domenica 2 novembre 2014

43

"Io vorrei solamente sapere per quale cazzo di motivo al mondo sembra che ci goda a farmi arrabbiare! A stuzzicarmi, per la miseria! Non è mai stata così...così...così, insomma."
Andrea appoggiò un posacenere lustro sul tavolo, guardando con disapprovazione i nastri di fumo azzurrino che andavano riempiendo la sua piccola, organizzata cucina profumata di tè.  Non aveva avuto il coraggio di negargli il permesso di fumare. Erano anni che non lo vedeva tanto fuori dai gangheri, forse addirittura dai tempi in cui erano a scuola insieme, e scosse la testa.
"Va beh, dai, un po' c'è anche da capirla." Commentò con tono distensivo, riferendosi a Beatrice. "Già stavate parlando di un argomento abbastanza difficile per lei, e poi..." disse lasciando la frase in sospeso.
"Cosa, e poi?" Abbaiò Dario trincerandosi dietro un'espressione cupa come una nuvola temporalesca. Andrea si sedette di fronte a lui, raccogliendo ogni particella di pazienza su cui riuscì a mettere le mani. Dalla stanza accanto, il chiacchiericcio del televisore si fondeva alle voci sommesse di Elena e di sua madre, Liliana, che avevano deciso di lasciarli soli a tentare di sbrogliare quella matassa.
"E poi da quando hai deciso di darti allo zen sei sinceramente inquietante, compare, ecco cosa. Non sembri neanche tu. È logico he poi sta povera ragazza ogni tanto verifica se sei ancora in grado di reagire." Dario esplse in una bestemmia e Andrea si rizzò sulla sedia con aria dura. "Oh, in casa mia non usa, questo genere di cosa. Incazzati, se vuoi, ma risparmiaci il rosario."
"Perché, sei anche religioso, oltretutto?"
"Primo: si, abbastanza. Secondo: oltre a cosa?"
"Oltre agli altri difetti." Rispose Dario in tono tagliente. "Spiegami, cosa vorrebbe dire se sono in grado di reagire? Passo una vita a sentirmi dire che devo stare calmo e quando imparo come si fa decidete di rompermi il cazzo tutti quanti in fila perché vi dà noia? Ma siete impazziti tutti? Cosa sarebbe questo, una specie di gioco a chi si fa mandare all'ospedale per primo?" Aveva alzato la voce mano a mano che parlava, infervorandosi sempre più, e terminò quasi urlando. Gli sembrava di dover impiegare tante delle sue forze per non esplodere come un petardo da non riuscire più a mettere in fila i pensieri che gli giravano, turbinosi, per la testa. Era come se, dopo mesi e mesi di paziente lavoro di frusta e sgabello sulla belva che aveva dentro, questa gli fosse improvvisamente sfuggita di mano, esponenzialmente inferocita dal tempo passato in cattività. In un angolo della mente, era felice di non avere Bea a portata anche solo di voce, perché sospettava che, abituato com'era a non nasconderle nulla, gli sarebbe stato ancor più difficile controllarsi, con lei. Non si rese nemmeno conto delle due donne timidamente affacciate nel riquadro della porta alle sue spalle.
Elena e Liliana, richiamate dai toni accesi che provenivano dalla cucina, avevano deciso di controllare che tutto procedesse per il meglio.
Vedendo l'aria perplessa del figlio, Liliana si fece avanti e posò la mano sulla spalla di Dario, che sussultò violentemente, prima di afflosciarsi su se stesso, vedendola, come se gli avessero tagliato i fili.
"Mi è sembrato di capire che c'è qualche problemino. Oh, dato il tono di voce ho dovuto origliare, ma ne sono quasi sicura." Dario annuì. Come ogni volta che le si trovava accanto, aveva assunto un'espressione di rapito interesse, che non riusciva comunque a spodestare il profondo smarrimento che gli si leggeva in volto. "Cosa ne dici se adesso mandiamo di là la coppia felice e provo a farti da mamma dieci minuti? Ti offendi?" Di nuovo senza parlare, Dario dissentì. "Il cane ti ha mangiato la lingua?"
"No, signora. Se lei lo desidera, sarei felice di conoscere la sua opinione."
"Come mi chiamo?"
"Liliana."
"Lascialo perdere, mamma, non ce la fa. È più forte di lui. Già tanto se non usa le giarrettiere per tenere su i calzini."
"Stai zitto, Andrea." Lo censurò lei con noncuranza muovendo la mano che aveva posato su Dario in una sorta di carezza affettuosa.
"Oh, aspetta un po'! Perché lei ti può toccare?" Liliana scosse la testa e si sedette accanto al figlio, abbandonando ogni speranza di smuoverlo. Sapeva bene quanto fosse testardo e riconosceva dal suo atteggiamento tutti i sintomi che le dicevano che di lì non si sarebbe mosso, per nessuna ragione. Con un senso di rassegnazione, vide Elena entrare nella stanza e prendere posto accanto alla parete.
"Ascolta, me lo vuoi dire cos'è successo?" Chiese con dolcezza a Dario. Non le riusciva di non provare tenerezza per lui, dopo aver ascoltato tutte le chiacchiere di Dora e dopo aver visto coi suoi occhi, negli ultimi tempi, come paresse regredire istantaneamente ad un ragazzo ogni singola volta che gli si rivolgeva a quel modo. Lui annuì, intimidito dall'uditorio e riassunse in poche, brevi frasi il suo litigio con Beatrice.
"Ma, vede, non è questo il punto. Il punto è che non capisco questo suo modo di provocarmi, come se non volesse altro che litigare. Non è da lei. Ecco." Teneva gli occhi bassi e picchiettava nervoso le dita contro gli incisivi, immagine vivente della costernazione.
Liliana raccolse idee, cercando di pensare a come spiegargli quello che ai suoi occhi era tanto evidente.
"Vedi, Dario, mi sembra che si possa pensare, dato quello di cui stavate parlando, che lei possa essersi sentita attaccata. Insomma, se davvero ha tutte queste difficoltà a riconoscere dinavere un problema, cercare di imporle di vedere le cose dal tuo punto di vista potrebbe aver scatenato una reazione difensiva."
"Si, ma qui non c'è un mio e un suo punto di vista. Si tratta di numeri, non di punti di vista. Quarantatre chili per un metro e sessantuno non funziona. Non è un punto di vista, è un fatto. Dovrebbe solo impegnarsi e risolvere questa faccenda."
"Non è così semplice. Mi sembra di ricordare che era migliorata parecchio, lo scorso anno, e poo di averla vista dimagrire di nuovo. O sbaglio?" Dario scosse la testa sconsolato.
"Non sbaglia."
"E cos'è stato, a farla andare di nuovo in crisi?"
"Non lo so. Davvero non lo so." Liliana si concentrò un attimo cercando la domanda successiva, il successivo passo logico che la portasse più vicina alla soluzione.
"Pensavo che voi due vi capiste al volo. È per questo che ti sei arrabbiato in quella maniera? Perché non capisci quello che fa?" Chiese Elena alle loro spalle prima che Liliana potesse parlare.
Dario strinse gli occhi con forza. La sua bocca si ridusse ad una linea orizzontale appena spezzata dalla cicatrice che la segnava. Fu questione di un attimo, prima che, ricomposto il viso ad una distante cortesia, raccogliesse sigarette ed accendino dal tavolo e si alzasse in piedi.
"Signore, Andrea, siete stati davvero squisiti, tutti quanti. Non so come ringraziarvi."
"Stai andando via?" Gli chiese Andrea alzandosi a sua volta. Dario annuì e chinò appena il capo verso Liliana che lo guardava stupefatta. Senza aggiungere altro si diresse nel piccolo andito su cui si apriva la porta, seguito dall'amico. "Dario? Oh? Mi senti? Cosa succede?"
"Niente."
"Dai, compare, cosa c'è stavolta? Quale delle tue regole immaginarie da schizzato abbiamo violato? Non parlavamo in ordine di età?" Dario prese il soprabito scuro dall'appendiabiti, apparentemente sordo alle parole che gli venivano rivolte.
Irritato come ogni volta che si vedeva rivolgere quel genere di atteggiamento, Andrea gli si avvicinò abbastanza da riuscire a sentire il suono del suo respiro. Pareva affannato. Voleva costringerlo a guardarlo in faccia, in modo che non potesse ignorarlo. Appiattendo contro il muro con una mano le giacche ancora appese, gli si parò davanti, precludendogli l'accesso alla porta. Fu in quel momento, quando gli fu vicino fino a quel punto che capì il problema. Lo scambio sguardi fra loro fu rapidissimo ed imbarazzato.
"Mamma, amore, noi usciamo. Andiamo a fare un giro."
"Ma dove?"
"Fuori." Rispose Andrea senza voltarsi. Afferrò la giacca sperando in cuor suo di aver dimenticato, come sempre faceva, di toglierne le chiavi di casa, poi circondò l'aria un palmo attorno a Dario con il braccio. Funzionava, aveva scoperto. Pur di non lasciarsi toccare fisicamente si muoveva ed era esattamente come se lo stesse guidando per mano. Lo accompagnò velocemente fino all'ascensore ed entrambi si gettarono dentro quello stretto cubicolo come se ne andasse delle loro vite.
Andrea si sentiva impacciato, senza uno straccio di idea su come comportarsi con lui in un momento del genere. Toccarlo, non poteva. Guardarlo, gli pareva poco delicato. Alla fine, spalla a spalla con l'altro, con lo sguardo fisso ai numerini rossi che cambiavano sul piccolo display che mostrava il piano, si risolse a parlare.
"Dai, Malatesta, guarda che non succede niente. Siete il duo meraviglia. Si aggiusta tutto."
"Okay."
"Capita a tutti, ogni tanto, una litigata. Succede. Non è la fine del mondo."
"Okay."
"Vedrai che adesso torni a casa e la trovi che non vece l'ora di fare pace. Magari vi fate lividi un'altra volta, che vi piace tanto."
"Piantala, buffone."
"Va bene, la pianto. Però, sul serio, non c'è bisogno di reagire così." L'ascensore arrivò all'atrio con una nota vellutata e Andrea, senza proferire parola, spinse il tasto che lo rimandava al piano più alto. Quel grosso coglione non era ancora pronto ad uscire da lì. "Non sarà mica la prima volta che litigate, no?"
"No." Dario ebbe bisogno di una breve pausa prima di riuscire ad esprimere a parole quello che gli pesava sul cuore. "Però Elena ha ragione. È la prima volta che proprio non la capisco." Andrea sospirò.
"Magari neanche lei ti capisce più, da quando hai deciso di cambiare personalità. Magari la cosa le fa paura. Un po' come a te in questo momento. Era questo che cercavo di dirti prima. Che forse sta solo cercando...beh, te. Il solito te, quello che riesce a capire. E fra parentesi anche quello che ha deciso di sposare."
"Dici?"
"Può essere, no? Non mi sembra strano. E anche se non fosse quello, in fin dei conti ti basta chiedere, non ti pare?"
"Okay."
"Dai, adesso vedrai che va tutto a posto."
"Okay."
"Dario?" Andrea gli diede appena un'occhiata di traverso. Spinse di nuovo il pulsante per il piano terra. "Smettila di piangere, su."
"Okay."

"Bea? Guarda che se non ti dai una calmata non riesco mica a capirlo, quello che stai dicendo." Disse Viola accarezzando con ampi movimenti circolari la schiena dell'amica, che, raccolta su se stessa sul sedile del divano, accanto a lei, stava tentando di raccontarle l'accaduto mentre singhiozzava col viso nascosto in un canovaccio da cucina. Le avrebbe dato un fazzoletto, ma vista la portata idrica del suo pianto aveva reputato più sensato quello. Lei si strofinò la faccia, gli occhiali in pericolante equilibrio sulla massa arruffata dei capelli, e tentò di calmarsi. "Allora, ti ha detto che oramai è ora che affronti il problema e che se non lo fai tu lo fa lui. Fin qui ho capito. Non mi sembra una cosa tanto terribile, no? Insomma, detta proprio fuori dai denti ha ragione lui."
"Lo so." Rispose Bea con un tono nasale da sirena antinebbia.
"E allora? Basta, vai a casa, digli che sei daccordo e parlatene. Trovate una soluzione, fatevi un piano strategico. Digli che tiri fuori carta e penna e scriva una bella lista ordinata delle sue. Cosa piangi?" Bea si tormentò il labnro inferiore fra i denti cercando le parole per spoegarle l'origine del suo sconcerto.
"È che...l'ho fatto arrabbiare."
"Capita. Sai quante volte ho fatto arrabbiare io Vittorio? E si che lui non è neanche facile, da far arrabbiare."
"No, Viola, non è qiesto il punto. È che io davvero volevo farlo arrabbiare. Cioè, nom l'ho fatto di proposito, ma lo volevo lo stesso. Insomma...è complicato." Viola emise un breve sospiro esasperato.
"Si, come no. Complicatissimo. Ti ha pestato i piedi e tu gli hai fatto i dispetti. Roba da cubo di Rubick, guarda. Non è mai successo a neasuna coppia al mondo." Ironizzò mentre raccoglieva in un elastico rosa caramella, evidente possesso di sua figlia Sara, i lunghi capelli biondi perché smettessero di solleticarle la faccia. Poi si chinò di nuovo su Beatrice, che era tornata a chinarsi in avanti, raccogliendosi su se stessa, come in preda ad un violento mal di stomaco. Il viso ovale, dai tratti regolari, di Viola, esprimeva una sorta di rassegnata, affettuosa preoccupazione.
"Il fatto è che da un po' di tempo non sembra neanche più lui. Ogni volta che succede qualcosa inizia con quelle cazzate che gli insegna la terapista...mi sembra talmente sbagliato." Cercò di spiegare Bea, senza rialzarsi. "La odio, quella donna!"
"Odi la sua terapista? Quella che cerca di evitare che ammattiaca di nuovo? Ma sei sicura?" A lei, Bea aveva raccontato quello che era accaduto durante l'estate di due anni prima, quando si era rimessa insieme a Dario, dopo più di dieci anni di lontananza. Del suo crollo, dei regolari appuntamenti con la psicologa, dei farmaci che prendeva. Era tanto entusiasta, quando, nei primi tempi, tutto quel percorso era sembrato ciò che gli occorreva per aiutarlo a ritrovare se stesso, la sua forza ed il suo equilibrio, che si sentiva quasi in colpa, ora, ad esprimere i profondi sentimenti negativi di dolore e disagio che aveva iniziato lentamente a provare negli ultimi mesi, mano a mano che lui, per dirla con le sue parole, 'lavorava sulla geatione della rabbia'. Quello, per come lo vedeva lei, non era lavorare su un bel niente. Era fingere, punto e basta, era solo far finta di non provare nulla. E in questo Dario era fin troppo ferrato, avrebbe, anzi, potuto dare lezioni private a quella castratrice professionista di personalità che pagava per ridurlo ad una sorta di parodia di se stesso.
"Si. Lo sta cambiando. È come se cercasse di farlo entrare in una forma che non è la sua. Me lo sta facendo diventare un bonsai, il mio amore!"
"Ah, beh, se quella è la versione bonsai non mi immagino l'originale!"
"Dai, Viola, dico sul serio. Insomma, sarebbe come se dall'oggi al domani, quando sento che sto per parlare di qualcosa che ho letto in un libro, io mi mettessi a fare respirazione finché non mi passa. È...sarebbe...insomma, è una cosa..."
"Taglia corto, Bea, torna fra noi comuni mortali: è una cosa che lui vuole fare su se stesso o no?" Bea abbassò di nuovo gli occhi, che aveva alzato mentre, parlando, era presa nello sforzo di esprimere i suoi pensieri. Il nodo che sentiva in gola le parve ingigantirsi e diventare doloroso, fino a che non fu più in grado di deglutire. Sentì le lacrime tornare a pungerle gli occhi, facendoli pizzicare. Tentò di resistere al pianto, si sentiva quasi ridicola, ma riuscì solo fino al momento in cui Viola, guardandola con una smorfia sarcastica sulle labbra, le batté delicatamente sulla spalla, come per aiutarla con un boccone andato di traverso.
"Finirà per ammazzarti, quel bel tomo che ti sei scelta, lo sai? E non farà neanche apposta." Le disse sottovoce, con fare materno "semplicemente a forza di mandarti io morale su e giù in questa maniera, prima o poi torna a casa e ti trova stecchita." Bea farfugliò qualcosa di negativo dalle pieghe del canovaccio in cui singhiozzava. "Si, si, va bene. Certo. È un bravo ragazzo. Solo un filino complicato. Dai, adesso vado a prepararti una bella tisana, così ti calmi. E poi andiamo a casa. Fai un bel respirone e pensa a cosa vuoi dire al tuo biondino, perché di questa cosa qui gliene devi parlare." Disse Viola in un'unica tirata, per poi sparire dietro lo spicchio di muro che divideva il soggiorno dalla cucina.
Bea la sentì trafficare, scegliendo una pentola per mettere a bollire l'acqua, sempre ferma nella sua adamantina convinzione che qualsiasi bevanda calda, per sortire l'effetto desiderato, andsse preparata in quantità degna di un reggimento. La sua figura formosa, piena di grazia femminile, appariva e scompariva alla sua vista mano a mano che l'odore che proveniva dai fornelli si faceva più intenso e complesso.
"Viola?"
"Cosa c'è?"
"A me fanno schifo le tue tisane. Non la voglio bere." Viola sbuffò con un irriverente suono di labbra.
"Tanto a te fa schifo tutto, fosse per te non butteresti mai giù niente. Se proprio devi sforzarti, tanto vale che mi fai piacere. E comunque." Aggiunse poi senza dare all'amica il tempo di ribattere. "Guarda che lo spaventapasseri ha ragione lui. E se tu continui a girarci attorno e lui decide di prendere in mano la cosa gli dò una mano." Viola aveva finito per mutare radicalmente la sua opinione su Dario. Continuava a ritenerlo una persona inutilmente complessa e fondamentalmente noiosa e a non capire per quale motivo al mondo Beatrice lo adorasse tanto. Tolto questo, a forza di frequentarlo e di sentirlo parlare, si era resa conto che era anche una persona logica, pragmatica e perfettamente adatta a mantenere ben piantati al suolo i piedi di Bea, che sembravano avere l'irritante abitudine di staccarsi dal terreno cercando di far prendere il volo alla loro proprietaria.
Al pensiero di quando, tanti e tanti anni prima, lo vedeva solo sul campo da basket, accigliato e solitario, immerso in quella che appariva loro, allora solo adolescenti, un'aura di fredda dannazione, le scappava spesso un sorriso. Per almeno un anno tutti avevano pensato che fosse il suo ragazzo, quando lei nemmeno gli aveva mai rivolto la parola, e lei aveva lasciato volentieri che lo pensassero, imbarazzata com'era del fatto di non riuscire, in alcun modo, a parlare con i ragazzi. Era stata un'adolescente timida, Viola, al limite del normale. Le piacevano i ragazzi, certo, eppure non aveva la faccia tosta delle sue coetanee, per parlare con loro, flirtare e farsi corteggiare. Quando le era giunta voce che Dario, allora uno dei membri più ammirati della squadra di pallacanestro del quartiere, diceva in giro di stare insieme a lei, non le era parso vero. Per anni non aveva perso un solo allenamento, nella speranza che, prima o poi, lui le rivolgesse davvero la parola. Solo molti anni dopo, quando aveva stretto amicizia con Bea, che allora era solo una figura silenziosa eternamente immersa in qualche libro, aveva saputo il motivo di quel suo strano comportamento,  il suo tentativo di nascondere agli occhi del mondo la relazione fra luine Bea con quella bugia che solo grazie a quella fortuita combinazione di casi era rimasta tanto in piedi.
Poi c'era stato Andrea. Lui e Dario già allora erano legati a filo doppio, stessa classe, stessa squadra, stesse ammiratrici, in molti casi. A quei tempi, però, erano come cane e gatto ed era corsa voce più di una volta che l'uno intendesse prendere a pugni l'altro. Che fossero in costante, acerrima competizione saltava all'occhio, resi quasi dalla natura stessa ognuno il perfetto antagonista dell'altro.
Andrea era andato da lei, ad un certo punto, e, lui si, l'aveva corteggiata, resistendo stoico ai suoi silenzi punteggiati di risatine chioccie di puro terrore. Era stato il suo primo bacio, Andrea, una sera dopo una passeggiata in centro, e, dopo quell'unico bacio, lei era scappata come una sciocca, col cuore che minacciava di scoppiarle in petto. Non gli aveva voluto rivolgete mai più la parola, senza riuscire a spiegare neppure a se stessa il perché. Ma, in fondo, era andata bene così.
Su quelle stesse gradinate da cui aveva assistito ai loro allenamenti, aveva conosciuto Vittorio. Era stata proprio Bea a fare in modo che accadesse, l'aveva scoperto molti anni dopo, Bea a lanciare accanto a lei lo zaino di quello che sarebbe poi diventato suo marito, costringendolo a parlarle, nel tentativo di aiutarlo, lui che all'epoca era un amico inseparabile di Dario, a coronare il suo sogno d'amore. E c'era riuscita benissimo, tanto che ora avevano una figlia, una casa e un bellissimo matrimonio.
"Toh, bevi e smettila di lagnarti. Sei peggio della bambina, quando ti ci metti." Le disse, posandole la tazza fumante fra le mani. Bea la guardò di sotto in su con aria sconsolata.
"Cosa gli dico?"
"Quello che hai detto a me. Magari con un po' più di dolcezza. Non stare a dirgli che odi la sua terapista, se riesci. Voglio dire, sembra che sia diventata una specie di figura di riferimento per lui."
"La odio."
"Bea, sarai mica gelosa?"
"No. Gelosa è quando non voglio che la veda più. Io voglio che sparisca, che si annulli, che..."
"Chiaro, chiaro, ho capito. Ecco, questo magari non glielo dire."
Bea prese un piccolo sorso dalla tazza e iniziò ad ipotizzare.

Andrea scese dall'auto dopo averla parcheggiata, come suo solito, appena dietro a quella dell'amico. Proprio non ce l'aveva fatta a lasciarlo tornare a casa da solo, dopo averlo visto tanto disperato, nonostante sapesse che, a casa, lo avrebbero aspettato ore e ore di prese in giro da parte di sua madre ed Elena.
Dario era sceso dalla sua macchina prima che lui arrivasse ed era fermo sul marciapiedi davanti a casa, apparentemente assorto nella contemplazione del manto stradale.
"Ehy? Compare? È una strada. Grigia, con una riga in mezzo. Cosa guardiamo?"
"Manca la macchina di Bea." Rispose Dario con voce sommessa.
"Eh, va beh, sarà uscita." Dario si volse verso di lui con aria dura.
"Le ho detto che sarei stato qui per ora di pranzo. Adesso è ora di pranzo."
"Magari ha trovato traffico. Mica tutti guidano come Batman."
Senza degnarlo di una risposta né di uno sguardo, Dario girò sui tacchi e si diresse alla porta di casa. Andrea emise un suono di frustrazione di fronte a quella reazione e, ruotando gli occhi, lo seguì a passi strascicati.
Dario entrò in casa e si diede appena il tempo di liberare Swiffer dal guinzaglio prima di iniziare a marciare di stanza in stanza. Si slacciò il soprabito mentre camminava e lo lanciò con un gesto noncurante sulla spalliera del divano, guadagnandosi uno sguardo perplesso dell'amico, che ingnorò bellamente. A lunghi passi, entrò in cucina. Era tutto come l'aveva lasciato lui, ogni cosa. Di nuovo girò su se stesso ed entrò nel suo studio. Nulla.
"Dario? Guarda che non sta giocando a nascondino. È uscita. Fuori, hai presente?" Dario di nuovo non rispose. Stava già salendo le scale, divorando i gradini a tre per volta. Sapeva che Bea non era in casa. Non era quello che stava cercando, ma un segno qualunque della sua presenza, qualcosa, che gli dicesse che era solo uscita, che non se ne era andata, che stava per tornare.
La stanza da letto era un disastro, esattamente come lo era quando lui se n'era andato. Tutti i suoi vestiti erano lì, comunque. Si strofinò il viso con entrambe le mani, cercando di non pensare al giorno in cui l'aveva vista uscire da quella stanza con l'intento di non tornare. Era stato tanto tempo prima. Preso da un subitaneo bisogno di confermare a se stesso che era tutto a posto, si affacciò anche alla stanza in cui lei leggeva. Tutti i suoi libri erano al loro posto. La tensione si allentò leggermente. Avrebbe potuto forse andarsene coi soli abiti che indossava, ma mai nella vita avrebbe abbandonato alcuni di quei volumi.
Ridiscese veloce al piano terra, dove Andrea lo aspettava guardandolo come se fosse ammattito.
"Senti, perché non ci prepariamo qualcosa da mangiare? Eh? Così quando torna ti vede tranquillo e fate subito pace."
"Mm."
"Ecco, vedi? Sembri già più normale, quando rispondi."
"Mm."
"Se adesso volesso per cortesia piantarla di digrignare i denti come il cattivo di un romanzo ottocentesco..."
Stavano entrando in cucina, quando la porta di ingresso si aprì. Dario parve saltare, tanto rapido fu il suo movimento verso l'altra stanza.
con le spalle rigide e le braccia tese lungo i fianchi avanzò verso Beatrice che lo guardava, con le chiavi ancora nella mano, e Andrea lo seguì da vicino, tentando di evitare una nuova lite. Quando Dario parlò, lo fece ad un volume di voce talmente elevato da far istintivamente indietreggiare l'altro di un passo.
"Si può sapere dov'eri?" Ruggì in direzione di Bea.
"Ciao, Dario." Lo salutò Viola senza mostrare di scomporsi, mentre lo oltrepassava diretta alla cucina.
"Non ti azzardare a urlarmi addosso!" Gli rispose Bea. La sua voce era secca e perentoria.
"Stai zitta e rispondimi!"
"E tu ti definisci una persona razionale? Stai zitta e rispondimi?"
"Ragazzi, dai...non fate così." Andrea mosse un passo verso di loro, che si fronteggiavano appena oltre la porta con aria bellicosa, ma venne intercettato da Viola. Gli passò un braccio attorno e lo spinse verso l'altra stanza, con un mezzo sorriso.
"No, no, no, lasciali fare. Tira il tuo lunghissimo naso fuori di lì." Gli sussurrò. Era tranquilla. Tutto stava andando per il meglio.
"Ti avevo detto a che ora rientravo!"
"Ed è tutto quello che hai da dirmi? Sei in ritardo? Eh?"
"No! Mi hai fatto spaventare! Ecco cos'ho da dirti! Va bene?"
"Si! Grazie! Molto meglio!" Gridavano come due pazzi, ormai, con le vene del collo in rilievo e gli occhi furbondi fissi l'uno sull'altra.
"Non hai lasciato un biglietto, un messaggio, niente! Sono tornato a casa e non c'eri! Senza dire niente! Pensavo..." Dario strinse le labbra con forza. Pareva talmente infuriato da non riuscire a parlare.
Bea gli si avvicinò piano, senza distogliere gli occhi dai suoi, e lo abbracciò.
"Ma no, amore, cosa vai a pensare? Non me la sentivo di stare da sola, tutto qui. Ero sconvolta." Dario rimase rigido per qualche secondo prima di circondarla a sua volta con le braccia.
"Mi fai paura. Ho paura che tu te ne vada, che tu stia male, che ti succeda qualcosa. Bea, non mi lasciare." Sussurrò,  tanto piano da essere appena udibile.
"No, Dario. Mai."
"Non mi lasciare."
"Non ti lascio."
"Mi dispiace tanto di essermi arrabbiato con te."
"A me no."
"Ah, no?"
"No."
"Ah." Rimasero abbracciati ancora per un momento, poi scivolarono a sedere sul divano. Nonostante fosse appena ora di pranzo, si sentivano entrambi stanchi. Viola aveva avuto l'accortezza di chiudere la porta della cucina, lasciandoli soli.
"Sai, non ti offendere, ma non mi piace quella cosa che fai per non arrabbiarti mai."
"Sto cercando di correggermi." Spiegò lui. Lo sguardo che Beatrice levò lo fece arretrare come gli era successo, a suo tempo, con suo padre.
"Non c'è niente da correggere in te." Sibilò lei. "Niente. Vai benissimo come sei. E chi ti dice il contrario sbaglia. Sbaglia molto. Va bene?"
"Bea? Amore, forse qualcosina da correggere c'è. Siamo sinceri."
"Sono assolutamente, totalmente sincera. Vai bene così. Tu vai bene come sei."
"Ma gli altri..."
"Sono loro ad essere sbagliati! Non tu! Loro!" Dario represse un sorriso.
"Okay. Sono l'essere perfettissimo Dario Malatesta."
"Si!" Beatrice lo fissò battagliera sporgendo il mento.
"Hai pensato a quello che ti ho detto? Sai, in quanto essere infallibile..." lei sospirò.
"E infatti avevi ragione. Va bene. Facciamo come dici tu."
"Cioè ne parli con qualcuno?"
"Si." Ogni parola cosata a Bea uno sforzo fisico. "Telefona al tuo stregone di fiducia. Digli se mi dà un'occhiata, va bene?" Dario le prese il viso fra le mani e lo alzò verso il suo.
"La mia brava bambina coraggiosa."
"E guai a te se ti rimetti a lavorare attivamente per castrarti."
"Daccordo, amore. Tutto quello che vuoi."
"Dario?"
"Dimmi."
"Ho paura."
"Lo so. Anch'io. Mi sa che è normale."
"Fa schifo."
"Mi sa che è normale anche quello. Bea?"
"Cosa?"
"Non aver paura. Ci sono io." Lei si liberò dalle sue mani e gli appoggiò il viso sulla spalla,  accoccolandosi al suo fianco.
"Anche tu, allora." Gli disse piano.

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