domenica 15 febbraio 2015

57

Dora sospirò cercando sul fondo della capiente borsa marrone la chiave. Gliel'aveva data Beatrice, quel primo giorno in cui era capitata quasi per caso da loro e l'aveva trovata raggomitolata nel letto, intontita per il troppo piangere e con le labbra spaccate dalla sete. Da quel giorno, era arrivata da lei, puntuale, ogni mattina, e aveva, pezzetto per pezzetto, rimesso insieme la catena di eventi che aveva portato a quel tracollo.
Aprì il portone e rimase per un attimo nel piccolo ingresso. Un altro sospiro le scaturì dal fondo del petto generoso, mentre si guardava attorno.
Poche stoviglie, perfettamente pulite ed ordinate, messe a sgocciolare sul lavandino. Il salotto deserto, con la sensazione che fosse vuoto da un bel pezzo ad aleggiare nell'aria. Le finestre accostate, che spandevano una sgradevole penombra nella casa silenziosa.
Le cose non si erano ancora messe a posto.
Dario, il suo Dario, non le rispondeva al telefono, rifiutava di parlarle. Non riusciva a capirne il motivo. Era sicura, per quanto potesse essere sicura di qualcosa, che Beatrice non gli avesse nemmeno rivolto la parola, figurarsi se poteva avergli parlato delle sue visite giornaliere.
Eppure, doveva aver intuito qualcosa, o, forse, lo sperò con tutto il cuore, mentre iniziava a salire, uno scalino dietro l'altro, sentendosi persino più pesante del normale, come gravata dell'atmosfera di disastro imminente di quel luogo, forse sapeva, in fondo, di star facendo qualcosa di sbagliato. Forse era vergogna, quella che lo portava a rifiutare il confronto con lei, e non presunzione. Dopotutto, il cuore ce l'aveva sempre avuto al posto giusto, quel ragazzo.
Almeno, lei l'aveva sempre pensata così, prima di vedere quello che vedeva ogni giorno in quella casa.
Aprì con infinita dolcezza la porta scura dietro la quale, nella semi oscurità della camera da letto, si intuiva appena la sagoma della donna ranicchiata fra le coltri.
L'odore era terribile, rancido, di chiuso e di disperazione, l'odore di un malato grave rinchiuso in una stanza da cui non sperava nemmeno più di uscire.
Non era quella l'accoglienza che si sarebbe dovuta riservare ad una nuova vita in arrivo, pensò ancora una volta, accostandosi al letto. Con un gesto distratto, passò la mano sul pelo arruffato del canetto, che non si muoveva da accanto alla padrona se non per mangiare ed espletare i suoi bisogni.
"Beatrice, svegliati, è tardi. C'è il sole, oggi. E oggi tu mangi qualcosa adesso, si?" La sagoma sotto le coperte si mosse appena, nascondendo ulteriormente il volto.
"Dodo? Ma sei già arrivata? Che ore sono?"
"Quasi le nove. Alzati, da brava, su. È ora di scendere, devi mangiare." Le sue parole scatenarono un flebile mugolio di protesta, che lei arrestò con il semplice espediente di scostare le coperte. Lo fece con gentile lentezza, con in finito amore, come l'aveva fatto durante ognuna delle malattie che avevano accompagnato l'infanzia di Bea, tanto tempo prima, eppure la donna sdraiata sul letto tremò, abbracciandosi stretta, come se l'avesse esposta ad una corrente glaciale.
"No...non voglio alzarmi. Ti prego, Dora. Lasciami stare qui." Dora schioccò sommessamente la lingua contro il palato esprimendo il suo dissenso e le passò un braccio attorno alle spalle per trarla a sedere sul letto.
Pareva un  fagotto di stracci, non una donna. In pochi giorni pareva che la carne le si fosse sciolta da sopra le ossa e non faceva che starsene nascosta fra le coperte, rivestita da strati concentrici di vestiti.
Obbediente, nonostante le deboli proteste, Bea si alzò e seguì Dora al piano di sotto, nella cucina pulita ed ariosa.
Quando la donna accese le luci sopra i fornellimed il lavello, si schermò gli occhi con le mani, ma si sedette ugualmente dove lei le indicava, senza opporre la minima resistenza.
Le pareva di non avere più una volontà sua. Era diventata solo un organismo che provava dolore, una cellula che gridava la sua agonia sotto lo sguardo spietato della lente di un microscopio.
Negli ultimi giorni, almeno tre, aveva iniziato a rigettare con momotona regolarità dall'alba fino al momento, che le sembrava sempre troppo lontano, in cui sentiva la porta di ingresso chiudersi dietro a Dario.
Non riusciva a buttare giù nulla, da sola, i suoi pasti si erano ridotti a quello che Dora la costringeva, con materna pazienza, a mangiare la mattina e a pranzo, perciò i suoi conati antelucani strizzavano con crudele metodicità uno stomaco vuoto e già fin troppo provato dai lunghi digiuni.
Era tornata d'un tratto, senza alcuna soluzione di continuità, ai tempi del suo primo ingresso in quella casa. Non era che non volesse mangiare. Era che non le importava, non sentiva nemmeno lo stimolo della fame, ed il tempo le sfuggiva dalla mente, come una manciata d'acqua attraverso le dita.
Passava quasi tutto il tempo in uno stato di torpore che non poteva definirsi sonno, ma era privo della lucidità della veglia, e ne era ben felice. Stava moltoo attenta a non fare nulla chenpotesse contrastare quello stato, rovinandolo o rompendone il perfetto equilibrio. Senza di esso, le sarebbe stato impossibile sopportare i lievi rumori che produceva Dario vivendole attorno, senza mai sfiorarla, senza mai rivolgerle la parola. Non era più tornato nella loro stanza, nemmeno per rifornirsi di abiti puliti.
L'aveva chiusa fuori, lui stesso, con le sue mani e la sua volontà. Bea provò il desiderio dimpiangere, ma si trattenne, di fronte a Dora.
L'aveva chiusa fuori, al buio e al freddo, lontana da lui, e lei nonnpoteva farci niente. Sarebbe stata ben disposta a combattere se qualcosa, qualcuno si fosse frapposto fra loro. Ma se Dario davvero non la voleva accanto, avrebbe fatto a meno di imporgli la sua presenza.
Mentre Dora le posava di fronte il tè caldo e un intero piatto di biscotti, si chiese ancora una volta se sarebbe riuscitama scivolare via, se le sarebbe stato possibile, quella volta, passare dal suomstato di torpore al sonno e dal sonno non svegliarsi semplicemente più. Sarebbe stato meglio per lei, meglio per tutti. La cessazione del dolore le appariva come il più ambito dei premi, in quel momento.
Una parte della sua mente cercò affannosamente dimricordarle che solompoco tempo prima era stata felice, che era possibile essere felici, ma lei la zittì con spossata decisione. Non poteva pensarci, ora. Sarebbe stato peggio, come pensare ad un bel bicchiere di acqua fresca quando si è arsi dalla sete.
'No' si ripetè 'l'unica soluzione felice per tutti sarebbe quella. Solo tornare a letto e non rialzarmi più.'
Senza preavviso, Dora batté il palmo della mano sul tavolo di feonte a lei, forte, facendola sussultare violentemente per il rumore improvviso.
"No, a queste cose non si pensa neanche." Le disse in tono perentorio. Bea la guardò attonita.
"Ma, Dora, scusami bene, non puoi sapere cosa penso."
"Quando sarai vecchia come me, allora saprai anche queste cose. Adesso mangia e smetti di pensare a queste cose brutte."
"Dora, sul serio, guarda che..." L'altra la ignorò volutamente.
"Così non è possibile andare avanti. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti. Oggi chiamiamo la tua amica Viola."
"No. No, Dora, grazie, ma non voglio mettere in mezzo a questa storia nessun altro." La donna annuì, come se si fosse aspettata quella risposta.
"O chiami la tua amica, o io chiamo tuo padre." Beatrice si raddrizzò sdegnata.
"No, tu mio padre non lo chiami!" Dietro gli occhiali dalla montatura severa, Dora assunse un'espressione di sicurezza.
"Seimsicira che non lo chiamo? Io dico che lo chiamo." Bea sbuffò riportando la sua attenzione sui biscotti.
"Ma perchè, poi, scusa?"
"Devi vivere. Devi stare bene." Bea si sentì stringere il cuore. Le pareva che la stesse costringendo senza alcun motivo ad affrontare troppe prove.
"Ripeto: perché?" Le chiese. La voce rotta contraddiceva platealmente l'aria di sfida sul suo volto. Dora le posò una mano sulla spalla e si chinò su di lei.
"Perché sei la mia bambina, signorima. E io ti voglio bene." Le rispose con semplicità.

Dario osservava il cellulare, illuminato, vibrare sul piano di lavoro, accanto alla sua mano. Contò gli squilli, senza mai staccare gli occhi dal nome apparso sul display, fino a quando la persona dall'altra parte non si stancò, rinunciando al tentativo.
Non possedeva una segreteria telefonica, non l'aveva mai voluta. Le giudicava un enorme spreco di tempo e una notevole seccatura e nulla più. Se non aveva voglia di sentire quello che avevano da dirgli, non aveva senso che lo registrassero obbligandolo ad ascoltarlo comunque.
Quando il piccolo schermo si spense, riportò gli occhi sul suo lavoro. Non aveva nemmeno mosso la testa.
Non ne aveva la forza.
Andrea lo tallonava e, nonostante la sua dichiarazione di qualche giorno prima, quando gli aveva detto di essere disposto a rispettare il suo silenzio, la frequenza con cui lo vedeva spuntare ovunque lo impensieriva, lasciandogli presagire una qualche sorta di interrogatorio.
Perfino Dora pareva intenzionata a non mollare la presa, negli ulimi giorni.
Alla sua logica appariva evidente che le notizie si fossero diffuse, in qualche maniera, e non gli rimaneva che sperare che non fossero filtrate fin nei dettagli.
Una volta di più, si sentiva come messo all'angolo, circondato da benintenzionati che cercavano di premerlo e pressarlo nel tentativo di incunearlo nel punto esatto in cui credevano sarebbe stato meglio si trovasse.
Stavolta, però, davvero non se la sentiva di assecondarli. Gli pareva che tutta la sua vita, tutto quello per cui aveva lavorato, tutto quello che aveva sentito e provato in quegli ultimi anni, fosse crollato come un corpo morto, trascinandolo con sé. Sapeva come avrebbe dovuto sentirsi. Era cosciente che dopo un evento del genere rabbia, dolore e forse perfino disperazione avrebbero dovuto fargli trascorrere notti insonni e giornate disordinate.
La verità era che non sentiva nulla, se non il senso di fastidio, quasi di noia, per l'eccessiva invadenza delle persone che dicevano di volergli bene.
Perfino l'affetto per Dora e quellostrano senso di comunanza che aveva finito per provare verso Andrea, cameratismo, si corresse distrattamente, non erano niente di più che un concetto accademico.
Non aveva voglia di parlare con qualcuno che avrebbe fatto appello a sentimenti i quali, semplicemente, non sussistevano. Lo metteva in imbarazzo, come se si sentisse in difetto, in colpa, per il fatto di non provare nulla.
Una volta di più, il luogo in cui si sentiva più a suo agio, forse l'unico in cui si sentiva a suo agio, rimaneva il laboratorio. Lì ogni cosa era e restava al suo posto, vincolata da convenzioni e leggi immutabili, e nulla gli riservava brutte sorprese. Molta gente, nel corso degli anni, gli aveva domandato cosa trovasse di tanto affascinante nella chimica e lui si era sempre chiesto, a sua volta, come potessero non capirne la profonda, quasi viscerale, attrattiva. Era l'ingranaggio che spingeva la molla del mondo intero, la prova provata e certa che ciò che in superficie appariva come caotico e banale possedeva solide fondamenta e si muoveva, da sempre e per sempre, lungo un binario bene oliato da cui non esisteva deviazione. Era come avere un sentiero nella foresta cupa in cui li avevano gettati a vivere, un sentiero che era già al suo posto infinite centinaia di anni prima che i loro piedi lo calpestassero e sarebbe stato al medesimo posto, netto e invariato, infinite centinaia di anni dopo che la loro stupida razza sarebbe scomparsa dalla faccia del mondo.
Era un mondo, era il mondo, in cui, una volta capite le regole, nulla ti si sarebbe rivoltato in mano per azzannnarti.
A quella considerazione, il suo pensiero si volse spontaneo verso Beatrice. Quella si che era stata una cosa che gli si era rivoltata nella mano, che lo aveva colpito proprio dove era più profonda la sua fiducia. Eppure, nemmeno pensando a quello provava davvero qualcosa. Solo un senso di vuoto, come anestetizzato. Gli ricordava da vicino la sensazione che sinprova tastando con la lingua un punto della bocca sul quale ha appena lavorato il dentista, prima che l'effetto dei farmaci scompaia. Non aveva alcuna fretta di affrontare quel dolore e, nonostante un campanello di allarme suonasse insistente nel fondo della sua mente, avvisandolo in tono sempre più concitato che avrebbe dovuto parlarne con qualcuno, per lo meno con la terapista o con il dottor Alboni, il suono era distante, ovattato. La sua volontà era più forte di quel suono e la sua volontà diceva che qualsiasi cosa che lo avesse costretto a confrontarsi con quello che stava accadendo era male.
Guardò l'orologio. Erano quasi le otto di sera, tempo di sloggiare.
Se solo avesse potuto, si sarebbe fermato a dormire lì, dove ogni cosa era lustra ed ordinata, ma non poteva.
Non che a casa si trovasse male, riflettè infilando ordinatamente i suoi appunti nelle cartelline giuste, senza dimenticare di apporre la data nell'angolo in fondo a destra di ogni singolo foglio. Dormiva come un sasso e non trovava mai un filo fuori posto, gli pareva quasi di vivere solo.
Lo inquetava invece, in un modo lieve ma indiscutibile, ogni piccolo movimento che sentiva, ogni suono che sapeva essere provocato da Bea. Per qualche motivo, che pareva irrazionale perfino a lui, gli pareva che quei rumori venissero al suo orecchio con la precisa intenzione di attirare la sua attenzione sulla persona al piano di sopra e ne era infastidito, come sarebbe stato infastidito da una interminabile sfilza di velate accuse.
Non che Beatrice gli fosse capitata davanti, figurarsi parlargli, dopo quello che era accaduto, ma lo stesso qualcosa in lui reagiva con forza alle prove della sua esistenza.
Tornò a casa e posò le sue cose, allungando come d'abitudine immediatamente la mano verso il sottile guinzaglio di cuoio.
Schioccò la lingua un paio di volte per richiamare Swiffer e il cagnetto trotterellò giù per le scale con aria mesta.
Perfino lui pareva aver capito che il tempo delle feste sguaiate era finito.
Dario aprì la porta di casa sussurrandogli qualche sciocchezza e scese i pochi scalini che lo separavano dal marciapiedi.
"Allora, ascoltami bene, amico." Disse a bassa voce rivolto al cane. "Stasera vediamo di fare una passeggiata come si deve, mi hai capito? Basta con questo atteggiamento da lavativo che hai messo su ultimamente. Okay? " Dario iniziò a camminare con aria decisa.
Come accadeva ogni sera da giorni, Swiffer fece appena pochinpassi prima di scegliere un angolino nascosto e fare ciò che doveva. Dopo di che, si rifiutò di proseguire, arrivando a stendersi a terra in risposta alle insistenze del padrone.
Nonostante i sibili, le moine e le imprecazioni di Dario, rimase ostinatamente immobile fino a quando non lo vide rassegnarsi e tornare sui suoi passi, verso casa.
Allora, e solo alllra, si rialzò di buon grado e lo precedette alla porta e dentro casa.
Rimase immobile mentre Dario sganciava il giunzaglio e poi, senza attendere oltre, si lanciò a buon passo per le scale.
Dario sospirò entrando in cucina. Accese le luci e si passò una mano sul volto, rassegnato. Sapeva dove Swiffer trascorreva ogni  momento, quasi dimenticando la sua ciotola. Sapeva che, a volerlo trovare, non avrebbe dovuto far altro che entrare in quella che era anche la sua stanza da letto, dove si trovava Beatrice.
"Migliore amico dell'uomo un gran bel cazzo." Brontolò alla cucina vuota, iniziando ad aprire e chiudere senza costrutto uno sportello via l'altro, mentre cercava un'idea per la cena.
Tutto era silenzio, come se fosse rimasto assolutamente solo sulla faccia della terra.
Immerso in quel clima cupo, quasi impressionante, non poté fare a meno di sussultare quando, per l'ennesima volta nella giornata, il cellulare prese a vibrare, producendo un basso ronzio, dal suo posto sul tavolo.
Si avvicinò per vedere chi fosse, quasi per forza dell'abitudine.
Stella. Lo chiamava ancora, di tanto in tanto, una volta al mese o poco meno. Continuava a chiamarlo, nonostante lui non le rispondesse da tempo, forse perfino dall'epoca del suo matrimonio.
Prima ancora di chiedersi cosa diavolo stesse facendo, prese il telefono ed accettò la chiamata, portandolo all'orecchio.
Perfino lì, attraverso il ricevitore, non gli arrivava altro che un silenzio statico.
"Pronto?" Chiese con voce misurata.
"Dario?"
"Si."
"Scusa, non me l'aspettavo. Tu non rispondi mai e..."
"Stavolta ho risposto. Dimmi, cosa c'è?" Di nuovo un lungo silenzio, tanto che quasi chiuse la comunicazione. Non sapeva cosa aspettarsi, se una raffica di insulti e recriminazioni o una qualche domanda banale su documenti in comune. Quella che udì fu, invece, una domanda fatta con voce sommessa, esitante, quasi infantile.
"Dario, stai bene?" Dario sospirò. Gli parve di sentire quel sospiro salirgli dai talloni. Qualcosa in quella voce era come una morbida, lisa, vecchia brutta abotudine che credeva, in tutta sincerità, di aver perso per sempre.
Invece, si ritrovò a sedersi e a dare inizio ad un lungo discorso, scivolando nel linguaggio che usava con lei da sempre senza accorgersene, allo stesso modo in cui scivolava nel conforto della sua antica felpa grigia e stinta quando era di malumore.
"Mah, Ste. Sono stato anche meglio." Disse, sapendo che non sarebbe riuscito a fermarsi.

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