Dario non era persona da interporre lasciar interporre troppo tempo fra l'idea e l'azione.
Prima che la settimana successiva volgesse al termine, Beatrice si ritrovò nello studio del dottor Alboni, a muoversi a disagio, senza riuscire a trovare una posizione che le paresse comoda, su una delle sedie di fronte alla scrivania del medico. Dario era al suo fianco. Aveva posto come sola condizione alla sua resa che lui la accompagnasse senza mai lasciarla sola, nella speranza che la sua presenza la rassicurasse abbastanza da renderla in grado di affrontare quella che per lei era una prova che richiedeva enorme coraggio.
Il medico la guardava in silenzio, con viso rassicurante, e lasciò che lei arrivasse ad un punto tale di imbarazzo da non poter più tacere, prima di aprire bocca per salutarla. Rapido come un riflesso incondizionato, passò per la mente di Bea il pensiero che ci sapesse ben fare, con la manipolazione.
Scambiarono i primi convenevoli e poi arrivarono al punto dolente. Come obbedendo ad un preciso accordo, Dario rimaneva seduto immobile e ben diritto al suo fianco, avvolto in un tale, impenetrabile silenzio da comprendere perfino le espressioni del volto, lasciandola in effetti sola, senza per questo negarle la sua presenza.
"Dunque, dottoressa Bizzarri. Per quale motivo ho finalmente il piacere di conoscerla?" Bea si accigliò.
"Lui dice che ho un problema col cibo." Riapose lei malmostosa, lanciando un'occhiata in tralice al volto di Dario, che rimase impassibile.
"Lui. Dunque per lei non c'è alcun problema?" Bea si agitò di nuovo sulla sedia.
"Si. Forse si. Io non...pare che io non riesca a mangiare un granché, ultimamente."
"Capisco." Annuì il dottore prendendo un breve appunto. "E questo periodo di inappetenza da quanto dura?"
"Circa tredici anni. E mezzo. Quasi quattordici." Senza dare alcun segno di sconcerto, il medico segnò qualcos'altro sul foglio che aveva di fronte e la guardò.
"Il peso che ha mantenuto più a lungo quale è stato, in questi anni?" Bea deglutì. Cercò di sciogliere il collo irrigidito e lo sentì scricchiolare. Fu solo con un certo sforzo che si costrinse a rispondere con sincerità.
"Trentotto." Sussurrò, come se abbassando la voce potesse mitigare l'effetto di quel numero che, lo sapeva, era ridicolmente basso. Percepì un lieve movimento alla sua sinistra ed incontrò lo sguardo stupito di Dario, i suoi occhi chiari arrotondati da qualcosa che pareva orrore. Un lieve picchiettare della matita del medico sul piano della scrivania fu sufficiente a farlo riprendere di colpo la sua precedente posizione, e fu come se quel rapido scambio di sguardi non fosse mai avvenuto.
"Molto bene. Trentotto. E lei come si vedeva in quel periodo? Come si sarebbe definita?" Bea espirò rumorosamente. Sapeva che si sarebbe arrivati a quel punto.
"No, guardi, la fermo subito. Non sono anoressica. So che è il suo mestiere dirlo e non il mio, ma le assicuro che mi sono ampiamente documentata sull'argomento e so quel che dico." Iniziò ad enumerare sulla punta delle dita, infervorandosi nella propria arringa difensiva. "Non sono fissata con il mio aspetto, tanto che di norma mi guardo allo specchio solo per pettinarmi e darmi quel po' di trucco che mi dò. Non mi vedo grassa, tantomeno penso di dover dimagrire. Non ho paura di prendere peso. Non penso continuamente al cibo, anzi, non ci penso mai, tanto è vero che quando abitavo da sola spesso mi dimenticavo perfino di comprarlo. Io, semplicemente, non ho fame. Non va giù e basta." Il dottor Alboni le sorrise.
"Fino a che punto definirebbe uno sforzo mangiare, in una scala da uno a dieci? Quanta fatica fisica comporta?"
"Mah, non saprei. Diciamo un...otto? Nove? Dipende dai momenti. A volte meno." Un leggero picchiettare del medico riportò alla sua disciplinata posizione neutrale il viso inorridito di Dario.
"E sente fatica solo nel pensiero di mangiare o anche nell'atto? Fatica a deglutire? Sente dolore?" Bea si strinse nelle spalle.
"Insomma. Non sempre. È una cosa fastidiosa, ma di solito, se nessuno mi forza a mangiare troppo, non sto male."
"Una sensazione fastidiosa. Che tipo di sensazione, me lo può spiegare?" Di nuovo Bea si agitò sulla sedia.
"È un po' come" rispose con voce concentrata "se mi ficcassi in gola qualcosa che non ci deve stare. Non so, come cercare di mandare giù una chiave, per capirci."
"È chiaro, la ringrazio. Da quanto tempo non ha il ciclo?"
"Circa sei anni." A quel punto un'ampia porzione di Dario si volse sulla sedia per osservarla con viso impietrito e occorse un colpo secco e molto più forte dei precedenti, educati picchiettii, della matita per riportarlo alla sua posizione primitiva.
Bea nascose un sorriso imbarazzato dietro la mano. Doveva ammettere che, nonostante l'aspetto non le avesse ispirato alcuna simpatia, quel tizio le piaceva. Era forte.
Il resto del colloqui proseguì senza ulteriori problemi. Non le fu facile spiegare come fosse iniziato tutto, quel momento di totale, profondo distacco dal mondo e dalle cose della vita che aveva vissuto appena arrivata a casa di Isabella, ma in un qualche modo le parve di riuscire ad essere chiara perfino in quello. Con sua sorpresa, scoprì che parlare di ciò che le era accaduto con un estraneo, un genere di cosa che aveva sempre considerato del tutto non adatta a lei, le procurava perfino un certo sollievo, come se, dopo aver passato troppo tempo a trascinare un peso superiore alle sue forze, le fosse finalmente permesso di riposare, per qualche minuto.
Qualche ora dopo, di nuovo a casa, né seduta né sdraiata sul letto che fiancheggiava la parete della stanza dove teneva i suoi libri, Beatrice si domandava cosa diavolo le fosse preso, a sbrodolare fuori tutto a quel modo ad un tizio che non aveva mai visto. Un medico, per di più, e come tale maledettamente ansioso di trovare in lei qualcosa che non funzionasse, di appiccicarle una diagnosi, di dare un nome ed una cura a quel qualcosa che, in fondo, lei non sentiva altro che una parte di sé.
Si chiese, presa in un umore fra il pigro ed il lugubre, se avrebbe cercato di estirpare quella parte del suo carattere che aveva riconosciuto come malattia, lasciandola mutilata, diversa, in obbligo a seguire una qualche forma di normalità che qualcuno, molto lontano nello spazio e nel tempo, aveva studiato e definito senza conoscerla.
In grembo teneva il semplice foglio bianco, che, con le sue righe ordinate di inchiostro nero, la definiva categorizzandola in un termine esatto, attentamente ponderato, che la marchiava come anomala.
"Allora, che si fa? Rifletti sui massimi sistemi?" Le chiese Dario sedendosi accanto a lei. La guardava con appena un accenno di sorriso in volto, come sottintendendo che la sua domanda fosse molto più ampia delle sole parole che aveva pronunciato. Senza parlare, lei gli porse il referto del medico. "Ah, è questo il problema? Fai vedere." Lo lesse attentamente, prima di scollare le spalle. "Dilettante. Aspettami un secondo che ti stupisco con gli effetti speciali." Si alzò e Bea, interessata suo malgrado, lo ascoltò scendere le scale e risalirle, rapido, il suono familiare dei suoi passi che ne precedeva l'apparire. Le gettò sulle gambe allungate una cartellina di cartone giallo, prima di lasciarsi cadere al suo fianco.
La cartellina conteneva forse una decina di fogli simili a quello che l'aveva tanto turbata, tutti con il nome ed il cognome di Dario ben scritto sopra. Lui le sorrideva, con le braccia incrociate dietro la nuca, semisdraiato alla sua destra.
"Trovi in fondo il primo e in cima l'ultimo. Non te li avevo mai fatti vedere, eh?" Bea acosse lentamente la testa, gli occhi ingigantiti ed affascinati fissi ai documenti che le sue mano sfogliavano. Parole che si susseguivano a parole. Pareva che ci fossero stati almeno tre diversi esperti a lavorare su di lui e che nessuno fosse daccordo con gli altri.
"Dario, ma che cavolo..." inaspettatamente lui rise piano, socchiudendo gli occhi, come soddisfatto del suo profondo stupore.
"Hai visto? Non è fichissimo? Stella ha deciso che avevo qualcosa di storto circa dopo tre mesi che mi conosceva e non si è lasciata fermare fino a che non ha avuto una diagnosi abbastanza drammatica. Ti giuro che ad un certo punto ero tentato di fingere, che so, delirio, allucinazioni, qualcosina giusto per non deluderla..."
"Personalità narcisistica?" Chiese lei con voce acuta avvicinando agli occhi uno dei referti.
"Ah, si, quello è uno dei miei preferiti. Non male come conclusione, calcolando che non gli avevo nemmeno rivolto la parola, vero?"
"Accidenti. E tu cosa...?"
"Cosa, cosa?" Dario rise. Era sinceramente divertito dal suo sconcerto. "Bea, sono solo parole. È sempre stato un problema per te, eh? Non è che se una cosa è scritta diventa vera. Rimane solo una cosa scritta. Dai troppo valore a queste cagate. Se sei stata sincera con il dottore lo sai solo tu. Se quello che dice è vero o no, lo sai solo tu. Non importa se l ha scritto. Se è una stupidata rimane una stupidata. Allora: è una stupidata?" Lei deglutì.
"Mi sa di no."
"Okay. Ne devo dedurre che gli hai detto tutto? Sul serio?"
"Beh, si. Cosa ci sono andata a fare, se no?" Lui si alzò a sedere con aria incuriosita.
"Mah, non lo so. Io da tutta quella gente, ad esempio, c'ero andato perché Stella la piantasse di rompere i coglioni. Vedi a volte le differenze? So che quello che ha scritto Alboni l'ultima volta ha un senso perché quella volta lì ho voluto io che capisse il problema. Quindi eri seria quando mi hai detto che volevi risolvere la cosa?"
"Dario, porca miseria, si! Cosa credi, che faccia le cose solo per compiacere te? Non l'avrei fatto, se non ne fossi stata convinta." Protestò lei, prendendo l'ultimo foglio della cartellina, quello che portava la data di un paio di anni prima. Lesse con attenzione quello che, a detta di Dario, era l'unico referto attendibile.
"Quindi tu avresti un disturbo della personalità?" Lui annuì. "E che roba è? "
"A dirla in breve, la mia personalità si è sviluppata in un modo anomalo. Insomma...è sbagliata." Lei gli tese il foglio tenendolo con due dita.
"Brucialo." Risero insieme.
"No, Bea, sul serio. Guarda che ha un senso. Insomma, pensi che a me piaccia non essere capace di tenermi nessuno vicino? Non riuscire ad entrare in confidenza mai, con nessuno? Ci sei tu, ma perché con te sono cresciuto insieme. È una cosa che odio, il fatto di non riuscire mai a piacere a nessuno, sai? Mi fa sentire..." mosse le mani nell'aria, cercando di afferrare la parola che pareva decisa a sfuggirgli.
"Solo?" Suggerì lei a mezza voce. Dario annuì.
"Molto solo. E tu? Qui dice 'disturbo distimico dell'umore'. Che roba è?"
"Bah, una cosa tipo depressione, se ho capito bene." Dario annui di nuovo, mordicchiandosi le labbra.
"E secondo te ha senso?"
"Dario, non lo so. Forse sono solo una pessimista cosmica di stampo leopardiano, ci hai pensato?" Lui inarcò le sopracciglia.
"Come no? Io non faccio che pensare a queste cose! Che cazzo hai detto, si può sapere?" Fu la volta di Bea di ridere.
"Che magari è solo il mio carattere. Magari sono solo una musona."
"Cazzate. Prima non eri mica così. Eri sempre felice, una volta."
"Dario..."
"Sul serio. Io non vedevo l'ora di tornare da te perché riuscivi a far sentire felice anche me. Era contagioso. E adesso invece anche quando sei di buon umore sembri spenta. Pensavo che fosse solo colpa mia, ma..."
"Colpa tua?" Bea boccheggiò.
"Si, stupida nanetta. Insomma, se ho imparato una cosa in tutti questi anni è che non sono una persona facile con cui vivere."
"Sei una persona fantastica, con cui vivere. Voglio dire, sei...a me rende felice averti attorno!"
"Ah. Quindi prima eri ancora più triste?" Bea si raccolse in se stessa, fissando i fogli e riordinandoli per data, con studiata lentezza.
"Prima che tu decidessi di portarmi quella famosa pizza" disse a voce bassa, ma sorprendentemente chiara "iniziavo a pensare che forse sarebbe stato meglio lasciare semplicemente perdere. Tolto il lavoro non avevo niente altro. E quello, avrebbero trovato qualcun altro per farlo. Forse anche meglio di come faccio io. Più in fretta. Con più precisione. Volevo solo salutarti, perché mi mancavi tanto." Dario stava tentando freneticamente di deglutire quello che gli sembrava un nodo in gola grosso quanto il suo pugno. Ricordava quella prima sera, la sensazione di essere arrivato appena in tempo, ma quel ricordo era andato perso nel bailamme del loro ricongiungimento. Bea continuava a parlare, sempre calma e sommessa, come se narrasse una storia antica e avvincente. "Non facevo che pensare che ero troppo stanca. Troppo. E poi, anche se avrei voluto rivederti, quando mi guardavo allo specchio non volevo che ti mi vedessi. Sono diventata tanto vecchia. Non avrei mai pensato che tu potessi volermi ancora un po' di bene. Ma mi sarebbe piaciuto lo stesso poterti dare un bacio. Ci pensavo tutte le sere. Oh, mica niente di grosso, eh? Un bacetto. Solo per..."
"Basta." La voce di Dario era uno squittio di terrore. Bea si riscosse da quella che pareva quasi una trance e lo trovò al suo fianco, pervaso da un tremito leggero. "Basta, ti prego. Per favore." Lei gli sorrise.
"Beh, dai, sono ancora qui, no?" Con un unico movimento del braccio, Dario spazzò via dal letto tutti i fogli, madandoli sul pavimento. La cartellina rimbalzò una volta prima di fermarsi al centro della stanza. Allungò le braccia e strinse Bea al petto, con forza. "Dario? Darietto? Tutto bene?"
"No."
"Non volevo mica spaventarti."
"Sei stupida." La sua voce suonava arrabbiata e spaventata al tempo stesso. "Bea!" La chiamò poi, come fulminato da un'idea.
"Si?"
"E se non venivo? E se non avessi letto quello stupido sito?"
"Blog, amore." Lui la scrollò con una certa forza.
"Quello che è." Bea sistemò la fronte nell'incavo della sua spalla, mettendosi comoda.
"Non lo so. Non lo sapremo mai, ti pare?"
"Ma adesso non pensi più a queste cose, vero? Vero Bea?"
"Dario, calmati. Sto bene."
"Allora rispondimi."
"No. E come farei? Adesso ho troppa gente in giro, per queste cose." La stretta di Dario si accentuò ancora, mozzandole il respiro, regalandole una meravigliosa sensazione di appartenenza. Smisero di parlare. Si strinsero l'uno all'altra, con tutte le forze, ignorando il fastidio che proveniva dalle ossa e lo sforzo dei muscoli, a lungo, fino a che, senza nemmeno rendersene conto, si sdraiarono pian piano sul letto e scivolarono in un sonno consolatorio, ancora allacciati.
Le settimane seguenti furono estremamente impegnative per entrambi. Il primo impatto di Beatrice con la frequentazione dello studio di uno psicologo fu burrascosa, segnata da una serie di arrabbiature che sarebbero diventate, negli anni, vere e proprie pietre di paragone per tutte quelle a venire.
Era arrabbiata con Dario per averla costretta a prendere quella decisione e per avere talmente tanta fiducia nel fatto che avrebbe lavorato con determinazione per guarire in fretta, da non permetterle di fare altrimenti. Era arrabbiata con Viola, perché dava sistematicamente ragione a Dario, nel suo spingerla a fare l'impossibile per venirne a capo. Con Andrea, perché non sapeva nulla di quella faccenda e mostrava una sfacciata, continua allegria che le pareva estremamente fastidiosa, in quei giorni di umore cupo. Perfino di Swiffer non sopportava la presenza, ora che il cagnetto, che fin dal primo giorno si era follemente innamorato di Dario, pareva incapace di separarsi da lei.
Era tanto arrabbiata, che le pareca di essere continuamente sul punto di urlare, o impegnata a farlo.
Non si era mai sentita tanto infuriata e tanto a lungo, da che ricordava di essere se stessa, eppure le pareva che fosse proprio da quella rabbia che le veniva la forza per andare avanti a ripetere quegli stupidi esercizi comportamentali, ogni giorno, e per aprire bocca durante quelle sessioni apparentemente infinite che passava invariabilmente seduta sul bordo estremo della sedia, dalla terpista.
Arrivò al punto da passare quasi tutto il tempo in cui non lavorava rinchiusa nella stanza dove teneva i suoi libri, intenta a rimuginare senza sosta su ogni parola, ogni episodio della giornata.
Non voleva vedere nessuno. Non voleva nessuno attorno. Qualsiasi cosa dicessero o facessero le persone accanto a lei finiva per procurarle, presto o tardi, fastidio. Per la prima volta nella sua vita, questa considerazione includeva anche Dario. Preferiva lasciarlo al piano di sotto, impegnato in lunghi silenzi operosi nel suo studio o circondato dal fitto e costante chiacchiericcio mobile del suo degno compare, che trovarselo fra i piedi, intento a sbirciarla di tanto in tanto, accigliandosi preoccupato ogni volta che incontrava il suo sguardo.
Arrivò marzo e con marzo i primi soli.
La primavera, se possibile, parve portarle un'agitazione ancora maggiore, più profonda, come se un qualche elemento essenziale, da tempo sopito, della sua carne si stesse svegliando affamato.
Dario la osservava gironzolare, senza meta apparente, da una stanza all'altra, un giovedì sera, dopo il lavoro. Il viso di Bea si era come trasformato, in quegli ultimi tempi, insieme a molto altro di lei.
Stava riprendendo peso, seguiva la dieta che le era stata assegnata con un puntiglio quasi eccessivo, ma non era quello che colpiva il suo sguardo.
Era come se ogni dolcezza fosse stata cancellata, abrasa violentemente dalla sua figura, dalle sue movenze e dalla sua voce. Era sempre stata distratta, tanto da andare spesso a sbattere contro spigoli e mobili, ma, nelle sue movenze, era insito un garbo non comune, che ora sembrava semplicemente sparito nel nulla. Camminava rigida, con le spalle buttate all'indietro, come protesa in un'attesa di attacco che non aveva mai fine. La sua bocca morbida, generosa, appariva compressa in una linea netta, dura, che dava all'intero viso un'aria d'ira a stento repressa.
Perfino nel suo sguardo riconosceva solo una lontana minaccia, il brontolio basso del tuono che annuncia un temporale estivo, gravido di fulmini.
Dario posò la testa all'indietro, sul divano. La punta della lingua continuava a toccare la cicatrice sul labbro, seguendola dentro e fuori della bocca, in un gesto inconsapevole di profonda riflessione. Bea, intorno a lui, si muoveva per casa, avanti ed indietro, rassettando, strappando vecchia corrispondenza e volantini pubblicitari con immotivata violenza, girando a vuoto, senza nemmeno cercarlo con gli occhi. Era come vedere qualcosa che senti di aver già visto, ma non riesci a ricordare dove o quando. Il modo di fare che aveva preso, per quanto anomalo, gli suonava familiare, ma capirne il motivo rimaneva, ostinatamente, appena fuori della sua portata. Si alzò con un lungo respiro. Non aveva un'idea chiara di cosa fare, ma sentiva di dover fare qualcosa. Perché sapeva cosa le stava succedendo. Si stava caricando, come una molla, e ben di più di quanto potesse sopportare. Non era certo che lei, che chiunque non l'avesse provato per tutta la vita, come era accaduto a lui, sapesse cosa succedeva quando il meccanismo di ritenzione dinquella molla interiore, alla fine, invariabilmente saltava, lasciando che tutta la carica accumulata eplodesse, ma lo sapeva lui, e tanto bastava. Arrivò alle sue spalle senza prestare particolare attenzione a non farsi sentire, eppure lei non si accorse di nulla. Lo capì dal suo sussulto, quasi un salto, quando le parlò.
"Bea, guarda che se vai avanti così scoppi."
"Cosa?" Lo guardava con un miscuglio di rabbia e paura negli occhi che lo spaventò. C'era anche amore, ne era certo, nel suo sguardo, ma soffocato dal veleno come un germoglio dai rovi.
"Ho detto che se continui così scoppi. Devi sfogarla, quella cosa. Tanto non ci rimane lì dentro all'infinito."
"Ah si? E questo chi te lo ha insegnato?" Dario sospirò.
"Nessuno. O, meglio, circa ventitré anni di convivenza con mio padre. So quello che dico, fidati. Tirala fuori. Fallo come ti pare, ma fallo in fretta." Il viso di Bea si chiuse ancora di più.
"Non so di cosa parli." Tagliò corto, muovendo verso la cucina. Dario allungò il braccio con aria indifferente e la riacchiappò, riportandola alla posizione precedente.
"Parlo del fatto che sei incazzata nera. E forse anche piuttosto spaventata."
"Sto benissimo, grazie Dario."
"Bea? Chi prendi in giro, me o te? Sul serio, dammi retta. Lo so cosa..."
"Cosa?" Gli chiese lei con aria dura. "Cosa, sai, tu?"
"Ad esempio che è quasi un mese che non vai da Viola. Mi ha chiamato per chiedermi come stai."
"Ma che bravo! Ti sei fatto un sacco di amici! È meraviglioso!"
"Bea."
"Cosa, Bea? Non era quello che volevi? Farti tanti amici e passarci il tempo assieme? Bene, bravo. Adesso ce li hai, gli amici. Io mangio come una vacca. Fai il lavoro che volevi. Hai tutto quello che vuoi, no?" Dario annuì.
"Si. Infatti. Quindi?" Le chiese reprimendo il desiderio di ricambiare le sue provocazioni.
"Quindi, lasciami stare. È possibile, questo? Lasciami in pace. Non voglio..."
"Parlare con nessuno? Vedere nessuno?"
"Si, esatto."
"No."
"No cosa?" Bea apriva e chiudeva i pugni ritmicamente, in preda ad un sentimento cui non avrebbe saputo dare un nome.
"No. No, Bea, non puoi. Non puoi metterti da una parte ad accumulare tutta questa rabbia e pensare che te lo lasci fare senza dire niente."
"Ah, per quello. Parla. Dì tutto quello che vuoi." Bea abbassò lo sguardo sulle proprie mani e le costrinse a rilassarsi, poi respirò a fondo prima di rialzarli in quelli di Dario. Quando lo fece, pareva aver recuperato il controllo. "Senti, mi dispiace se non sono di compagnia, va bene? È un momento difficile, per me. Passerà. Per ora davvero non mi sento in grado di parlare con nessuno. Divento...sgradevole, senza neanche rendermene conto. Come adesso. Non volevo trattarti così, eppure, vedi, l'ho fatto lo stesso. Scusami." Gli sorrise, un pallido sorriso tirato, e, posandogli leggera la mano sul braccio, gli passò accanto.
Ancora una volta Dario si allungò per afferrarla e, stavolta, la strattonò bruscamente, riportandola indietro con tanta forza da fale quasi perdere l'equilibrio. Bea levò su di lui uno sguardo interrogativo.
"Ripetiamo da capo." Disse lui. Le sue labbra sporgevano appena e la sua voce si era fatta lenta, pesante. "Perché secondo me non hai capito il concetto. Non ho intenzione di lasciarti scappare. Non puoi. E basta. Quindi adesso mi guardi in faccia e mi dici cosa ti rode. Chiaro, stavolta?" Vide il fremito di rabbia che la percorse e ne fu quasi felice. Allargò le gambe ed incrociò le braccia sul petto, disponendosi all'attesa.
"Dario, te l'ho detto. È solo un brutto periodo. Non devi preoccuparti. Adesso lasciami andare..."
"Tu resti qui." Il mento di Dario si protese in avanti.
"Piantala, su..."
"Ferma e buona. E mi dici cosa c'è." Qualunque cosa fosse, quello che tormentava Beatrice, in quel momento stiracchiò prepotentemente le membra e lei posò i pugni sui fianchi, fronteggiandolo col viso rivolto al suo, senza ombra di timore.
"Ah, si? E perché, perché lo dici tu?" In Dario scattò fulmineo il ricordo. La testa appena inclinata all'indietro, l'aria di sfida, la posa che aveva preso, perfino il tono canzonatorio della sua domanda. Era tale e quale quando l'aveva conosciuta, da bambina, prima ancora di imparare a scrivere. Era stata così, prima che le lunghe ore di paziente lavoro di sua madre e di Dora la educassero ad un comportamento più civile ed, esattamente come allora, Dario sentì crescergli in petto la voglia di cancellarle quel mezzo sorrisetto di scherno dalla faccia.
"Si, brava, proprio per quello. Vedi che a darti tempo le capisci, le cose?"
"Sembri tuo padre, guarda!"
"Complimenti! Dieci punti. Adesso però non cambia un cazzo." Replicò lui sentendosi suo malgrado irritato da quell'osservazione. Quando Bea tentò ancora una volta di oltrepassarlo, la respinse indietro con forza maggiore di quanto avrebbe voluto, costringendola a fare un lungo passo per non cadere, ma non ne provò rimorso.
"Ti ho detto di piantarla!" Gli ordinò lei seccamente.
"E io ti ho detto che stai al tuo posto fino a che non rispondi." Inaspettatamente, Bea gli si avvicinò e gli assestò una spinta, con tutta la forza, tanto da farlo barcollare. A quel punto, Dario sentì montargli dentro una rabbia enorme. Detestava essere colpito, perfino in quel modo, e il fatto stesso di essersi lasciato cogliere alla sprovvista lo faceva infuriare ancora di più. Si fece avanti, minaccioso, con il viso che andava arrossando.
"Cosa dovrei fare, adesso? Eh? Avere paura?" Gli chiese lei strafottente.
"Dovresti." Le rispose lui. La sua voce era diventata un cupo brontolio. "Potrei anche decidere di farti male, lo sai?" Bea si avvicinò ancor di più, invece di indietreggiare, e gli sferrò un pugno alla spalla, tanto veloce che lui non la vide nemmeno. Dario ringhiò oltraggiato.
"A me sembra che qui quello che rischia di farsi male sei tu."
"Beatrice, attenta. Molto attenta. Stai passando il limite."
"Dio mio, che paura! Non ho neanche il passaporto, guarda!" Dario allungò la mano e la spinse all'indietro, verso il muro alle loro spalle, ricevendone in cambio un secondo pugno, rapidissimo e preciso, che andò ad atterrare nello stesso punto del primo. Non gli faceva alcun male. Non era solo una questione di massa, ne era sicuro, in quell'angolo del suo cervello in cui sopravviveva qualcosa di razionale. Stava facendo apposta, Bea, a fare piano, tanto da far sentire appena che lo toccava. Non avrebbe fatto male nemmeno ad un bambino, in quel modo. Ciò nonostante, il fatto stesso di essere colpito lo mandava in bestia ed era certo che lei lo sapesse.
"Bea. Smettila."
"Lasciami in pace, allora."
"No. Smettila e basta."
"No." Il tono dello scambio di battute sembrava davvero quello dei bambini che erano stati e Dora, se fosse stata presente, avrebbe potuto raccontare loro delle decine di volte in cui li aveva visti fare la medesima cosa: Dario che partiva, lancia in resta, per ottenere ciò che voleva e Bea che lo provocava fino allo sfinimento. Avrebbe potuto perfino dire loro cosa sarebbe arrivato dopo.
Dario avanzò ancora di un passo, senza riuscire a costingerla ad arretrare. Erano tanto vicini che avrebbero potuto baciarsi, volendolo.
"Bea, ti avviso, se provi a toccarmi un'altra volta..." sempre rapida come una serpe, lei alzò la mano e lo colpì con un solo dito, al centro esatto della fronte. Non fece a tempo a riabbassare il braccio. Dario glielo afferrò e lo torse all'indietro, bloccandoglielo contro la schiena.
"Adesso mi hai rottomi coglioni, zanzara che non sei altro!"
"E cosa pensi di fare? Di prendermi a schiaffi?" Anche così Bea gli si protendeva contro aggressiva, alzandosi sulla punta dei piedi.
"Ti farebbe solo del bene!"
"Ma guarda che io poi te lo ridò indietro, eh?" Dario se la strinse addosso, tentando di bloccarla completamente.
"Lo vedi che sei incazzata come una iena? E hai il coraggio di darmi torto!" Le ringhiò all'orecchio, riuscendo finalmente ad intrappolarla. Lei si divincolò con forza, mugolando. D'improvviso emise un unico grido, alto, penetrante, assordante a quella distanza ridotta. "Urla, urla pure. Tanto non ti mollo."
"Lasciami!"
"No!" Bea si afflosciò fra le sue braccia, come un pupazzo inanimato. Sentiva il cuore di Dario battere forte contro di lei, le sue braccia attorno, le sue mani stringerla. Ma era davvero arrabbiata, al punto da non interssarsene affatto. Voleva solo che lui la lasciasse. Non le importava del resto. Se avesse potuto picchiarlo davvero, l'avrebbe fatto di certo. "Guarda che non ci casco, bastardella." Disse lui aumentando ancora la pressione sui suoi polsi.
"E va bene, sono arrabbiata! Sei contento adesso? Mi lasci andare?"
"Dimmi perché."
"Non lo so! Mollami!"
"Non ci penso neanche." Bea tentò di scalciarlo, senza alcuna forza, e lui le alzò le braccia verso le scapole, strappandole un gemito.
"Mi fai male."
"Com'è che mi dici tu quando mi morsichi? Lo so. Adesso dimmi perché."
"Perché si." I suoi polsi procedettero di qualche altro centimetro verso le spalle e stavolta gridò.
"Ma smettila, tutta scena. La mia risposta."
"Sei uno stronzo!" Gli gridò lei, con tutta la voce che aveva. Nello stesso tono venne la risposta.
"Dimmelo!" Bea iniziò a sentir affiorare le lacrime e questo la fece infuriare ancora di più.
"Perché ci stanno cambiando, va bene? Ci stanno cambiando e tu ne sei felice!" Dario gonfiò il petto in un respiro che parve infinito.
"Adesso ti dico la mia teoria."
"Lasciami."
"Zitta, sto parlando. La mia toria è che siano stati quegli stronzi che ci hanno tirato su a cambiarci, mi segui? Mi ascolti?"
"Ti ascolto, ma lasciami andare. Mi fa male."
"Si, si, lo so che ti fa male, ma concentrati. La mia teoria è che siano stati loro a cambiarci e noi adesso stiamo tornando come eravamo prima che ci incasinassero la testa. Cosa ne pensi?"
"Non ne penso niente." Dario sbuffò, poi strinse le braccia verso il petto fino a che la sentì gemere di protesta.
"No, Bea. Cosa ne pensi?"
"Non lo so." Rispose lei, lasciando finalmente libero sfogo al suo pianto. Le lacrime le corsero sul viso, senza alcun suono.
"Perché io mi ricordo che una volta non eravamo così. Eravamo felici. Tranquilli. Siamo riusciti a stare abbastanza bene, finché eravamo insieme. O no?"
"Stavo bene con te." Ammise lei dopo un attimo di silenzio.
"E io non le voglio, le loro porcate nella testa per il resto della vita. Voglio stare con te. Senza loro di mezzo. Cosa ne dici?"
"Si."
"Si?"
"Si, Dario." Bea alzò il capo verso di lui e attese che chinasse il viso per dargli un bacio. Mentre le loro bocche si baciavano, lui allentò piano la presa sulle sue braccia. "No, stringimi." Gli sussurrò lei sulle labbra.
"Ma ti faccio male..."
"Lo so. Mi piace." Un minuscolo sorriso malizioso si insinuò sul viso di Bea. Dario la guardò aggrottando le sopracciglia.
"Sei una piccola pervertita, lo sai?"
"Mm. Anche tu." Gli ripose lei muovendo dolcemente il bacino contro la sua erezione.
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