Dopo che Beatrice si fu ripetutamente rifiutata di lasciargli vedere l'abito che aveva scelto, arrivando a farlo custodire a Viola, nella sua casa, pur di non lasciare che lui lo trovasse 'accidentalmente' frugando con metodo la casa, Dario si rassegnò.
Si sentiva frustrato, da questo atteggiamento, perché aveva sempre amato essere partecipe della scelta dei vestiti destinati a ricoprire il corpo della sua Bea, ma, si disse, in fondo era stata colpa sua, per averla spinta a scegliere prima che fosse pronta, innanzitutto, e poi per averla affidata a Viola, invece di accompagnarla personalmente, come sarebbe stato logico.
Rifletteva su queste cose mentre preparava la colazione del sabato mattina per entrambi, con movimenti ancora impacciati di sonno. Da quando aveva iniziato il nuovo lavoro, aveva ripreso a dormire bene e molto, anche se non quanto Bea. Del resto, si disse preparando il filtro della macchina a percolazione, lui non aveva mai dormito quanto lei. La ricordava negli anni della scuola superiore, quando rimaneva placidamente assopita mentre lui sgusciava prima dell'alba fuori del suo letto e cercava di ridisporle attorno lenzuola e coperte in modo che quello che era accaduto durante la notte non fosse troppo evidente. Quando era lei a dormire nella sua stanza, invece, gli toccava svegliarla abbastanza da renderla in grado di raggiungere il suo letto, dalla parte opposta del corridoio, e rimaneva sempre stupito da come lei fosse in grado di rispondergli senza svegliarsi affatto. Non sapeva mai se stesse ancora dormendo o no fino a quando non scivolava fuori dalle coperte e si avviava con passo rigido fuori della porta. Sorrise scuotendo appena la testa. Come avessero potuto, i loro genitori, non accorgersi di nulla per tutti quegli anni era e rimaneva un mistero. Certo, non avevano mai badato troppo a loro, se non per amministrare il fitto regime di regole, premi e punizioni che scandiva la loro vita.
Mentre tagliava il pane, Dario riflettè che, se mai avesse potuto avere dei figli suoi, non avrebbe fatto lo stesso errore, di considerarli come uno dei molteplici doveri sulla sua lista personale. Non che corresse questo rischio. Gli dispiaceva, però, di non correrlo. Fin da ragazzo aveva sempre pensato che gli sarebbe piaciuto avere dei figli, dei, al plurale, e i bambini piccoli, così come gli animali, di solito gli erano simpatici. Aveva conosciuto altre persone come lui, soprattutto donne, all'epoca in cui aveva accompagnato Stella in quei lunghi pellegrinaggi di visite mediche il cui scopo avrebbe dovuto essere di capire la causa dei loro ripetuti fallimenti nel tentativo di concepire un figlio, e mai che una di quelle persone fosse come Bea. Chi, come lui, non aveva la capacità, per fato o per nascita, di riprodursi, spesso era il genere di persona che desiderava farlo. Per assurdo, aveva conosciuto, nel corso degli anni, anche molte persone che si definivano afflitte da uno o più bambini.
Se le cose non fossero state come erano, avrebbe sicuramente cercato di convincerla ad avere un figlio. Sperando in una figlia. Una bella femminuccia uguale identica alla mamma, magari.
"A cosa pensi, con quel muso lungo?" Bea gli passò le mani attorno al corpo, posando la guancia contro la sua schiena. Dario si voltò nel suo abbraccio e le posò un cauto bacio sulla punta del naso. I suoi capelli erano irrimediabilmente arruffati e il suo corpo, ora più pieno e salubre, aderiva a quello di lui in un gesto morbido e piacevole.
"Mah, a tante cose." Rispose lui evasivo. Bea strofinò il viso contro il suo petto. La sentiva respirare fra le sue mani, mentre la cingeva contro di sé, e non poteva fare a meno di avvertire il senso di totale abbandono di quel corpo che si lasciava fra le sue mani. Il senso di fiducia calda e confortante che ne emanava, come il profumo da un dolce appena sfornato. "Pensavo che mi dispiace, che non possiamo avere dei figli."
"A me no." Mugolò lei con il viso ancora premuto sulla giacca del suo pigiama.
"Lo so, amore. E pensavo anche che è strano, sai, che chi non può averne li vorrebbe e chi può sembra che li veda come una scocciatura."
"Solita roba. Io invidio a Viola i capelli lisci, lei si fa la permanente. Non c'è niente di nuovo sotto il sole, Darietto." Lui espirò lentamente.
"Sarà." Disse. Poi si staccò dal suo abbraccio per disporre sul tavolo la colazione. Bea si sedette accanto a lui e lo osservò pensierosa attaccare la piccola, robusta pila di toast ricoperti di miele.
"È una cosa che ti fa stare male?" Gli chiese dopo qualche minuto.
"No. Non un granché. Insomma, posso accettarlo. Si vede che ero proprio destinato a te, ti pare?" Le rispose lui fra un boccone e l'altro. Bea annuì.
"Senti" disse poi cercando di sviare il discorso da quell'argomento che la faceva sentire come sull'orlo di un trampolino troppo alto "hai qualche programma in particolare, per oggi?" Dario terminò l'ultima fetta di pane e si succhiò la punta del pollice con aria assente.
"No. No, nessun programma, nessun impegno. Perché? Hai qualcosa in mente?" Rispose dopo un momento di riflessione.
"Direi che potremmo tornare di sopra e non uscire dalla camera fino a...diciamo ora di pranzo. Poi breve pausa, mangiamo qualcosa e torniamo a letto." Dario le sorrise ironico.
"Sonno, amore?"
"No.Tu?" Da qualche mese, da quando Dario aveva acquisito, con il nuovo lavoro, l'ultimo elemento che mancava alla sua serenità, e la sotterranea agitazione di Beatrice si era sciolta nel constatare che avrebbe dovuto attendere ancora un anno prima di accedere alla scuola di specializzazione che desiderava, il senso di appagata tranquillità che si era creato fra loro li aveva spinti a cercarsi sempre più spesso. Se quando si erano riuniti le loro ferite erano troppe e troppo profonde per permettere loro di esprimere a pieno l'amore che provavano l'uno per l'altra, ora parevano due ragazzini, incapaci di togliersi le mani di dosso. I loro giochi sinerano fatti via via più complessi e rischiosi, ma non avevano assunto l'aspetto di una necessità. Accadevano, di tanto in tanto, quando la pressione si faceva maggiore su uno di loro e sentivano il bisogno di rinsaldare il legame che li univa. Erano la trafigurazione adulta del gioco che li aveva impegnati per tutta l'adolescenza, un gioco a chi dei due avrebbe osato di più sull'altro e a quanto fossero in grado, entrambi, di resistere, lasciando se stessi in balia dei desideri dell'amato, come una inanimata proprietà.
Dario allungò le mani sotto il tavolo, accarezzando le gambe di lei, dal ginocchio fino al ventre piatto e viceversa.
"E quindi, irresponsabile che non sei altro, vorresti mandare tutto il mondo a quel paese e passare la giornata rotolandoti nella lussuria?"
"È possibile? A me piace, rotolarmi nella lussuria. Ma se lei è contrario, dottor Malatesta..." lui le sorrise appena e con un cenno la invitò a sedersi sulle sue ginocchia.
"No, stimata dottoressa." Le sussurrò all'orecchio, sistemandosela in grembo in modo da tenere la schiena di lei contro il suo petto. Le passò le mani aperte sotto i vestiti, a contatto della pelle nuda, godendone la serica levigatezza, e poi sui seni, ora più pieni e pesanti, lasciandosi come sempre affascinare dalla piccola pressione ruvida dei capezzolo sui suoi palmi. Beatrice si rilassò all'indietro contro di lui, sospirando. Sapeva dove spostare il peso e in quale modo, per rendersi irresistibile.
Dario scese, con la destra, fin dentro le sue mutandine. L'altra mano le stringeva il seno, senza trovare requie, spostandosi come a voler trovare un nido sulla parte più tenera del suo petto. Quando la penetrò, muovendo le dita dentro di lei, a tempo con le delicate oscillazioni che il suo bacino aveva preso a compiere sotto il peso del suo corpo, Bea mugolò dolcemente e si sporse per offrirgli un accesso più libero. Teneva il capo reclinato sulla spalla di lui, la gola scoperta ai suoi baci, e infilò una mano fra i loro due corpi stretti assieme, fino ad afferrare l'aspro rilievo della sue eccitazione attraverso la stoffa, sotto di sé. Poi lui la spinse gentilmente in piedi. Si ritrovò a guardarlo negli occhi, una volta tanto dall'alto al basso, dato che lui era ancora seduto, e gli sorrise dolcemente, carezzandogli l'arco angoloso del volto. Dario prese la sua mano e se la portò prima alle labbra, per posare un bacio sulla punta delle dita, poi sul cuore. Batteva forte, lento e possente come il ritmo di una marcia di guerra.
Si alzò in piedi con un movimento fluido, pieno di grazia, e la strinse contro di sé, sostenendola mentre si inarcava a cercare le sue labbra, sentendo il dolce profumo del sonno ancora sparso fra i suoi capelli. La desiderava, immensamente, come sempre l'aveva desiderata da che aveva desiderato una donna, e la sentì farsi sempre più morbida, più remissiva, mano a mano che il suo abbraccio si stringeva, come se le sue ossa avessero la stravagante proprietà di trasformarsi in qualcosa di meno solido, quando l'eccitazione cresceva in lei. Aveva sempre amato questa sua reazione, questo suo cedere terreno di fronte alla sua avanzata, questa resa senza condizioni che gli veniva offerta e tributata come un doveroso omaggio.
Passò un braccio sotto le sue natiche e la sollevò, sentendo con un senso di crescente premura le braccia e le gambe di lei avviticchiarglisi attorno. Il peso inconsistente di quel corpo si aggiunse al suo e quella sensazione di totale dipendenza parve dare un brusco giro di vite al suo manometro interiore, portando il senso di gradevole tensione che provava fin quasi alla soglia del fastidio.
La portò tenendola a quel modo fino al letto, senza quasi rendersi conto dei suoi stessi movimenti, delle scale, del chiudere la porta della stanza dietro di loro. Ogni suo pensiero si era non già spento, ma fuso, come lava ribollente, in un unico canto di brama fondamentale, che si faceva sempre più acuto e rapido mano a mano che la gettava sul letto, che le sfilava ogni brandello di stoffa di dosso, che sentiva il senso fresco e liscio della sua pelle su di sé, a stemperare il calore estremo che gli si era acceso addosso.
Lasciò che fossero le sue mani a preparargli la strada, confidando in quella sorta di conoscenza istintiva che parevano possedere del corpo di Beatrice. La accarezzava in minuscoli cerchi fra le gambe, dove sapeva essere più sensibile, mentre la guardava, senza potersi saziare, la mangiava con gli occhi, vedendola respirare sempre più lieve e veloce, vedendo le piccole rose di colore che le si aprivano in viso e sui seni.
La baciò ancora una volta, prima di entrare dentro di di lei, quasi con violenza, e si assicurò che aprisse gli occhi per un momento, prendendole il viso fra le dita.
"Zitta." Le sussurrò "non voglio sentire un fiato."
Poi scivolò nel suo calore di seta bagnata. Sapeva di pesarle addosso. Le aveva chiesto tante e tante volte se non le facesse male, ma lei gli aveva sempre risposto di amare alla follia la sensazione che le dava e i fatti non l'avevano mai smentita. Sapeva anche che era impossibile che non le procurasse un qualche tipo di dolore, stringendola in quel modo, con la pelle di lei che gli si tendeva in lustre mezzelune nello spazio fra una nocca e l'altra della sua mano, ma in qualche modo doveva essere un dolore piacevole, perché Beatrice lo amava. Le procurava piacere, di questo era certo. E sapere di essere la fonte del suo piacere lo galvanizzava, quanto la sensazione di totale e assoluto potere che provava nei suoi confronti in quei momenti. Era dentro di lei. In lei. Dentro a quel corpo che avrebbe potuto spezzare con le nude mani, volendolo. E lei accettava la sua forza, il suo atto di irruzione, si muoveva sotto di lui, contro di lui, torcendosi ed inarcandosi per riceverlo, per accogliero. Avrebbe potuto fare tutto ciò che voleva, di lei.
La sentì stringersi, come un pugno vellutato, attorno al suo sesso, e capì che la stava portando all'apice. Lo voleva, lo voleva moltissimo. Smise di controllarsi, lasciò che il suo corpo esercitasse tutta la pressione di cui era capace, sentendosi anche lui come sottoposto ad una pressione sempre maggiore, mano a mano che Bea lo stringeva, dentro di lei e attorno a lui, con le braccia, fra le gambe, con tutta se stessa, chiamandolo, invocandolo, sospirando contro il suo cuore, che ormai era lanciato ad un galoppo sfrenato.
Lunghe strisce brucianti di piacere iniziarono a riverberargli dentro, affondando nel ventre e fino alla base della spina dorsale, mentre lei si acquietava, mentre la sensazione che gli dava mutava, da seta bagnata ad olio caldo, e lui scivolava, sempre più a fondo.
Stava precipitando, si stava annullando, e poi, in un lampo, la pressione cedette e si sentì esplodere in una scudisciata che lo avvolse dal petto alle gambe. Gli pareva, come ogni volta, di riemergere all'aria dopo aver nuotato sott'acqua fin quasi a morirne, di sciogliersi in un fiotto bollente.
Desiderò che non finisse mai, di provare ciò che stava provando per sempre, e desiderò insieme che finisse, perché se fosse continuato non l'avrebbe potuto sopportare.
Marginalmente si rese conto che Beatrice chiamava il suo nome, con quel tono di sussurro strozzato che gli era familiare. A suo tempo, se ne sarebbe occupato.
Si staccarono dolcemente, quasi con riluttanza, entrambi avvolti in un palpabile alone di appagamento fisico. Rimasero stesi per qualche momento tanto vicini quanto i loro corpi consentivano loro di essere, prima che Dario desse in un brusco sussulto.
"Cosa?" Gli chiese lei quasi spaventata.
"Swiff! Siamo due debosciati! Ci siamo dimenticati di portare fuori Swiff!" Rispose lui angosciato. Bea si stiracchiò stendendo le braccia, per nulla impressionata.
"Fallo tu." Gli disse rivoltandosi fra le lenzuola con lenta pigrizia "è il tuo cane."
"Dai, su, fuori dal letto! Avanti, tiratardi!" Bea mugolò infastidita, scostando la mano che lui le aveva posato sulla spalla e girandosi a pancia sotto.
"No. Voglio stare qui. È presto, Dario, e io ho sonno." Lui sbuffò dal naso mentre scendeva dal letto già nell'atto di vestirsi. Afferrò rapido la biancheria sparpagliata nella stanza e la indossò, bersagliando con lanci precisi la sagoma mollemente distesa sotto le coperte con reggiseno e mutandine appallottolati.
"Bea! Beatrice! Dai, su, salta in piedi! Non vorrai mica stare lì sul serio tutto il giorno, no?"
"Si! E smettila di darmi noia! Torna quando sei in grado di dormire...o di rifare il numero di prima." Lui ridacchiò con aria compiaciuta infilandosi nei jeans.
"Devo dedurne che ho raggiunto una buona votazione?" Le chiese, allungando un dito per stuzzicarla.
"Si. Lasciami in pace adesso."
"E dai...non vorrai mica lasciare i tuoi ragazzi da soli in questo vasto mondo tenebroso e violento?"
"Sono le otto e mezzo del mattino in uma strada fatta di villette a schiera. Sopravviverete."
"E se ci rapissero?"
"Li troverei, li ucciderei in modi fantasiosi e vi libererei. Ma lo farei dopo pranzo."
"E se qualcuno ci aggredisse?"
"Dario...sei due metri per cento chili, se qualcuno ti importuna al massimo posso portargli l'olio santo, cosa vuoi che faccia io?" Beatrice si era ormai nascosta sotto il cuscino. Sapeva che nin sarebbe riuscita a rimanere fra le coperte, era sempre stato impossibile, con lui accanto, passare a letto tutto il tempo che desiderava, ma oppose ancora una simbolica resistenza. In realtà, si stava divertendo. Trovava lusinghiero ed estremamente dolce che lui rifiutasse di starle lontano più dello stretto necessario, nonostante ora fossero adulti. Fra tutte le cose che faceva per lei, era quella che più di ogni altra le rendeva evidente la realtà del suo amore.
Dario lanciò un verso contrariato di protesta.
"Ma non è vero! Non sono cento chili!"
"Neanche due metri. Era per dire. Quanto pesi, poi, tu?" Gli domandò lasciando sbucare un occhio da sotto al cuscino. Ormai era quasi completamente pronto e, sedito sul pavimento, stava allacciando le scarpe da ginnastica.
"Te lo dico se poi me lo dici anche tu." Borbottò con aria piccata.
"Daccordo."
"Novantacinque. Per uno e novantacinque."
"Sei perfetto, vedi?"
"Mm. All'epoca di tutte quelle belle cosine che hai scritto tu ero ottantadue. Chili, dico. Sono diventato un panzone." Bea rise. In fondo, aveva sempre saputo che in ciascun essere umano c'è una goccia di vanità, ma vederla emergere nel suo adamantino Dario la inteneriva.
"Ma no! Era prima, che eri troppo magro. Del resto, eri solo un ragazzo. Ci hai messo un po', a finire di crescere. Tutto qui."
"Si. Solo che l'ultima parte della crescita l'ho fatta in senso orizzontale, sull'equatore, come dire. Taglia corto, nanetta. A quanto siamo, con te?"
"Quarantatre." Rispose lei arrendendosi finalmente al senso di impazienza che emanava ad ondate dalla lunga sagoma longilinea diritta al suo fianco e scivolando fuori dalle coperte. Iniziò a infilarsi la biancheria, resa rapida dal freddo che la assaliva spietato.
"Come? Ancora lì?" Gemette lui "pensavo che ci fossimo un po' alzati...sai, eri quarantatre quest'estate." Bea tentò di stringersi nelle spalle mentre infilava uno spesso maglione, con l'unico risultato di scuotere appena il mucchietto di lana che la avvolgeva.
"E io cosa ci posso fare? Mangio due volte al giorno. Quando andiamo da Dora anche tre."
"Un biscotto non è mangiare." La rimbeccò lui.
"Oh, mica me lo fumo. Lo mangio." Dario respirò a fondo e con calma. Tutti quei mesi di terapia erano serviti per lo meno a riconoscere i sintomi premonitori di quel genere di arrabbiature che, per tutta la vita, l'avevano infiammato d'un colpo, irrefrenabili, e gli avevano procurato i guai peggiori. E aveva anche scoperto che, ogni singola volta che Bea gli opponeva una qualche resistenza, ogni occasione in cui erano seppur minimamente in conflitto, gli procurava invariabilmente qualche momento di furia. Si calmò, quindi, distraendo la mente con pensieri neutrali, del tutto estranei alla loro discussione, e concentradosi sulla respirazione. Riuscì a rientrare nei ranghi in pochi secondi e, a quel punto, sentì di poter ribattere.
"Okay, tesoro, ma se ti sei piantata lì magari vuol dire che lo stesso non mangi abbastanza. Ti pare?" La vide abbassare gli occhi, mentre si allacciava i pantaloni. Sapeva quanto fosse difficile per lei affrontare quell'argomento, ma non poteva lasciarla scappare in eterno.
"Forse. Ma magari è il mio peso. Sai, magari..."
"Magari no, amore." Le rispose lui, cercando di usare un tono gentile. "Dai, smettila di cincischiarti e affronta questa cosa. Hai un problema col cibo. Fine. Non è così orribile. C'è modo di venirne fuori. Però devi impegnartici, sai. Non posso passare la vita a cercare di farti raggiungere la soglia di sesso necessaria a farti fare un pasto decente." Dario le parlava con calma, mettendole sotto gli occhi uno dopo l'altro, in perfetto ordine, i fatti che meno avrebbe desiderato vedere. Bea si ritrasse, fisicamente e mentalmente. Fece un passo indietro e sedette sul letto, a capo chino, per evitare il suo sguardo.
La conosceva fin troppo bene, fu il primo pensiero di Dario vedendola raccogliersi a quel modo, troppo bene per cadere nell'inganno. Non era triste, non stava riflettendo e men che meno cedendo all'evidenza. Quella era stramaledetta resistenza passiva. Ancora una volta sentì il fuoco, mai domato, mai innocuo, che era nella sua mente, cercare di sfuggire al controllo e ancora una volta respirò a fondo, pensando intensamente al nuovo modello di moto enduro che l'aveva colpito qualche giorno prima, in una pubblicità.
"Bea? Parlami. Dì qualcosa." Silenzio. "Bea? Amore?" La vide stonare il viso da lui, voltandolo verso il muro. Quel gesto gli procurò una nuova ondata di irritazione. Ma era calmo. Poteva riuscire a restare calmo. "Beatrice? Tesoro? Vuoi per favore aprire quella boccaccia che ti ritrovi o devi per forza farmi incazzare?" La vide voltarsi bruscamente nella sua direzione, gli occhi dilatati dallo stupore. Non era capitato spesso, nell'ultimo anno e passa, che lui si arrabbiasse. Nemmeno che si innervosisse abbastanza da rivolgersi a lei con quel tono.
Fu con un senso di profondo, stranito stupore, che Dario vide negli occhi di Beatrice un lampo di interesse, quasi di riconoscimento.
"Cosa vuoi che ti dica? Che hai ragione? Va bene, hai ragione. E adesso che ce l'hai, ti senti realizzato?" Gli chiese in tono esplorativo.
"Ma lo capisci che sono preoccupato per te? Ci arrivi? Devo andare a prendere la scaletta? A diciott'anni eri cinquanta e passa chili."
"Ero cicciosa."
"Eri una figa da far piangere i ciechi! Sembri malata! Ecco cosa sembri! È quello il problema? Hai paura di non essere bella se smetti di sembrare appena guarita da un brutto male? Beh, ti dò una notizia: le donne sono belle quando sembrano donne, non pali della luce malamente segati ad altezza ginocchia! Scema!" Adesso si stava scaldando. Doveva cercare di riprendere il controllo. Non voleva essere sgrabato con lei. Fra tutte le persone al mondo non con lei.
"Oh, ci siamo?" Lo apostrofò lei alzandosi in piedi "stai arrivando a fine travaglio? O abbiamo ancora molta respirazione forzata davanti?"
"Bea..." le ringhiò in tono di avviso. Sulla sua fronte iniziavano a spiccare in rilievo le vene, formando una grande 'a' maiuscola.
"Cosa? Cosa 'Bea'? Va bene, hai fatto il fioretto e hai giurato che non ti arrabbi mai più. Bravo! Io no, però. E si dà il caso che non ne abbia voglia, io, di stare calma! Allora, cosa vogliamo fare?"
"Non lo so! Potrei provare a spaccarti quella testaccia per vedere quali rotelline strane ci sono dentro, cosa dici?"
"Che puoi anche farlo! Tanto, alla fine cosa ottieni? Eh?" Dario si mise a misurare la stanza in grandi passi. Poi, senza preavviso, si fermò di fronte a lei.
"Si può sapere qual'è il problema? Ci sarà un motivo, uno straccio di motivo al mondo per cui hai deciso di farmi ammattire così! Cosa c'è? Eh? Cosa?" Vide gli occhi di Beatrice farsi cupi, passando dal solito color miele ad un fosco nocciola, e lustri, e questo gli fece definitivamente saltare i nervi. "Eh, no! No, cazzo, non puoi!" Le gridò addosso. "Prima fai tutta la figa, provochi, attacchi lite e poi ti metti a piangere! No, cazzo! Adesso la pianti di frignare e finisci quello che hai iniziato! Volevi litigare? Volevi vedermi incazzato? Eccomi, presente! Allora? Dai, parla!"
"Cosa pretendi che ti dica?" Chiese lei, stringendo i molari per ricacciare indietro le lacrime. Non le piaceva vederlo in quel modo, affatto. Ma era sempre meglio di quel falso autocontrollo che mostrava di recente. Quello la faceva sentire davvero spaesata.
"Primo, per quale motivo al mondo, motivo vero, senza fatine e unicorni, se riesci a elaborare una cosa del genere, e dico se, vuoi a tutti i costi crepare di fame. Perché? Dai, è facile, ci puoi arrivare addirittura tu. Perché cazzo non mangi da cristiana normale?" Le disse, scandendo le ultime parole con pedante precisione.
La fissava, le braccia incrociate sul petto e il naso appena arricciato, come era sempre stato nei momenti di irritazione. L'ultima cosa che Beatrice desiderava era farlo arrabbiare davvero. Diventava freddo, quando era arrabbiato, quasi crudele. Si sforzò di dargli una risposta, nonostante fosse lei stessa alterata.
"Perché non mi va giù." Sillabò a sua volta.
"Non è una risposta. È una tautologia. Come definire 'pera' una pera."
"So perfettamente cos'è una tautologia, grazie mille. E non c'è un altro motivo. Lo capisci? Ci entra in quella tua testa di porfido? Che non tutto al mondo ha una causa chiara e circostanziata?"
"Se non mangi, crepi, maledetta cretina! È tanto difficile?"
"Non mi interessa!" Dario ripetè quella risposta fra sé, chiudendo gli occhi. Poi mise le mani sotto le ascelle e strinse i gomiti al busto con tutta la forza. Per nessuna ragione al mondo, a quel punto, le sue mani dovevano sfuggire. Il fuoco era fuori controllo. Ora era arrabbiato davvero.
Bea vide ogni espressività colare via dalla faccia di Dario. I suoi occhi persero l'aria strabuzzata dei momenti di litigio ed assunsero l'opaca lucentezza di uno specchio vuoto.
"Dario..." lui scosse la testa, una volta sola. Destra, sinistra, e poi di nuovo al centro. Era nei guai.
"Non ti interessa di morire." Disse lui con voce piatta.
"Ascolta..."
"Hai assunto un impegno, con me. Mi hai sentito? Un impegno serio. A lunga scadenza." Gli tremavano le labbra. La sua voce era tagliente. "Quindi adesso ti siedi e pensi bene a quello che vuoi fare." Bea allungò d'istinto una mano verso di lui e lo vide sottrarsi al suo tocco, piegando appena il busto all'indietro, senza muovere un passo."Perché se non ti interessa di morire, piccola deficiente che non sei altro" le disse poi fremendo d'ira "allora non ti interessa neanche di stare con me."
"Non dire così." Bea non era più arrabbiata. Come ogni volta che lo vedeva in quello stato, era spaventata. Non temeva, non aveva mai temuto una sua reazione violenta. Piuttosto, temeva che quel freddo tremendo che avvertiva quando il suo viso si chiudeva a quel modo diventasse una condanna a vita, privandola della luce e del calore della sua presenza.
"Ma io sono qui, Bea. Non nell'aldilà. Qui. E se tu vuoi stare con me, devi stare qui. Se metti a rischio le tue possibilità di sopravvivenza, allora, per quanto mi riguarda, metti a rischio anche la possibilità di stare insieme. Sbaglio?"
"Smettila. Non sto morendo!" Lui piegò gli angoli della bocca all'ingiù.
"Ma se non risolvi questa cosa, ti ammazza. E lo sai. È questione di tempo. Prima o poi succederà qualcosa che ti farà stare di nuovo male e la cosa ti scapperà di mano."
"No, non è vero. Insomma, peggio di quello che è successo fino a oggi, cosa vuoi che succeda?" Dario fremette di nuovo. Ora respirava in movimenti veloci e superficiali del petto, come se contenesse a stento l'impulso di fare a pezzi qualcosa.
"Non lo sai, stupida. Non puoi saperlo. E neanche io. Senti, facciamola breve." Le posò la punta dell'indice nello spazio tenero fra la clavicola e il petto e premette, piccole pressioni precise e sgradevoli che punteggiavano le sue parole. "O questa cosa la prendi in mano tu o lo faccio io. Scegli. Io mentre ci pensi porto fuori Swiff. Anzi. Torno per pranzo. Così hai tutto il tempo."
"Dario." Lui, che si era già voltato verso la porta, invertì il movimento con un secco giro si se stesso.
"No, Dario niente. Pensa a quel cazzo che vuoi fare, perché quando torno voglio una risposta. O tu o io, Bea. Ma adesso questa pagliacciata finisce. Tutto chiaro?"
"Non possiamo almeno..."
"No. Non possiamo niente." Una lacrima trovò finalmente la strada per rigare il viso di Bea e lei l'asciugò con un gesto infastidito. Quando sentì la porta di ingresso sbattere tanto forte da far tintinnare i ninnoli sul mobile accanto, prese in fretta la borsetta e vi ficcò dentro le chiavi di casa.
Aveva bisogno di qualcuno con cui parlare, qualcuno che non le negasse il calore della comprensione e che, al tempo stesso, le desse una visione abbastanza obiettiva su quella brutta discussione, in modo da aiutarla a fare chiarezza dentro la sua mente che, come ogni volta che veniva colpita dalla furia di Dario, si era come congelata.
C'era una sola persona che per lei rappresentasse tutto questo.
Beatrice accese la macchina e partì verso casa di Viola, ripromettendosi di telefonarle lu go il tragitto.
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