soddisfazione di entrambi. Motivo per cui, in fin dei conti, non poteva davvero provare quei vestiti.
Seccata, trascinò Viola fuori dal negozio.
Viola, a sua volta, la trascinò con aria altrettanto seccata in altri tre negozi, concedendole solo una breve pausa per il pranzo.
A sera, con gli ultimi raggi di luce ormai spariti insieme alle loro speranze, si trascinarono ancora vicendevolmente lungo l'ennesima fila di vetrine luccicanti.
Non le guardavano nemmeno più, rassegnate ad uscire sconfitte da quella giornata che, pareva loro, era durata quanto una normale settimana lavorativa.
Viola parlava fitto al telefono con il marito, dandogli brevi e circostanziate istruzioni riguardo alla manutenzione della figlia, che aveva da poco scoperto il concetto di igiene personale e non voleva saperne di uscire dalla vasca e Beatrice le camminava accanto svogliata, concentrata più sul freddo che le attanagliava i piedi e sul dolore che andava diffondendosi lungo il fondo della sua schiena che sulle merci esposte attorno a lei.
Aveva visto tanti vestiti da bastarle per una vita intera, pensava.
Non seppe mai cosa la spingesse ad alzare lo sguardo su quella vetrina, né cosa la attraesse tanto.
La sua mano scattò ad artigliare il braccio dell'amica, mentre gli occhi le si dilatavano di gioia e sorpresa.
"Cosa succede?" Le chiese Viola coprendo il ricevitore con la mano.
"È lui!" Rispose brevemente Bea, prima di avvicinarsi alla vetrina con pochi passi affrettati. I passanti continuavano a sciamare loro intorno, ognuno col viso rivolto al basso e la mente rivolta altrove, ma, per Beatrice, l'universo si stava producendo in un piccolo, modesto miracolo sottotono.
Viola salutò il marito e la raggiunse. Era impossibile non intuire cosa stesse accadendo, fosse pure dalla sua posa, appena sporta in avanti, sollevata sulle pinte dei piedi, col volto alzato verso l'anonimo manichino senza testa, ma lei si sentì comunque in dovere di chiederlo. Alle volte, la soddisfazione di dichiarare a voce alta qualcosa riveste la massima importanza.
"Ti piace?"
"È lui, Viola, è questo! È perfetto!" Le rispose Bea indicandole l'abito dierro lo spesso cristallo. Viola lo valutò per un lungo momento. Era un tailleur color ghiaccio, con una gonna attillata, fabbricato in stoffa morbida e opaca.
"È di Chanel." Disse all'amica con un sorriso. Bea la colpì dolcemente alla spalla col dorso della mano.
"No, Viola. È di Bea." Le rispose sorridendo.

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