Beatrice lo lasciò andare, lo lasciò uscire dalla stanza, seduta sul letto, le mani abbandonate di fronte a sé come una cosa morta, distaccata dal suo corpo. Non sentiva la forza per fermarlo e, nel profondo, temeva che ogni ulteriore parola, ogni ulteriore gesto potessero scatenare qualcosa di irreparabile.
Era vuota, ora che il sottile schiocco della serratura aveva segnato una ulteriore, imprevista separazione fra loro, vuota e sola ad affrontare il suo dolore.
No, non sola, si corresse bruscamente, volgendo la testa da un lato, gli occhi stretti da cui ancora non accennava ad uscire neppure una lacrima. Per i prossimi mesi, per quanto lo desiderasse, sola non lo sarebbe stata mai, con quella cosa che le cresceva nella pancia, contro il suo volere. Quella persona che era arrivata, non prevista e non voluta, le aveva già strappato, oltre al dominio sul suo stesso corpo, anche l'amore e l'affetto di Dario.
Tremò, assalita da un gelo improvviso, inspiegabile, come se la sua stessa anima si stesse torcendo in uno spasmo doloroso.
Non avrebbe mai creduto di dover vivere abbastanza da vedere quel giorno. Dario se n'era andato da lei, lo sentiva, in un modo molto più profondo di quanto il suo semplice gesto lasciasse intendere. Poteva sentirlo davvero, nel mezzo del petto, fra i seni e più sotto, appena sopra la bocca dello stomaco, come se un'articolazione forte e salda fosse stata crudelmente slogata, storta fino a disarticolarsi gemendo sul suo asse.
Dario se n'era andato da lei e l'aveva fatto di sua volontà, sui suoi stessi piedi, senza che fosse necessaria nessuna minaccia o coercizione. Se n'era andato perché non le aveva creduto.
Gli era stato più facile crederla una traditrice, pensarla fra le braccia di un altro uomo, sentirsi ingannato, che prestarle fiducia.
No, davvero, non avrebbe mai voluto vivere fino a vedere quel giorno.
Un gemito basso, subito soffocato, le uscì dal fondo della gola, come per un colpo improvviso.
Ancora non trovava la forza, o forse lo scopo per muoversi.
Non poteva richiamarlo indietro, nemmeno supplicarlo sarebbe stato sufficiente a far tornare nella stanza quella parte di lui che desiderava quanto e più dell'aria.
Le parve che qualsiasi cosa potesse fare, qualsiasi movimento, fosse completamente vuoto di ogni scopo. Pensò ai giorni che la aspettavano, da passare a quel modo, alle settimane, se lui non fosse tornato sulle sue decisioni. A tutte le ore che le si stendevano di fronte come una strada piana e grigia che si srotolava in un paesaggio altrettanto piano e grigio, pieno solo del pensiero che lui se ne fosse andato di sua volontà e che non sarebbe tornato.
Beatrice desiderò poter svanire, potersi sciogliere nell'aria come condensa e smettere di esistere, per sottrarsi a ciò che la aspettava. Avrebbe voluto morire, in realtà, ma esitava ad ammetterlo a se stessa, per aver visto di prima persona la brutale realtà della morte.
Si costrinse a riscuotersi, ad uscire da quei pensieri, e, come una fiammata fra l'erba secca, si sentì investire da una vampa di rabbia nei confronti di quella creatura che le aveva invaso il corpo, sottraendola alla sua pacifica esistenza.
Storse il viso in una smorfia di rabbia e strinse il pugno, ma, al momento di calarlo là dove pensava si trovasse quell'ospite indesiderato, il suo braccio perse forza e il colpo risultò fiacco ed inefficace, poco più di un buffetto.
Non poteva colpirlo. Non riusciva. Si chiese se fosse una qualche sorta di istinto, di riflesso ormonale, un'ulteriore trappola che il suo corpo traditore le tendeva, ma rapida le affiorò alla mente l'immagine di Dario bambino, piccolo quanto lo riusciva a ricordare, coi denti spaziati da animaletto selvatico e le lentiggini su tutto il viso.
Una parte di lei si chiese se la persona nella sua pancia si stesse preparando ad essere tanto simile a quell'immagine quanto lei l'avrebbe desiderato e si rese conto che, molto più che dal suo corpo, era dal suo cuore che stava venendo tradita.
Non poteva odiarlo, perché era parte di lui.
Strinse gli occhi e si raggomitolò sulla trapunta, ficcandosi le dita fra i capelli.
"Dio quanto vi detesto, tutti e due!" Mugolò frustrata. Era certa che sarebbe stato un maschio. Non poteva essere altrimenti.
Andrea si attardò tamburellando le dita contro lo stipite della porta del laboratorio. Dal punto in cui si trovava, poteva vedere la schiena dell'altro, assorto nel suo lavoro. Apparentemente, nulla faceva pensare che fosse sul punto di chiudere tutto per andare a casa.
Guardò una volta ancora l'orologio, poi entrò.
"Oh, Malatesta, tiriamo tardi anche stasera?" Gli occhi di Dario si mossero appena, registrando la sua presenza.
"Mm." Andrea si sedette. La stanza era vuota, a parte loro due, e l'intero edificio si andava rapidamente svuotando. Si sentiva profondamente a disagio, in quel momento. Aveva notato, certo, l'auto dell'amico già al suo posto giorno dopo giorno quando lui arrivava e ancora al suo posto, giorno dopo giorno, quando se ne andava, come aveva notato la repentina quanto inspiegabile interruzione di qualunque forma di comunicazione da parte sua ed il suo sottrarsi ad ogni invito o occasione sociale, ma aveva atteso, conscio del sottile quanto inflessibile limite che il suo stesso silenzio imponeva. Solo ora, dopo tutto quel tempo, si sentiva in obbligo di tentare un avvicinamento, senza sapere quale fosse il modo né quale distanza, esattamente, quel limite avesse fissato.
"Sono cose così urgenti?" Gli chiese in tono noncurante, accennando allo schermo che col suo chiarore spettrale illuminava il volto dell'altro, rendendolo ancor più bianco.
"Mah. Insomma." Dario non pareva intenzionato ad offrire alcun appiglio alla conversazione e non mosse un muscolo, mugolando quella risposta risicata. Si sarebbe quasi potuto scambiarlo per un ventriloquo.
"Oh, si può sapere cos'hai?" Gli chiese ancora Andrea, con dolcezza.
"Niente. Tutto bene. Sto lavorando." Andrea sbuffò dal naso.
"Dario, su, chi pensi di prendere in giro? Non abbiamo scadenze grosse. E sono due settimane che arrivi talmente tanto presto che spaventi la signora delle pulizie e vai a casa dopo tutti gli altri." Ecco, era fatta. Ora avrebbe scoperto fin dove gli era dato di arrivare, quando l'altro era in crisi.
"Te l'ho detto, Vasirani" Ripeté Dario con aria di falsa pazienza "sto lavorando. Dovresti essere felice, che lavori così tanto, no?" Andrea annuì. Niente di male, non l'aveva né respinto né ammonito. Forse, dopotutto, una qualche speranza di spingerlo a parlarne, a parlare di ciò che lo preoccupava in modo tanto evidente, c'era. Deciso a sondare lo spazio che gli era concesso fino all'ultimo millimetro, Andrea calò la sua carta più alta.
"E poi ieri sera mi ha chiamato mia madre per dirmi che c'è Dora tutta stravolta, che fa avanti e indietro da casa tua almeno una volta al giorno e non vuole dirle cosa succede." Disse, ostentando un'aria divertita, quasi a voler prendere in giro le ansie materne. "Lo chiedeva a me, pensa." All'accenno a Dora, per un attimo l'espressione di Dario si era aperta in un lampo di stupore, per poi richiuderesi in una muta maschera inespressiva. "E allora mi sono accorto che è un bel pezzo che non ci fermiamo a parlare. A quel che ne so, è un bel pezzo che non parli con nessuno. Stai qui e lavori, e basta." La mano di Dario si staccò da mouse del computer e si posò di piatto sul piano della scrivania.
"Andrea, lascia stare, va bene?" Ed ecco, rapida quanto adamantina, la reazione di difesa. Il tono della voce di Dario si era raffreddato d'un tratto, lasciando intravedere appena, come una velata minaccia, la rabbia sottostante.
"Senti, volevo solo sapere..." Dario si voltò verso di lui.
"Non sono affari tuoi. Nè di tua madre. E neanche di Dora, se vogliamo proprio dirla tutta. Quindi, fate il santo piacere di starne fuori e basta." Parlava lentamente, quasi sillabando le parole e Andrea si rese conto di non sentire più quella cadenza da anni. Era la parlata dei momenti peggiori, delle acque turbolente, quella riservata agli estranei ed alle crisi abbastanza profonde da richiedere un controllo totale. Era un'affermazione essa stessa, una voce nella voce, che gli stava dicendo quanto la situazione fosse brutta, peggiore di quanto Dario fosse disposto a mostrare a chiunque, perfino a lui.
'Beh, a chiunque, tolta forse la cuginetta.' Pensò Andrea e, per un attimo, provò pena perfino per lei, unico puntello regolarmente ammesso a sostenere il peso di frane di quell'entità.
"Va bene, socio." Gli rispose poi annuendo. L'altro lo osservò come a valutare la sincerità di quella risposta. "Sono cose tue. Se hai bisogno, sai dove trovarmi. Capito?" Dario scrollò il capo, come se non sapesse se annuire o dissentire. Pareva stupito, come se si stesse domandando dove si nascondesse la fregatura, incredulo alla semplice idea che il suo innato pudore potesse essere oggetto di spontaneo rispetto. Andrea si lasciò fissare per qualche secondo di troppo, secondo i dettami della comune educazione, e gli parve di aver superato l'esame.
"Capito." Gli rispose Dario alla fine, tornando a rivolgersi allo schermo illuminato. Solo quello. Ma era sufficiente.
Mentre usciva dalla stanza, Andrea si propose di fare esattamente quello che aveva appena detto. Di starne fuori, di non lasciarsi immischiare nei fatti di quella che era, a tutti gli effetti, un'altra famiglia.
Non c'era un solo motivo al mondo per cui avrebbe dovuto contravvenire a ciò che gli era stato esplicitamente chiesto da Dario. Se era suo amico, doveva ben essere in grado anche di fare un passo indietro, di tanto in tanto, pensava, guidando verso casa. E non aveva alcuna importanza che quell'istinto profondo che aveva nei confronti delle persone pizzicasse, continuando a dirgli che c'era qualcosa che non andava. Lo sapeva, che c'era qualcosa che non andava, solo che non erano fatti suoi. Ecco. Questo doveva tenere a mente, che non erano fatti suoi.
Non gli aveva nemmeno detto cos'era successo, e se non glielo aveva voluto dire, per la miseria, doveva aver i suoi buoni motivi.
Magari quel branco di pazzi furiosi dei loro genitori gli alitava sul collo, o la ex di Dario stava facendo casino. Magari gli si era ammalato di brutto quella specie di cavia peruviana che si ostinavano a far passare per un cane, vai a sapere. L'unica cosa che doveva tenere bene a mente, era di starne fuori fino a che Dario non avesse deciso di dirgli qualcosa in merito. Annuì, entrando nel portone del palazzo, confermando a se stesso la sua decisione, e si ripetè i suoi buoni propositi mentre saliva, controllando il suo rifelsso nello specchio dietro le porte dell'ascensore.
Uscì dall'ascensore, con un mezzo sorriso che gli aleggiava sul volto al pensiero di quello che aveva tutta l'intenzione di evitare, ed entrò in casa confermando per un'ultima volta a se stesso la sua decisione.
Il suo sorriso scemò quasi all'istante, vedendo Elena e Liliana in cucina, immerse, in quella che pareva una fitta conversazione, interrompersi di botto per fissarlo.
"Lo sai cos'ha fatto quel bel tomo del tuo amico?" Esordì sua madre a mo' di saluto. Le mani piazzare a pugno sui fianchi, la bella fronte corrugata in un'espressione di finta incredulità, era tanto simile alla mamma che lo sgridava nei suoi ricordi che la risposta gli salì istintiva alle labbra prima ancora di sapere di cosa stesse parlando.
"Io non c'entro." Negò Andrea con forza, vergognandosene subito dopo.
"Non te l'ha chiesto nessuno, lo sappiamo che non c'entri, ci mancherebbe!"
"Allora, tu lo sapevi o no?" Rincarò Elena. Sul suo viso aperto, si leggevano chiaramente curiosità e sconcerto. Di chi stessero parlando era fin troppo ovvio. C'era una sola persona, fra le tante che frequentava, che venisse chiamata semplicemente 'il tuo amico' da chiunque lo conoscesse e quella persona altri non era che il buon vecchio dottor Malatesta.
"No. Non ne so niente." Gli pareva di essere una spia catturata in territorio nemico. "Cosa ha combinato, stavolta?"
"Ah niente." Sentenziò Liliana in uno svolazzare di mani. "Sua moglie è incinta e lui sono due settimane, da quando l'ha saputo, che non le parla e non si fa trovare in casa. Parte prima che lei si svegli e torna tardi. A parte questo, tutto bene." Andrea rivolse alla madre, che si era rimessa a fissarlo con aria di accusa, uno sguardo che esprimeva puro raccapriccio.
"Alla fine ha fatto cedere Dora" Chiosò a titolo esplicativo Elena.
"Cedere, insomma. Lei ne sa qualcosa, ma non me lo vuole dire!" Sbuffò Liliana frustrata dalla resistenza della vecchia governante. Aveva impiegato tutti i suoi mezzi di presuasione e di interrogatorio per giorni di seguito, vedendo nel disperato bisogno di sfogarsi di Dora l'incrinatura su cui far leva per arrivare alla polpa succulenta della storia che subodorava essere alla base delle loro lunghe chiacchierate telefoniche, ma sentiva, con infallibile istinto, di non essere arrivata al cuore della faccenda. E non si trattava di semplice curiosità. Era diventata una cosa personale, per lei il benessere di quei due ragazzi, e si sentiva in qualche modo defraudata dal suo non essere in diritto di conoscerne ogni vicenda.
"E tu non ne sapevi niente?" Andrea deglutì, sconcertato. La cuginetta era incinta e Dario la metteva sotto embargo. Suonava assurdo. Avrebbe dovuto fare i salti di gioia e mettere sottosopra la provincia per cercare tutto e solo il meglio per l'erede. Dissentì lentamente e si sedette.
"Spiegatemi bene." Disse, preparandosi ad ascoltare a lungo.
"Non è che ci sia molto altro da spiegare" gli rispose Elena alzandosi dal tavolo dove era stata posata sui gomiti fini ad allora e rivolgendosi al fornello "non ne sappiamo molto di più. Lei non risponde al cellulare e Viola dice che non la sente neanche lei da due settimane." Rimise con dolcezza il coperchio sulla pentola ed iniziò a prendere le stoviglie dal mobile, per apparecchiare la tavola. "Pare che non risponda neanche a lei, ma ci pensi?" Gli domandò sollevando un sopracciglio cin aria preoccupata.
Con un gesto automatico, Andrea prese ciò che gli veniva porto e dispose piatti e bicchieri sul tavolo.
"Neanche a Viola?"
"Eh, no."
"Dora mi ha detto che è andata a casa loro senza saperne niente, due giovedì fa" aggiunse Liliana "e che le ha raccontato tutto Beatrice perché quell'altro là non le risponde al telefono. Insomma, hanno staccato le comunicazioni." Andrea arricciò il naso in una smorfia che era quasi di dolore. Doveva essere qualcosa di terribile, se Dario era arrivato non solo a non parlare più alla cuginetta, ma addirittura a rifiutarsi di rispondere a Dora. Le azioni che le due donne stavano descrivendo gli sembravano tanto lontane dal suo amico, così come aveva imparato a conoscerlo negli ultimi anni, che arrivò a domandarsi, in un fugace sprazzo quasi di accusa, se non gli avesse dato definitivamente di volta il cervello. "È da quel giorno che quella povera crista fa avanti e indietro ogni mattina. Mi ha detto" continuò Liliana abbassando il tono, come se in casa ci fosse qualcuno pronto ad origliare, oltre a Joker, che era decisamente più interessato al profumo che scaturiva dalla cena "che lei non esce neanche più di casa. Neanche per andare ai suoi corsi, che ci teneva tanto." Una volta di più, Andrea scosse la testa, scoraggiato.
Qualunque cosa fosse successa, augurò loro con tutto il cuore che si sistemasse in fretta, prima che diventasse troppo grande perfino per quel loro attaccamento che aveva sempre considerato ai limiti del morboso.
"Ragazzi, che brutta storia." Commentò a mezza voce, afferrando il cucchiaio e soffiando piano sullo stufato che Elena gli aveva messo nel piatto. Ne riuscì a mettere in bocca un pezzo, prima di rendersi conto che nessun altro mangiava ed alzare gli occhi, incontrando lo sguardo di entrambe, Elena e Liliana, fisso su di lui con aria di attesa."Cosa c'è?" Chiese masticando. Elena dissentì con decisione.
"Bisogna fare qualcosa, Andre." Quasi contemporaneamente, in un tocco surreale, Liliana annuì con aria grave. Andrea lasciò cadere il cucchiaio.
"E perché guardate me, cosa c'entro, io? Io ci ho provato a parlarci, oggi, con quel coglione di Dario. Sai cosa mi ha detto? Di starne fuori, mi ha detto, di farmi i cazzi miei!" Mano a mano he parlava, si andava accalorando e il tono della sua voce si alzava. "E sai cosa? Ha ragione, ha! Non dovremmo neanche stare qua a discuterne! Cos'è, questo, un consiglio di guerra? E andiamo a interrogare Dora, e chiamiamo Beatrice e tutte le sue amiche...no, belle mie, avete proprio sbagliato! No! Non sono affari nostri, non sono!" Liliana strinse la bocca offesa.
"Va bene, va bene, non dare in scalmane, adesso. Abbiamo capito, non vuoi entrarci. Mangia, su." Disse, pronunciando le ultime parole in tono autorevolmente materno. Attese che Andrea riprendesse in mano il cucchiaio e riabbassasse la testa sul cibo prima di continuare. "Che poi, del resto, io l'ho sempre detto che quei due lì, insieme, non poteva andare bene. Ha un bel da dire, Dora, che dalle sue parti usa così. Dalle sue parti, magari, ma qui non siamo mica nelle Filippine. Figuriamoci. Cugini di primo grado e anche venuti su insieme a quella maniera, e tutti e due un po' tocchi, se proprio vuoi sapere come la penso io. Gli farà solo bene farsi una vita normale..."
"Mamma!" Brontolò Andrea esasperato. "Adesso, non è detto che loro debbano..."
"Ma va bene, va bene, non ti agitare. Stavo solo dicendo come la vedo io. Tu non vuoi entrarci, sei stato chiaro. Non ne parliamo più e festa finita." Con un breve sospiro, Andrea tentò di nuovo di dedicarsi alla cena. Mangiò qualche cucchiaio di stufato, che ormai aveva raggiunto una temperatura sostenibile, ringraziando mentalmente di essere riuscito a cavarsela tanto facilmente contro quella che era apparsa, a primo acchito, una manifestazione della testardaggine congiunta di entrambe le donne della sua vita, prima che Elena parlasse. Lo fece a voce molto bassa, come attenta a non spezzare il silenzio che si era creato attorno al tavolo, rotto solo dal rumore occasionale di un cucchiaio contro la ceramica.
"Però, quando voi avete litigato, lei ti ha aiutato." Disse, senza guardarlo in faccia.
"Che colpo basso!" Protestò lui sollevando la testa di scatto e guardandola stranito. Era deciso a rigettare quell'argomentazione e già gli si delineava in mente una lunga lista di ottimi motivi per cui era assolutamente fuori luogo, quando gli sovvenne, forte come uno schiaffo in pieno volto, l'immagine di Beatrice, immobile e paziente come una sentinella, davanti alla sua porta, dopo l'unica, grossa litigata che avrva avuto con Dario.
Non fosse stato per lei, per il suo intervento, non si sarebbero parlati più, ne era certo. E nemmeno le stava simpatico, almeno non ancora, all'epoca, ma ugualmente lei era rimasta tutto quel tempo sul pianerottolo davanti alla sua porta, per spingeli a riconciliarsi.
A nulla valse che lui tentasse di richiamare alla memoria le altre occasioni, quelle in cui gli aveva dimostrato freddezza, sfiducia e perfino un velato disprezzo. Non poteva ingannare se stesso con l'abilità che gli sarebbe stata necessaria per ignorare che quelle occasioni non erano state che manifestazioni della diffidente timidezza che pareva caratterizzare sia lei che Dario.
Elena lo fissava con l'accenno di un sorriso che le arricciava gli angoli delle labbra rosate. Poteva leggere sul suo viso il nascere e il declinare di ogni nuova obiezione alle sue parole e, quando infine lo vide sollevare gli occhi su di lei risentito e rassegnato, seppe di aver vinto. Sarebbe andato tutto a posto. Andrea avrebbe messo tutto a posto, come al solito. Su questo, non nutriva alcun dubbio.
"Sei veramente una zoccola." Le disse lui con voce seria, senza riuscire a trattenere un sorriso ammirato. Lei gli sorrise di rimando.
"Anche io ti amo tanto." Glinrispose lei senza colpo ferire. Liliana annuì, apparentemente rivolta al piatto.
"Che bella cosa, l'amore." Commentò ironica.
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