Febbraio si esaurì rapidamente.
Beatrice era sempre più nervosa ed iniziava a domandarsi cosa avrebbe dovuto cambiare, per poter ritrovare un minimo di quiete. Le sembrava di avere energie in eccesso, di essere una batteria troppo carica, sul punto di subire qualche danno strutturale, ma ancora non sapeva come né verso cosa direzionare tutto quel marasma.
Dario la osservava, senza sollevare domande, e riordinava con silenziosa pazienza il caos che lasciava ovunque, non riuscendo a dedicarsi a nulla per più di pochi minuti.
Nel frattempo, in attesa del giorno in cui sarebbe venuta da lui con tutto ciò che le stava crescendo dentro già ben maturo e pronto per essere raccontato, lui passava le sue mattinate solitarie dividendosi fra l'addestramento di Swiffer, che ormai era un esuberante cucciolo di sei mesi, e lunghe passeggiate con Andrea. Gli piaceva ascoltarlo, mentre camminavano per le strade laterali, diretti al parco, ciascuno con il suo fido compagno al guinzaglio, parlare a ruota libera, senza mai fermarsi né esaurire gli argomenti. Lo rilassava, come fosse una musica di sottofondo. Spesso non stava nemmeno a sentire davvero, limitandosi ad annuire o dissentire con il capo di tanto in tanto, in accordo con il suono entusiasta o sdegnato della sua voce, e lasciava che i suoi pensieri vagassero.
Una mattina, poco dopo essersi seduti su una panchina del parco ed aver liberato i cani dal guinzaglio, Dario si trovava in quello stato d'animo rilassato e cercava di intuire cosa potesse stare covando Bea, quando la mano di Andrea gli si posò sulla spalla.
Si riscosse, facendosi bruscamente indietro sul legno freddo.
"Andre, cazzo, quante volte ti devo dire..."
"Di non toccarti, si, lo so. Così impari a non ascoltarmi. Siamo pari. Cosa stai macchinando, in quel tuo cervellino storto?" Dario si accese una sigaretta con aria pensosa.
"Pensavo a Bea."
"Come ho fatto a non indovinare? E a cosa altro potevi mai pensare? Perché..." Dario gli schioccò irritato le dita davanti al viso per zittirlo.
"È agitata, ultimamente. Parecchio. Sta covando qualcosa, secondo me. È quasi a livello e sono curioso di sapere con cosa se ne verrà fuori. Sai, sono cambiate talmente tante cose, per noi, che non riesco a immaginarmelo. Magari è la volta che decide di uscire da quel buco dove lavora e di dedicarsi a qualcosa di più adeguato alle sue capacità."
"Può essere." Annuì Andrea. "Vorrebbe fare qualcosa di diverso, lei?"
"Mah, mi parlava di una scuola di specializzazione, tempo fa. Chissà." Swiffer e Joker tornarono verso di loro, trotterellando allegri, in perfetto accordo, e Andrea si lasciò sfuggire una breve risata.
"Certo che è proprio un cagnetto assurdo, eh?" Dario aggrottò la fronte.
"Swiff è a posto. Cos'hai contro di lui?"
"Niente. Solo che sembra un criceto. Grosso, ma sempre un criceto! Dai, ammettiamolo, è tipo un campioncino di cane!"
"Piantala."
"Oh, dio, adesso mi fa l'offeso! Joker, giù. Stai buono, scemone!" Ordinò poi al grosso boxer, che gli saltellava attorno felice. Dario sporse le labbra e poi le distese in un sorriso strafottente, osservandolo.
"Swiff, qui. Seduto." Swiffer raggiunse il posto che Dario gli aveva indicato, davanti ai suoi piedi, e si sedette disciplinato, levando il muso verso il padrone, come in attesa di nuovi ordini. "Vedi, Vasirani?" Disse poi all'amico ostentando un'aria di superiorità "giudichi sempre dalle apparenze. È una pessima abitudine, sai?"
"E piantala di fare il cretino!" Disse Andrea al cane che, posate le zampe sul sedile della panchina, gli ansimava in faccia con aria beata. "Devo metterti il guinzaglio!" Joker scartò rapidamente di lato, evitando la mano del padrone, per un paio di volte, prima che lui riuscisse ad agganciare la pesante treccia di cuoio al suo collare. Dario osservò la scena, sempre con Swiffer ai suoi piedi, e poi annuì.
"Mi compiaccio, molto istruttivo." Commentò ironico. Poi schioccò la lingua un paio di volte contro il palato e mise con un unica mano il guinzaglio al cagnetto che si era alzato in piedi e pareva attenderlo in posa plastica.
"Fai poco lo sbruffone, che lo so perfettamente che ne volevi uno come il mio anche tu!" Brontolò Andrea avviandosi verso il cancello del parco.
"Si, ma io sono capace di addestrarlo, un cane, a differenza tua. Passo, Swiff." Commentò laconico, avviandosi a sua volta, con Swiffer che pareva incollato alla sua caviglia. Non era mai riuscito a farlo a quel modo, così bene e al primo tentativo e, non per la prima volta, Dario si trovò a domandarsi quanto, effettivamente, quella bestiola capisse di quello che loro dicevano. Molte volte, quando si trovava da solo a casa con lui, si scopriva a parlargli come avrebbe fatto con una persona, trovando confortante il viso espressivo che pareva riflettere il suo stesso stato d'animo.
'Muso' riprese se stesso con durezza 'i cani hanno il muso, non il viso. Rammollito che non sei altro! Fra un po' ti metti a fargli i cappottini a maglia, se vai avanti!'
"Tu sei capace di addestrare quella specie di pupazzo piscione! Ma con un cane vero, come questo qui..." Dario scrollò le spalle.
"Me la sarei cavata. Percepiscono la sicurezza, obbediscono alla sicurezza, e tu quella non ce l'hai. Sei un pagliaccio."
"Ah, si? Dai, allora, se sei tanto bravo!" Sbottò Andrea esasperato, porgendogli il guinzaglio di Joker. Il grosso cane stava annusando intorno, come sempre apparentemente dimentico dell'umano che lo accompagnava.
Dario prese ciò che l'altro gli porgeva per una specie di automatismo, senza riflettere, e subito se ne pentì. Non sarebbe mai stato in grado di far obbedire quel cane. Non aveva alcun motivo di obbedirgli. Con Swiff era diverso, stavano sempre insieme, lo nutriva, lo spazzolava ogni giorno. Ma Joker non l'avrebbe mai ascoltato, ne era certo. Mai più. Andrea lo osservava divertito, tenendo fra le mani il guinzaglio di Swiffer. Il suo viso esprimeva chiaramente l'attesa della sua resa e, solo per quello, Dario decise di tentare comunque. Raddrizzò le spalle e la schiena e chiamò il cane per nome. Joker smise per un momento di annusare in giro e si girò appena, come a domandargli cosa volesse.
"Joker, qui. Seduto." La voce di Dario suonava calma e sicura, come richiesto dai manuali di addestramento, ma lui era certo che non sarebbe accaduto nulla. Ne era talmente certo che, quando il grosso cane si voltò verso di lui e si sedette a terra, strabuzzò gli occhi esterrefatto. Più per fare una prova che per un reale motivo, decise di dargli un altro comando e si arrovellò per un attimo il cervello, cercando di ricordare quali parole usasse con lui Andrea. Poi mosse la mano libera verso il basso, dolcemente.
"Giù, Joker." Disse, mantenendo il medesimo tono di poco prima. Il cane, dopo appena un momento di incertezza, si abbassò, posando il ventre a terra.
"No, aspetta, come cazzo hai fatto?" La voce di Andrea era carica di una reverenziale sorpresa. Dario scoppiò a ridere, riconsegnandogli il guinzaglio. Non riusciva a trattenersi, sorpreso e felice, e rise posandosi una mano sulla bocca, con gli occhi strizzati nella mattina grigia.
"Non lo so! Che mi venga un colpo, se l'ho capito!" Andrea scosse la testa affettando un'aria disgustata e afferrò il guinzaglio di Joker.
"No, va bene, ma fai davvero schifo." Commentò riprendendo a camminare senza aspettarlo. Stava tentando di rimanere serio, ma sapeva che era una battaglia persa, con l'amico che sghignazzava senza ritegno alle sue spalle. Finirono per uscire dal parco avvolti da una cristallina selva di risate.
Si fermarono a casa, rientrando, come era ormai loro abitudine, per una tazza di tè.
"Allora" disse Andrea dopo i primi sorsi "come procedono i piani del duo meraviglia per la conquista del mondo? Avete fatto fuori la famigliola e la tua ex ha fatto fuori te." Dario strinse le labbra e inarcò appena le sopracciglia fissando il liquodo caldo nella tazza. Aveva raccontato ad Andrea della sua ultima discussione con Stella appena qualche giorno prima. "Cosa avete in programma, adesso? Una bella riunione di classe e poi sterminate tutti i partecipanti?"
"No, non esattamente." Rispose l'altro senza alzare gli occhi. "Stando alla mia lista, adesso mi tocca qualcosa di veramente piacevole. Devo chiudere i conti..."
"Aspetta aspetta aspetta: hai una lista?" Sogghignò Andrea. Dario annuì con aria sorpresa.
"Si, ho una lista. Cosa c'è da ridere, me lo spieghi?"
"Ah, niente. Figurati. Chi non si farebbe una lista della gente da umiliare? Voglio dire, metti che poi ti dimentichi qualcuno!"
"Lo vedi che sei stupido? Non è una lista della gente da umiliare. Sono le cose da fare prima di maggio."
"Giusto! E cosa succede a maggio?" Dario sbuffò spazientito.
"Finiscono gli otto mesi di preavviso. Devo trovarmi qualcosa da fare, sai? E poi ci mancheranno solo un tredici mesi al matrimonio."
"E al divorzio." Gli ricordò l'amico. Dario assentì e sporse la tazza ormai vuota verso il frigorifero, riempiendola per metà di ghiaccio, che iniziò a masticare, un cubetto dopo l'altro, con aria assente.
"Si. E al divorzio. E voglio che sia tutto a posto, per il giorno in cui sposerò Bea. Tutto in ordine." Andrea si grattò delicatamente un sopracciglio, a disagio.
"Ripetimi un'altra volta perché vuoi sposarti un mese dopo aver ottenuto il divorzio."
"Beh, è il tempo per le pubblicazioni. Prima non posso."
"Dai, coglione, hai capito. Perché?" Dario terminò di stritolare fra i molari un boccone di ghiaccio.
"Perché voglio che sia mia. Sarà mia, capisci? Mia, agli occhi del mondo. Nessuno potrà più ignorarlo."
"Tu lo sai, vero" gli chiese Andrea con aria inquieta "che non è davvero possibile possedere un altro essere umano?" Un sorriso sottile, affilato, tese i lineamenti dell'altro.
"Io so che a te e a quelli come te non è possibile."
"Dario, scherzi a parte..."
"No, Andre, è così. Lei è davvero roba mia. E io roba sua. E dal giorno che saremo sposati in poi, sarà sotto gli occhi di tutti. Nessuno potrà metterlo in discussione. Fine delle cazzate."
"Roba."
"Mm?"
"Hai appena definito Beatrice 'roba'." Andrea lo fissava con aria di disapprovazione, gli occhi seri. Sembrava davvero nudo e senza il solito sorriso e perfino più vecchio.
"Si, ho definito anche me stesso 'roba'. Siamo tutti roba. Sei mai stato in macelleria? Non c'è poi questa gran differenza."
"Tu mi fai paura. Non puoi paragonare la donna che ami a un taglio di carne, porco cazzo!"
"Certo che no. Lei è viva, innanzitutto, e comunque nessuno la mangerebbe. Ma chiedilo a un leone o a un alligatore. Darebbero ragione a me. Insomma, su, che differenza fondamentale c'è? La capacità di ideare e usare strumenti. Ma quella dura solo finché sei vivo, no?"
"E cose tipo i sentimenti? La creatività? L'anima immortale?"
"Primo, nessuno ti dice che la bistecca, da viva, non provasse i suoi bravi sentimenti anche lei. Secondo, la creatività è una forma romanticizzata di ingegno, stessa roba, meno utile. Terzo...si, anche Bea tira sempre fuori questa cosa dell'anima." Terminò con voce smorzata, come se considerasse l'argomento imbarazzante. Andrea lo osservò per un attimo, con viso severo, prima di scuotere la testa.
"E chissà come mai. Insomma, è una cosa un tantino importante. Tu non ci pensi?"
"Andrea, vacca boia, sono ateo convinto e spero di avere ragione, se no sono nella merda, tre metri sotto e con un sasso al collo. Io non ce l'ho, un'anima, e fine della discussione."
"Ah, si? E cos'è che ti tiene vivo, se non hai un'anima, sentiamo, ateo convinto?" La voce di Andrea suonava irritata, del tutto diversa dal suo solito tono leggero, quasi genitoriale. Dario si strinse nelle spalle.
"Beh, io ho Bea." Rispose in tono conclusivo. L'altro prese fiato come per parlare, ma poi lo lasciò andare, espirando in un lungo sospiro. Non aveva idea di come si potesse controbattere ad un'affermazione del genere. Non era facile trovarsi a discutere con qualcuno convinto che fosse l'amore che provava, a tenerlo in vita.
Passarono qualche minuto in silenzio, ciascuno seduto al suo posto e immerso nei suoi pensieri. Dario fumò con calma una sigaretta e Andrea terminò un'altra tazza di tè. Stava iniziando, faticosamente, ad abituarsi alla confidenza di Dario, al modo in cui risultava quando rimaneva tranquillo, rilassato, senza ostentare un'indifferenza che, ora lo sapeva, era solo una finzione. Ancora gli pareva strano di trovarsi accanto una persona timida e tranquilla, al posto del solito arrogante fanfarone che aveva sempre conosciuto. Se avesse capito fin da subito il nocciolo del suo carattere, pensava spesso, le cose sarebbero andate in un modo ben diverso. Stesso discorso valeva per Beatrice. Gli era sempre parsa come tagliata fuori dalla realtà, bellicosa fino al ridicolo, incredibilmente intelligente. La stava scoprendo smemorata, sempre pronta allo scherzo e riservata quasi all'eccesso. Se gli erano sempre apparsi come una coppia ben assortita in quelle che loro stessi chiamavano le 'facce da fuori', ora gli pareva impossibile pensare che avessero passato tanti anni lontani, accanto ad altre persone. Non sapeva cosa avesse indotto la loro famiglia a gravali di una punizione tanto inflessibile e, credeva, non avrebbe mai avuto il coraggio di domandarlo, ma avevano fatto un gran bene a mandarli tutti a quel paese.
Quando Andrea si fu congedato, Dario organizzò qualcosa per il suuo pranzo solitario.
Beatrice avrebbe mangiato con Viola, come ogni giorno, per rientrare solo la sera. Questo gli dava tutto il tempo di spuntare la prossima voce dalla sua lista, pensò, mentre nel suo sguardo si addensava una luce di cupa gioia.
Se l'era tenuta per ultima, quella cosa da fare, come tenendosi da parte il boccone più prelibato mentre mangiava con disciplina tutte le vedure.
Finì di mangiare e ripulì per bene la cucina. Aveva riflettuto a lungo su come farlo, fin da quando quell'estate, dopo aver letto il blog con cui Bea l'aveva richiamato a sé, aveva finalmente capito come fossero andate le cose.
Gli pareva incredibile, di non esserci arrivato prima, da solo, ma era disposto ad accettarlo. Era sconvolto, all'inizio, e quando poi si era ripreso c'erano state tante cose da fare. E, comunque, aveva tentato per anni di pensare il meno possibile a quella faccenda. Alla loro separazione.
Quando, leggendo, aveva preso coscienza di come si fossero svolte le cose, il suo ptimo istinto era stato di andare a stanare immediatamente quella bestia viscida e schiacciarlo sotto il tacco. Ma aveva aspettato ed ora ne era felice. Dopo tutto quel lavoro ingrato, gli serviva proprio qualcosa per tirarsi su di morale.
Fece le tre telefonate che gli occorrevano per organizzare il tutto, mantenendo un tono di voce allegro e leggero, come quello di una chiamata casuale, fatta solo per capriccio. Aveva impiegato quasi un mese per racimolare i numeri di telefono necessari. Chi l'avesse visto in viso, mentre con la sua miglior voce salottiera predisponeva ogni particolare, non avrebbe potuto fare a meno di provare un brivido di disagio. Sorrideva, perché il suo sorriso trasparisse mentre parlava al telefono, sorrideva fin troppo, scoprendo i denti bianchi e regolari fino alla gengiva, in un largo ghigno da pescecane. I suoi occhi chiari, di norma quieti e distanti, non erano che un mare di iride in cui nultava appena un bruscolo di pupilla, grande quanto la capocchia di uno spillo. La mano libera apriva e chiideva il pacchetto di sigarette, senza sosta, come dotata di una propria volontà.
Finito che ebbe di telefonare, scelse con cura anche maggiore del solito i vestiti da indossare e si preparò con diligente precisione, senza tralasciare il benché minimo dettaglio. In ultimo, ricompose il volto ad un'espressione che potesse mostrare in pubblico.
Quando uscì di casa, appariva come un perfetto gentiluomo, appena un filo troppo pallido, ma di ottimo umore.
Gregorio entrò nel solito bar, appena una strada di distanza dallo studio che ora condivideva con suo padre, con un sospiro di sollievo per il caldo che lo accolse. Era un marzo insolitamente freddo e rimaneva ancora qualche stralcio di neve annidato nelle zone all'ombra dei muri. Vide subito Dario, seduto come suo solito appena in disparte, e si avviò verso il tavolino che aveva occupato, salutandolo con un cenno della testa.
Osservò con una punta di dispetto che i segni di cedimento che aveva visto apparire in lui appena dopo la separazione sembravano scomparsi, restituendogli quello che pareva essere un aspetto perfino più giovanile e gioviale. Nella sua figura diritta ed elegante, col viso di nuovo a nudo, nessuno l'avrebbe preso per un suo coetaneo.
A Gregorio davano sempre una decina d'anni in più, a prima vista, fin da quando ancora era all'università. Era grosso, lo era sempre stato, impacciato nei movimenti e, ancor di più, nel parlare, ma aveva scoperto, con sua somma soddisfazione, che questo digraziato insieme di cose non riveste più una grande importanza, nell'età adulta, soprattutto quando si aveva la premura di rivestirsi di abiti di ottimo taglio e di farsi chiamare col proprio titolo, invece che per nome.
Si sedette di fronte a Dario e la sedia dette un gemito affannato.
"Allora, dottore, quali nuove?" Gli chiese a mo' di saluto. Dario gli sorrise con calore.
"Come quali nuove, signor avvocato! Hai compiuto gli anni, no? Non ce l'ho fatta a passare per la festa, ma almeno gli auguri volevo farteli!" Gregorio gli sorrise a sua volta, impegnato nella complessa manovra di sfilarsi il cappotto da seduto. Scambiarono qualche banalità, mentre il cameriere, richiamato da un cenno noncurante di Dario, si adoperava attorno a loro.
"Allora, Greg? Sempre tutto sui binari?"
"Al solito, al solito. E tu? Alla fine cosa fai, con la tua bella mogliettina, vai o stai?" Dario scosse la testa.
"No, niente da fare, cambio modello. Ogni tanto bisogna, no?" Risero insieme come i due vecchi amici che erano. "Ah, sai cosa volevo dirti, ti ricordi mia cugina, Bea?" Gregorio sorrideva ancora.
"Si, logico che me la ricordo! L'hai poi mai più rivista?" L'altro annuì con forza, posando il bicchiere.
"Di recente, si. Dopo dodici anni, pensa tu!"
"Carino! Come sta?"
"Benissimo. Si sposa, il prossimo anno."
"Dai! Che bella cosa. Salutamela, se ti ricordi."
"Sarà fatto, sarà fatto. E, senti, Greg, giusto che siamo in argomento, te la posso chiedere una cosa?"
"Chiedi e ti sarà dato, diceva il tale!"
"Quando eravamo ragazzini, sii sincero, avevi una cotta per lei?" Gregorio lo guardò in faccia per un momento prima di rispondere. Dario stava bevendo un altro sorso, ma riusciva a scorgere nei suoi occhi un'aria divertita.
"Beh, si. È passato tanto tempo, te lo posso anche dire. Potrei dire che è stato il mio primo amore." Scosse la testa, come cancellando quel pensiero.
"Parlavamo, io e lei, tempo fa...Dì, sei stato tu, vero, alla fine, a parlare di noi due? Del fatto che stavamo insieme, dico. Sei stato tu, Greg?" Gregorio deglutì a vuoto. L'espressione di Dario non era cambiata, ma aveva avvertito qualcosa nella sua voce, una nota melliflua, insinuante, che gli pareva di ricordare dalla loro adolescenza. Poi si riscosse, dandosi dello stupido. Non l'avrebbe certo preso a schiaffi in un luogo pubblico, per una sciocchezza avvenuta quasi quindici anni prima, tanto più che era seduto tranquillo, rilassato, a giocherellare col suo bicchiere, come sovrappensiero.
"Ah, beh, sai come vanno certe cose."
"Mm."
"C'ero rimasto talmente male, quando l'ho scoperto!"
"Mm." Dario inarcò le sopracciglia, come ricordandosi di qualcosa. "E, dì, ce l'hai sempre a mano, quella ragazzina, come si chiama, Alicia?" L'altro si rilassò, grato per il cambio di argomento.
"Felicia. Ventun anni di colombiana...vuoi che le chieda se ha un'amica?" Domandò con aria allusiva. Dario ridacchiò, come se trovasse l'idea estremamente divertente.
"No, no, preferisco la merce nostrana. Ma crede sempre che tu sia scapolo?"
"Si dice single, adesso! Si, figurati, convinta che alla fine me la sposo, quella!" Di nuovo risero insieme. Gragorio si era sposato lo stesso anno in cui l'aveva fatto Dario, dopo aver trovato una ragazza che non solo corrispondeva alla sua idea di donna seria e posata, ma aveva sostanzialmente contribuito a renderlo solido, sia economicamente che professionalmente, essendo la rampolla di uno dei più rinomati notai della città.
In quel momento, mentre ancora ridevano insieme, Dario salutò con la mano qualcuno all'ingresso del locale.
"Oh, Greg! Parli del diavolo...non è lei, quella là?" Gregorio si voltò. Al loro tavolo stava arrivando la ragazza di cui avevano appena parlato, una bellezza bruna dal sorriso contagioso e dall'ampia scollatura, che si posò su di una sedia libera come una rara farfalla. Li salutò entrambi e rivolse a Gregorio un breve broncio di scuse, quando lui le rimproverò di essersi presentata senza alcun preavviso troppo vicina al suo luogo di lavoro.
Mentre si svolgeva questa conversazione, Dario, domandando perdono con un gesto della mano, si concesse un minuto per una rapida chiamata, poche parole in tutto, che chiuse con aria di evidente soddisfazione.
"Allora, Felicia, buon pomeriggio. Non pensavo che ti ricordassi di me, sai?" Disse alla ragazza, che appariva infastidita dalla freddezza di Gregorio. "Prendi qualcosa da bere anche tu, dai." La invitò con tono gentile.
"Dario, adesso devo tornare in studio..."
"Dai, Greg, due minuti! Rilassati! Dobbiamo festeggiare, te lo ricordi?"
"Si, ma due minuti." Ribattè l'altro, evidentemente sulle spine per la presenza dell'amante in un luogo in cui tutti lo conoscevano. Era spazientito, ma non preoccupato. Nel peggiore dei casi, avrebbe potuto dire che Felicia era lì per Dario. Nessuno avrebbe avuto interesse a contestare la sua affermazione, ora che si era separato.
Fu solo quando sentì una mano fredda, piccola e delicata, posarsi sulla sua spalla, che la preoccupazione arrivò e tutta d'un colpo.
"Ciao, Serena." Salutò Dario con garbo. Gregorio tentò di parlare, ma senza successo. Le due donne si fissavano, di sopra al tavolino. "Ti presento Felicia. Felicia, lei è Serena. Moglie di Greg, l'amante di Greg. Amante, la moglie."
"Grazie, Dario. Da qui ci penso io." Ripose seccamente Serena.
Il viso di Gregorio aveva assunto una preoccupante tinta paonazza e i suoi occhi fissavano l'altro che si stava infilando il cappotto coi soliti gesti aggraziati. Le voci delle due donne iniziavano già ad alzarsi, attirando gli sguardi degli altri avventori. Dario si chinò appena, passandogli accanto.
"Ah, Greg? La sposo io, Bea." Si interruppe, con aria divertita, aspettando la fine di una frase urlata in un rapido spagnolo da Felicia, prima di continuare. "Tu divertiti."
Uscì dal locale con un senso di leggerezza addosso. Gli dispiaceva solo di non aver potuto far vedere lo spettacolo a Beatrice. Avrebbe fiutato subito la trappola, se l'avesse vista, proprio non aveva potuto.
Si strinse la siarpa attorno al collo, camminando nel freddo pomeridiano. Glielo avrebbe raccontato, parola per parola, si ripromise.
Mentre svoltava l'angolo, il suono delle voci alterate, provenienti dal bar, lo raggiunse, strappandogli un ultimo sorriso.
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