lunedì 22 settembre 2014

32

Beatrice fece il suo ingresso in casa con aria di trionfo smorzato. Aveva  già visto che la grossa berlina color ciliegia non era al solito posto ed una sensazione di delusione si era andata a mescolare alla sua gioia. Si ripetè mentalmente di non essere sciocca, che certamente era solo uscito un momento per prendere qualcosa. In findo, era stata lei a decidere di non telefonare per avvisarlo, quindi ora non poteva lamentarsi.
Se lo disse accogliendo fra le braccia Swiffer che le leccò la faccia, poi se lo disse di nuovo mentre girovagava per la cucina, aprendo uno sportello dietro l'altro col solo risultato di richiuderlo subito dopo.
Se lo stava ancora ripetendo mentre si accoccolava a gambe incrociate sul divano, stringendo fra le braccia il cagnetto che, come se percepisse il rapido declinare del suo stato d'animo, si sottopose di buon grado alle sue carezze.
Non aveva nulla da lamentarsi, nulla da temere. Non stava accadendo nulla di strano e nulla di male. Dario era semplicemente uscito, ecco tutto. Era uscito, magari solo da pochi minuti. Era uscito con Andrea, a giudicare dall'auto parcheggiata davanti a casa, ma non significava nulla. Era uscito mentre lei stava sostenendo una prova importante, ma del resto era stata lei a chiedergli di non accompagnarla. L'aveva mandato via lei, quindi ora doveva stare calma. Rimaneva solo da aspettarlo.
Una lunga lacrima le scese lentamente per il viso, mentre il silenzio della casa vuota si chiudeva su di lei. Non se ne accorse. Poggiò la testa all'indietro, reclinandola contro la superficie di pelle lisc e chouse gli occhi. Si sentiva, qua do una casa era vuota. La presenza di un altro essere umano era chiaramente percepibile, come se emettesse un suono. Per lei era sempre stato così, chiaro e lampante, ed era arrivata quasi all'età adulta, prima di scoprire che non era lo stesso per gli altri.
Si chiese se almeno la solitudine la avvertissero anche gli altri. Uel senso di vuoto sotto il cuore, come se da lì scaturisse una forma di sordità interiore. Era la stessa sensazione che si prova chiudendo le orecchie con i palmi delle mani, solo all'interno.
Finalmente si rese conto che i suoi occhi lacrimavano, quando, riaprendoli, scorse gli sbaffi sottilo che le sue ciglia bagnate avevano disegnato sulle lenti degli occhiali. Aveva perso il senso del tempo, rimanendo lì seduta a pensare, e non boleva guardare l'ora, per paura di scoprire che mancava ancora tanto al rientro di Dario.
Cercando di evitare con gli occhi l'orologio, estrasse il cellulare e gli inviò un breve messaggio. Non voleva che sentisse la sua voce. Non voleva che si sentisse costretto a rientrare.
Poi, sfilati gli occhiali, riappoggiò la testa all'indietro e iniziò a calarsi nel suo passatempo preferito. Immaginò di vederlo rientrare e pensò a cosa gli avrebbe detto e poi a cosa lui le avrebbe risposto. Andò avanti a quel modo, continuando a svolgere nella mente la loro giornata, fino a che, inavvertitamente, scivolò in un sonno leggero, con Swiffer che la vegliava, sdraiato sulle sue gambe.
Dario ricevette il messaggio mentre si trovava nel piccolo, ingombro ufficio della concessionaria. Andrea aveva insistito per parlare lui con il venditore, sostenendo di avere maggiori probabilità di spuntare un prezzo migliore, e la cosa, fra sorrisi falsi e frasi fatte, l'aveva tediato da almeno dieci dei quindici miniti che vi avevano dedicato.
Stava pensando a come offrire a Bea il suo regalo, al modo più spettacolare per presentarglielo. Pensava alla luce di gioia e di sorpresa che le avrebbe invaso il viso, pregustando la sua gratitudine e la sua ammirazione. Con la mente ancora fissa a quell'immagine, aprì il cellulare e lesse il messaggio. Poche, brevi parole gli annunciavano che lei era già a casa che aspettava il suo ritorno. Strinse le labbra irritato. Non era così che sarebbero dovute andare le cose. Non avrebbe dovuto rientrare da sola e trovare la casa vuota. Alzò gli occhi sui due uomini che stavano ancora discutendo accanto a lui.
Andrea stava evidentemente cercando di stordire il venditore a forza di chiacchiere, ma l'altro, probabilmente grazie al duro allenamento dovuto al suo mestiere, resisteva impassibile. La faccenda aveva l'aria di volersi protrarre ancora a lungo, riflettè spazientito, e lui doveva tornare a casa al più presto ed aveva tutta l'intenzione di tornarci con quello che era uscito a prendere.
Alzò l'indice come per richiedere il permesso di parlare ed attese di avere l'attenzione del venditore ed il silenzio dell'altro.
"In pratica, andiamo al dunque, quanto vuole?" Chiese seccamente. L'uomo dischiuse le labbra in un grande sorriso.
"Beh, calcoli che è un'ottima automobile e..."
"Se non lo sapessi non l'avrei scelta, si risparmi la manfrina. Se ci tiene a fare il suo discorsetto, lo può fare al mio amico, qua, in separata sede. Io da lei voglio sentire una cifra, nient'altro." Andrea si girò sulla sedia con l'aria di voler protestare e Dario gli schioccò le dita a pochi centimetri dal viso, troncando sul nascere le sue rimostranze. I suoi occhi rimanevano fissi in quelli del venditore, le sopracciglia appena alzate, in attesa. Il sorriso dell'uomo andò spegnendosi rapidamente, dopo di che gli comunicò il prezzo. Dario annuì, gli angoli della bocca pievgati verso il basso. "Bene. Adesso, ce la fa a preparare tutti i documenti per farmela portare a casa in..." diede uno sguardo all'orologio prima di proseguire "massimo quindici minuti?"
"Vede, noi ci occupiamo di tutto, ma, via, quindici minuti! E poi dobbiamo ancora discutere del pagamento. Quale forma le interessa?" Chiese l'uomo, cercando di recuperare un contegno. Dario trasse dalla tasca interna della giacca un lustro portafogli da uomo e lo aprì, estraendone un piccolo fascio di banconote. Andrea lo fissò inclinando il capo in avanti. Non aveva mai visto qualcuno girare con una mazzetta di banconote da cinquecento euro, come nei film sulla mafia.
Dario contò velocemente la cifra che il venditore aveva chiesto e, dopo aver riordinato i biglietti, li posò sulla scrivania.
"Ecco, il pagamento è a posto. Restano tredici minuti." Commentò laconico riponendo in tasca il portafoglio.
Come in un gioco di prestigio, sul piano della scrivania apparvero i documenti ed i moduli necessari e l'uomo si chinò, penna alla mano, iniziando a compilarli. Dario annuì mordicchiandosi le labbra. Era piuttosto incredibile, quello che riuscivano a fare i contanti, soprattutto quando si aveva cura di mostrarli. Si accese una sigaretta ed incrociò le gambe, posando la caviglia sul ginocchio. Il venditore alzò appena gli occhi dal contratto.
"Ah, veramente qui non si potrebbe fumare." Dario inarcò un sopracciglio.
"Davvero?" Domandò in tono indifferente senza accennare a spegnere la sigaretta. Andrea sbuffò dal naso e lo guardò con aria di rimprovero.
"Lo scusi, usciamo un attimo." Disse all'uomo dietro la scrivania prima di alzarsi. Fece un cenno brusco all'amico per indurlo ad alzarsi a sua volta e l'altro gli rispose arricciando appena, per un attimo, l'angolo della bocca in un sorriso di scherno. Andrea gli afferrò il braccio e lo tirò.
Si ritrovarono all'esterno, sotto il cielo basso e bianco, che diffondeva una stanca luminosità invernale. Dario ridacchiava divertito, la sigaretta appesa in fondo alla piega delle labbra, osservando l'aria quasi scandalizzata di Andrea.
"Oh, non farti venire un colpo! Sto solo giocando!" L'altro lo guardò male.
"Con uno che sta facendo il suo lavoro, stai giocando, pezzo di stronzo! Guarda che non è mica lì per divertirsi, eh? Cosa ti ha mai fatto?"
"Dai, Vasirani, che palle! Mi sono solo acceso una sigaretta, non gli ho mica stuprato la moglie!"
"Per inciso, lo hai anche trattato come una merda. Comunque a cosa dobbiamo tutta questa fretta? La cuginetta ha chiamato sul tuo comunicatore telepatico?" Dario scosse la testa.
"No, mi ha mandato un messaggio. È a casa. È a casa da sola, Vasirani." Gli rispose calcando sulle ultime parole. L'altro lo guardò con aria interrogativa.
"E non può stare da sola perché..." lasciò la frase in sospeso, aspettando che Dario la terminasse.
"Perché no. D'accordo? Non mi piace che torni a casa così e trovi tutto vuoto. Non sapeva neanche che sarei uscito."
"Cazzo, chiama, dille che torni subito, che problema c'è?" Dario schioccò la lingua, esasperato dall'impossibilità di spiegare all'amico cosa stesse accadendo. Non faticava ad immaginare la delusione di Bea quando, rientrata tutta entusiasta dall'esame, aveva trovato la casa vuota ad aspettarla. Era così dannatamente fragile, in quel momento. E poi avrebbe voluto esserci, per godere della sua aria felice. E poi, non gli piaceva starle lontano più dello stretto necessario. Lo faceva sentire a disagio, come se indossasse una maglia troppo stretta. Da sempre.
"Lascia stare, è complicato. Voglio solo tornare in fretta, va bene? Subito." Gli disse alla fine buttando lontano il mozzicone. Rientrò nel piccolo ufficio quasi a passo di marcia e iniziò a firmare il necessario sbirciando l'orologio ogni pochi minuti. Si avvertiva chiaramente la tensione che permeava ogni suo gesto.
Uscirono nel piazzale di cemento, semideserto, a tutta fretta. Mentre camminava, Dario accese distrattamente un'altra sigaretta ed un filo di fumo azzurrino, come un nastro sottile, prese a srotolarsi nella sua scia.
Arrivò all'auto e si calò al posto di guida, prima di renderai conto che Andrea non era ancora arrivato. Tamburellò nervosamente sul volante, le dita tese che si muovevano veloci, fino a che non lo videa aprire lo sportello.
"Oh, ho capito che hai fretta, ma datti una calmata!" Disse Andrea occhieggiando smarrito l'espressione tirata dell'altro. Dario chiuse lo sportello con un movimento brusco ed avviò la macchina, partendo senza aspettare che Andrea chiudesse il suo. Dal sedile accanto a quello di guida provenne un versaccio di protesta.
"Zitto, Vasirani, per favore. Smetti di fare scena e metti la cintura." Scandì Dario iniziando a lavorare di acceleratore.
"Ma ti ha preso fuoco casa?"
"No." Gli rispose con voce piatta l'amico, mentre scalava la marcia e si i filava, con un lamento del motore, nell'esiguo spazio fra una macchina ed un camion, sorpassando a viva forza. Andrea si aggrappò al sedile.
"Senti, se ti è finalmente venuto lo schizzo di ammazzarti, puoi cortesemente farmi scendere, prima? No, perché io...attenzione, cazzo!"  Dario guardava fisso attraverso il parabrezza, teso e concentrato, i lineamenti irrigiditi.
"Andrea, taci. Mi distrai." Gli disse, inespressivo.
Andrea tacque, non per compiacerlo, in realtà in quel momento la sensazione di profonda antipatia, quasi di irritazione dell'anima, che aveva sempre provato nei suoi confronti era tornata a farsi sentire forte come lo era ai tempo della loro adolescenza, ma per il puro timore di distrarre la sua attenzione nel momento sbagliato, provocando una morte precoce di entrambi.
Dario non pareva curarsi minimamente di dettagli come il codice stradale o i limiti d velocità. Stava andando, semplicemente, tanto veloce quanto gli consentiva la strada ed, evidentemente, provava perfino un certo piacere nel farlo. Quanto ad Andrea, il modo di guidare dell'amico, che si slanciava in avanti in ogni varco lasciatogli dal traffico per poi frenare bruscamente e pareva nutrire un supremo disinteresse per sottiliezze come il sorpassare a destra piuttosto che a sinistra, lo terrorizzava e lo nauseava. Quando arrivarono finalmente ad un lungo tratto quasi sgombro di altre auto, si azzardò a lanciare un'occhiata al tachimetro, per poi riaccasciarsi sul sedile con un gemito.
"Dì, ma quante multe ti porti a casa, in un anno?" Gli chiese.
"Quasi nessuna, di solito, perché?" Gli domandò di rimando Dario, sempre concentrato sulla strada.
"Dario, stai facendo i centosessanta." Gli sussurrò.
"Lo so. Sto guidando io, ho presente. Che problema hai? Non si spaventa neanche Bea, in macchina con me."
"Troppo veloce." Commentò laconico Andrea. Dario espirò rumorosamente.
"Dai, la prossima volta vado pianino, come all'andata. Adesso ho un po' di fretta, stai buono."
"Posso dirti una cosa?"
"Dimmi in fretta."
"Ti detesto. Ti detesto fortissimo e non so perché mi trovo sempre di fianco a te." Dario annuì.
"Ti capisco. Mi succede la stessa cosa con te. Fattene una ragione." Disse, prima di imboccare bruscamente la corsia di decelerazione.

Era quasi ora di pranzo quando arrivarono a casa. Avevano impiegato un tempo minimo per il tragitto, ma era stata una lunga mattinata.
Dario guardò in faccia Andrea, che scese dall'auto con l'aria di un reduce e visibilmente impallidito e con un cenno lo invitò ad entrare.
Non appena aprì la porta d'ingresso, il contrasto fra il maglione d'angora rosso vivo che aveva chiesto a Bea di indossare, quella mattina, e la pelle nera del divano lo colpì. Zittì l'amico alle sue spalle portandosi il dito alle labbra ed accennò col capo alla figura di lei, che dormiva sul divano, con il cucciolo accanto.
Andrea seguì lo sguardo di Dario e si ritrovò quasi a tratrenere il fiato.
Era scivolata in basso, nel sonno, ed ora dormiva sul fianco, il viso posato sul dorso della mano e i riccioli scuri che le ricadevano morbidi sulle tempie. Il viso, piccolo e rotondo, era disteso e rilassato e un tenue colorito rosato mitigava il biancore della sua pelle, fondendosi sulla bocca carnosa con la tinta pallida delle labbra socchiuse.
Era un'immagine dolce, innocente, che pareva presa e trasportata nella realtà da un libro di fiabe, come quella di una principessa vittima di un incanto arcano che attendesse il bacio del risveglio.
Vide il volto di Dario aprirsi in un'espressione di calore tanto profonda che ne distolse gli occhi. Lo vide sfilarsi la giacca scura di dosso, badando di non fare rumore, ed avvicinarsi a passi silenziosi, lo vide chinarsi di fronte a lei, le lunghe gambe piegate quasi in un inchino, e svegliarla passandole piano le dita sul volto, in una carezza leggera.
Le palpebre di Beatrice tremolarono, snudando le iridi dorate.
Lo sguardo che li vide scambiarsi in quel momento gli sarebbe ritornato alla mente in molte occasioni, negli anni a venire.

Bea sentì sul viso la carezza di Dario, le sue dita lunghe e fredde, e si rese conto di essersi appisolata.
Aprì gli occhi, pronta a muovergli un rimprovero per la sua assenza, e si trovò di fronte i suoi occhi chiari, luminosi come il sole invernale, che le parvero, per un istante, cancellare il mondo attorno. Come ogni singola volta, gettò l'anima in quell'acqua trasparente, senza pensare di rivolerla indietro. Dario sorrideva, un sorriso apprna accennato che apriva i minuscoli ventagli di pieghe sottili all'angolo dei suoi occhi. Lei si ritrovò a sorridergli di rimando, per la semplice gioia di vederlo accanto.
"Oh, ciao." Le disse lui. La sua voce nascondeva una vena sotterranea di eccitazione che non le sfuggì.
"Ciao. Dove sei stato?" Dario si accoccolò accanto al divano, divaricando le ginocchia per sedersi sui talloni, e la guardò. Dal suo viso traspriva chiaramente il desiderio di parlare, di raccontarle qualcosa di nuovo. Gli brillavano gli occhi.
"Sono andato a comprarti un regalo." Bea aggrottò le sopracciglia. Non voleva che la coprisse di regali, soprattutto ora che si era locenziato dal lavoro, ma, prima che lei potesse dire qualunque cosa, lui continuò. "Ti ho preso una macchina." Le disse tutto d'un fiato, come se non potesse trattenersi in alcun modo. Si mordeva le labbra, in attesa della sua reazione, e Bea si trovò in bilico, per un momento, fra la gioia assoluta di veder realizzato il suo desiderio di quella mattina, come dal genio buono della lampada, e la razionale considerazione economica di quel gesto. Poi, con una scrollata di spalle mentale, gli circondò il collo con le braccia e lo strinse forte. Capì subito di aver fatto la cosa giusta. Il viso di Dario si illuminò come quello di un bambino che viene lodato.
"Una macchina, Dario! Ma se non sapevi neanche che ho passato l'esame! E se mi bocciavano?"
"Beh, non l'hanno fatto, no?"
"No. Una macchina! Per me?" Lui annuì felice.
"Tutta tua. Lo sapevo che lo passavi, comunque, sai? L'ho scelta io, volevo farti una sorpresa. Vuoi sapere com'è?" Si vedeva che bruciava dalla voglia di raccontarle nei minimi dettagli come fosse l'auto e come l'avesse scelta, ma, in quel momento, un movimento sullo sfondo, vicino alla porta d'ingresso, attirò l'attenzione di Bea. Tastò sulla testiera del divano e si infilò gli occhiali.
"Andrea! Amore, c'è Andrea. È venuto con te, vero?"
"Mm."
"Ciao, Beatrice." Dario voltò appena il capo verso di lui, come riscuotendosi dai propri pensieri. Lo guardò per un momento e Andrea capì di essere nel posto sbagliato. "Scusate, duo meraviglia, ma se non vi secca adesso andrei a casa. Sapete, noi umani usiamo qiesto periodo dell'anno per stare con la famiglia." Gli sorrisero di identici sotrisi sincroni e lui si costrinse a sorridere, imponendosi di non lasciar trasparire il sottile senso di inquietudine che le loro espressioni gemelle gli procuravano. Sgusciò fuori della porta prima ancora che potessero salutarlo, nel timore di lasciarsi sfuggire uno sguardo, una smorfia che potesse tradirlo. Non rousciva a togliersi dalla testa lo spassionato commento di Dario di quel mattino, sul fatto che lui arricciasse il naso di fronte a loro. Sapeva che era vero, ma non lo sentiva giusto. Nessuno che ami così tanto dovrebbe essere sottoposto ad un qualsiasi tipo di giudizio sull'oggetto prescelto dal suo amore.
Salì in macchina e si avviò verso casa, rimuginando su quanto difficile sia, per gli esseri umani, evitare di provare vergogna per i loro sentimenti migliori e su quanto coraggio occorresse per riuscire, come loro facevano, a sfidare non tutto il mondo, che in fondo altro non era che un'entità senza volto, ma la riprovazione di coloro che conoscevano ed amavano.
Non appena Andrea si fu chiuso la porta alle spalle, Bea tornò ad abbracciare Dario, stavolta più forte, e posò sul suo collo una midiade di piccoli baci, risalendo lenta verso il suo viso ed iniziandona coprirlo metodicamente di minuscoli schiocchi di labbra.
Lui ridacchiò, contento di tanto affetto.
"Insomma, dai, ti è piaciuta la mia idea!" Le disse scivolando a sedere sul pavimento. Lei si rigirò sui cuscini fino a poterlo abbracciare con le gambe, oltre che con le braccia.
"Pensa che ci riflettevo proprio stamattina in autobus, che avrei voluto prendermi una macchina."
"Visto? Sono bravo!" Un'altra granuola di piccoli baci lo investirono sulla fronte e sul naso.
"Tu se bravissimo, amore. Il più bravo di tutti. Sei bello e bravo e ti voglio bene." Dario la strinse e si alzò da terra, sollevandola con lui.
"E io ti amo, mucchietto d'ossa." Le disse avviandosi in quel modo verso la cucina.
Bea si svincolò dal suo abbraccio e lo fece sedere, poi gli volse le spalle cominciando a trafficare ai fornelli, mentre lui le raccontava della sua nuova auto.
Sorrideva piano, Beatrice, mentre aggiungeva lentamente gli ingredienti al riso, ascoltando la voce di Dario che si faceva sempre più rapida ed espressiva, mano a mano che si addentrava nel racconto, che si infervorava spiegandole dettagli tecnici che lei non riisciva a capire, ma che sentiva volentieri. La musica del suo parlare le ruscellava addosso come una pioggia vivificante e, quando il pranzo fu pronto, gli posò di fronte il piatto con un sorriso, accompagnandolo con un bacio.
"Fra tre giorni la possiamo andare a prendere." Terminò Dario, dando il primo assaggio al riso con gli asparagi. "Oh, brava, nanetta, questo sì che è un lavoro ben fatto!" La lodò masticando con aria assorta. Beatrice guardava il suo piatto, spostando il cibo con la forchetta, senza risolversi a mangiarne un boccone e lo sguardo di Dario si intristì. "Ci simasta male, che non c'ero, quando sei arrivata?" Le chiese a voce bassa. Lei alzò appena le sopracciglia, stringendosi nelle spalle.
"Mica lo sapevi, che stavo arrivando, no? Non è mica colpa tua." Dario annuì masticando un boccone, gli occhi sempre fissi al viso di lei. La forchetta di Beatrice continuava a spostare il cibo di qua e di là, al centro ed ai bordi, senza mai arrivare alla bocca. Senza preavviso, Dario allungò la mano e prese una forchettata di riso dal piatto di lei. Beatrice alzò gli occhi stupita.
"Sai che è strano? Il mio è più buono." Lei si umettò le labbra spiazzata.
"È impossibile. Ho cucinato tutto assieme."
"No, no, sono serio. Senti!" Le disse, porgendole un piccolo assaggio dal suo piatto. "Assaggia prima il mio." Quando lei, incuriosita, l'ebbe mangiato, ne prese un altro po', questa volta dall'altro piatto. "E adesso, senti il tuo." Beatrice masticò concentrata.
"Dario, guarda che sono uguali." Lui sbuffò, fingendo impazienza.
"Lo vedi che hai il palato di un camionista? Senti, ti dico! Riprova!" Di nulvo la indusse a mangiare prima dal proprio piatto, poi dal suo. Lei scosse la testa.
"Sono uguali, ti dico!"
"No, non è vero! Il tuo piatto è peggiore. Sfido io che non vuoi mangiarlo! Cosa ci hai messo, il gesso, dentro?" Bea spalancò gli occhi, piccata dal suo tono di rimprovero.
"È buonissimo!" Gli disse perentoria e, per dimostrarglielo, ne mangiò rapidamente qualche boccone. Dario scrollò le spalle con aria indifferente e riprese il suo pranzo. Con la coda dell'occhio, attento a non farsi scoprire, guardava la forchetta di Bea fare avanti ed indietro, dal piatto alla bocca. Quando vide sparire la metà del contenuto del piatto respirò a fondo, annuendo fra sé.
"Cosa?" Chiese lei.
"Niente, pensavo a delle cose mie."
"Si, ma cosa?" Lui le sorrise con aria di superiorità.
"Cose che tu non puoi capire." Bea sbuffò esasperata.
"Tipo cosa si prova a saltare nudi quando hai il pisello?" Lo provocò.
"O tipo che cosa facciamo oggi pomeriggio? Come vuoi festeggiare la patente, ossicini?" Lei riflettè un momento, posando il viso sul palmo della mano.
"A dire la verità, oggi pomeriggio vorrei andare a casa di mia madre. È fattibile, spostare i festeggiamenti a stasera? Devo togliermi quel lavoro. Inizia a pesarmi l'idea che ancora non l'ho fatto." Lo guardava mordendosi il labbro inferiore, come preoccupata di averlo in qualche modo deluso con quella richiesta. Dario terminò il cibo che aveva nel piatto e iniziò a sparecchiare la tavola.
"Va bene. Non c'è problema. Sul serio."
"Magari tu volevi fare qualcos'altro."
"Si. Ma posso rimandare a stasera."
"Sei sicuro che non ti dispiace?"
"Mm."
"E cosa avevi in mente?" Lui si voltò appena, con un largo sorriso in volto.
"Oh, niente di che. Una piccola vendetta personale per il tuo scherzetto delle manette dell'altro giorno." Bea parve riflettere un attimo.
"Magari a casa di mia madre ci possiamo andare domani." Disse poi con aria accondiscendente.
Dario stava rigovernando e sporse appena le labbra, reprimendo a farica una risata.
"Sicura che non ti scombussola troppo?" Lei lo raggiunse e lo circondò in un abbraccio, posando il viso sulla sua schiena.
"Sono sicura che riesci a non farmici pensare." Dario respirò profondamente.
"Bea?"
"Cosa?"
"Te lo ricordi quello che mi hai detto l'altra notte, quando eravamo qui in cucina? Che per te io sono..."
"Si, Dario. Me lo ricordo." Lui annuì brevemente, risciacquando le poche stoviglie e disponendole veloce sullo scolatoio. Poi posò i palmi sul bordo del lavandino e chiuse gli oci per un momento.
"Dimmelo ancora. Per favore." Bea aggrottò le sopracciglia solo per un attimo.
"Sei il mio dio. Tu sei dio." Gli ripetè poi, a voce bassa. Dario chinò il capo, la bocca socchiusa, e i suoi occhi si fecero distanti. E, poi, il fuoco che era in lui lo pervase senza incontrare alcun ostacolo. E lui fu fuoco.

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