Swiffer dormiva sognando i suoi sogni da cucciolo comodamente sprofondato su uno dei cuscini colorati che decoravano il divano nero, mentre Dario e Bea, all'altra estremità, chicchiervano a voce bassa, quasi avessero paura di svegliarlo, dei loro programmi per i giorni successivi. Qualche giorno di libertà da trascorrere insieme, dal mattino alla sera, era esattamente quello di cui sentivano il bisogno.
"Dì" le chise Dario sommessamente mentre arrotolava una ciocca dei suoi capelli attorno all'indice "ti piacerebbe andare da qualche parte? Noi non andiamo mai da nessuna parte. Insomma, se ti fa piacere posso organizzare qualcosa, che so, una piccola vacanza, magari." Bea teneva la testa posata sulla sua spalla e le gambe su quelle di lui e gli accarezzava il petto e l'addome con lunghi movimenti languidi.
"No, amore, non voglio andare via. Non mo va proprio, adesso." Trasse un respiro, prendendo coraggio. "A essere sinceri, c'è una cosa che devo fare. Una cosa che ho rimadato fino ad adesso. Vorrei che mi aiutassi, se ti va. Per piacere."
"Dimmi."
"La casa di mia madre. Da quando lei è morta, devo ancora tornarci. C'è la sua riba da metere via e...beh, e tutto il resto, credo." Dario le passò il braccio attorno alla schiena e la strinse dolcemente a sé.
"Certo che ti aiuto. Non c'è problema." Lei strofinò il viso contro la sua maglia, grata della sua presenza.
"Alla fine, penso di aver solo bisogno che tu stia con me mentre lo faccio."
"È una cosa dura da fare per te, vero?" Le chiese lui, pur conoscendo già la risposta.
"Mi manca." Rispose Bea con semplicità. "Penso che alla fine le saresti anche piaciuto, se fosse arrivata a conoscerti."
"Non le piacevo?"
"Per niente. Mi dispiace, ma penso che abbia sempre dato la colpa di quello che mi era successo a te. Ma non era cattiva. Solo testarda. E focosa. Alla fine credo che sareste andati d'accordo."
"Dici? Beh, comunque aveva ragione, no? Era stata davvero colpa mia." Lei gli assestò una leggera pacca sul petto.
"Tanto quanto mia. Non farti illusioni, se non fossi stata più che d'accordo non saresti mica riuscito a sedurmi." Dario sorrise beffardo.
"Io dico di si."
"Sognatelo." Rispose lei secca.
"Quindi dici che non sono un buon seduttore?" Bea sbuffò.
"Adesso, può a che darsi, ma a tredici anni? Te lo ricordi?"
"Si, mi ricordo. Eri piuttosto avventurosa, direi. Ma poi alla resa dei conti avevi fifa, mi pare, o no?"
"Si. Mi facevi paura, certe volte." Ammise lei.
"Lo sai che non ho mai capito davvero il motivo?"
"Dario, non sapevo...niente. Era puro istinto, quello che mi spingeva. Avevo paura di sbagliare, di essere ridicola, che tu mi facessi...male, ecco." La mano di Dario le scivolò lentamente sul piccolo seno, accogliendolo nel palmo.
"Eri fantastica, invece. Sembravi uscita da uno dei sogni che facevo su di te. La sera che sei entrata nel mio letto mentre ti pensavo me la sono sognata per almeno due anni, dopo."
"Sul serio?" Le dita di lui stringevano ed accarezzavano e l'altra mano le scivolò lentamente sulle gambe.
"Sul serio si. Bea, mi sa che tu non ti sei mai resa conto dell'effetto che mi fai." Lei scostò leggermente le ginocchia per permettergli di risalire lungo le sue cosce. Sentiva il ritmico sollevarsi del petto di lui farsi più lieve e serrato e la sua voce farsi più svagata, quasi trasognata, e sapeva bene cosa significasse tutto questo.
"Dimmelo." Gli sussurrò inarcando il busto per spingere il seno contro la sua mano. "Dimmi che effetto ti faccio."
"Chiedimelo gentilmente, Bea." La rimproverò Dario cercando la sua bocca. La baciò, sentendola abbandonarsi contro il suo braccio, fra le sue braccia, completamente affidata alle sue mani. Amava quella sensazione.
"Ti prego, dimmelo, amore." Dario la fece scivolare delicatamente sui cuscini di pelle nera, sfilandosi dal suo abbraccio, e si inginocchiò fra le sue gambe. Alzò l'orlo del maglione di lei a scoprirle la pancia e contornò con la punta della lingua la coppa del suo ombelico. Bea sospirò e gli passò le mani sui capelli, che portava troppo corti per permetterle di afferrarli.
"Dillo ancora." Le chiese a voce bassa, mentre le scopriva il seno e premeva dolcemente i capezzoli rosati.
"Ti prego, dimmelo." Rispose la voce di Bea, ridotta ad un pigolio. Dario le circondò i fianchi con le mani e la attirò verso di sé, le anche oltre il bordo del divano, a contatto con quella parte di lui che protestava la sua fame. Le scostò le mani ed iniziò a slacciarle i jeans.
"Tu mi fai perdere la testa, Bea. Letteralmente. Da sempre. Adesso, da brava, dillo ancora. Lo sai che mi piace."
"Ti prego."
"Si, brava."
"Ti prego, Dario..." Non era più una frase ripetuta per assecondarlo, adesso, ma una vera invocazione quella che le usciva dalla gola. Lui lo sentì, sentì quel suono attraversarlo come una lama rovente dalla gola al ventre, e i suoi movimenti si fecero rapidi, rapaci. Strattonò i jeans fino ad abbassarli a metà delle sue cosce, prima di indurla a girarsi.
La sentì mugolare una protesta, ma sapeva che si sarebbe spenta ben presto. Si strofinò contro di lei, accarezzando al contempo la serica consistenza del suo fianco, appena interrotta dalla stoffa sottile delle mutandine. Già pregustando ciò che stava per accadere, slacciò il bottone che tratteneva i propri pantaloni.
Alcuni colpi decisi vennero bussati alla porta.
Dario posò la mano sulla schiena nuda di Bea, trattenendola, e le lanciò uno sguardo per intimarle il silenzio. Non aveva intenzione di aprire a nessuno.
Dopo pochi istanti, il bussare si ripetè, accompagnato dal parlottare di due voci soffocate. Bea spalancò gli occhi, scoccandogli uno sguardo esasperato. Lui scosse la testa, intimandole di rimanere ferma e zitta. Aveva riconosciuto la voce di Andrea e sapeva quanto fosse testardo.
"Ma no, vedi, c'è la macchina! È che non hanno il campanello, che ne so, saranno di sopra! Basta un attimo di pazienza!" Dario sospirò. Beatrice si stava rivestendo, sempre in perfetto silenzio, con un'espressione fra il seccato e il divertito. Lo osservava, come chiedendosi cosa avrebbe fatto.
Stringendo le labbra con aria di sopportazione, Dario si riallacciò i pantaloni e spalancò la porta.
"Ti odio."
"Buon natale anche a te, Malatesta! Si vede che lo spirito delle feste ti ha contagiato, eh?"
"Ti odio." Gli ripetè Dario inespressivo, prima di rivolgere la sua atrenzione ad Elena. "Buon pomeriggio, Elena, entra, non rimanere al freddo."
"E a me non mi inviti a entrare?" Gli chiese Andrea sfoderando un sorriso a tutti denti, prima di varcare la soglia. Swiffer, risvegliato dal loro arrivo, era saltato sul pavimento e stava dando un rumoroso benvenuto agli ospiti. "Oh, il tuo porcellino d'india ha qualcosa alla gola. Sembra che abbai!" Esclamò indicandolo. Bea si fece avanti e prese il cucciolo fra le braccia.
"È un cagnolino!" Gli disse in tono offeso. Dario si portò al suo fianco e, preso Swiffer, lo posò a terra, lasciandolo libero di annusare i nuovi arrivati. Elena gli tributò un festoso saluto, accarezzando la testolina tonda.
"Ah, scusa Bea. Non sapevo che avessi preso un cagnolino. Sul serio." Dario lo osservò sporgendo le labbra e prese le sigarette dal tavolo.
"Si chiama Beatrice, per la millesima volta. E quello è il mio cane." Disse freddo, calcando la voce su 'mio'. Andrea si volse verso di lui sgranando gli occhi.
"Il tuo cane?"
"Si. Swiff è il mio cane, Vasirani. Qualcosa in contrario?" Come se avesse intuito la piega presa dalla conversazione, Swiffer si portò accanto a Dario, scodinzolando con tanta foga da perdere l'equilibrio.
"Il tuo cane." Ripeté Andrea. I suoi occhi scattavano dal cucciolo all'uomo che lo fissava a braccia conserte, con la sigaretta che andava consumandosi lentamente fra le labbra e, quasi senza volerlo, iniziò a ridacchiare di gola. Beatrice, a pochi passi di distanza da Dario, incrociò le braccia sul petto, in un ' inconsapevole imitazione della posa di lui.
"Amore, dai, è carino!" Gli disse in tono conciliante Elena, colpendolo dolcemente con il gomito. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Senza più la capacità di trattenersi di fronte all'assurdo del suo dignitoso, compassato amico accompagnato da un esagitato cagnetto da grembo, la sua risata riecheggiò per la stanza, troppo forte.
"Carino! Dio mio! Com'è carino!" Rimase rapidamente senza fiato e si piegò in avanti, battendosi le mani sulle cosce. "Hai proprio un cagnetto carino, Malatesta!" Ululò fra le risate, allungando le vocali in un tono da vecchietta.
Dario lanciò uno sguardo a Beatrice, che abbassò gli occhi, sciogliendo le braccia con aria vergognosa. Si sentiva colpevole di averlo messo in qiella situazione, sottoponendolo allo scherno di Andrea, che continuava a ridere senza apparentemente riuscire a ricomporsi. Elena, al suo fianco, lo fissava con aria imbarazzata. Per quasi un minuto intero la scena si protrasse, uguale a se stessa, in un'immobilità da fotografia. Poi, come se l'avessero deciso in un qualche muto scambio di hattute, Dario e Beatrice si mossero verso Andrea. Lei gli passò accanto, diretta in cucina, scuotendo la testa con aria disgustata, mentre lui gli si fermò davanti a gambe larghe, le labbra che sporgevano all'infuori e la schiena diritta e rigida.
"Hai finito, buffone?" Gli domandò Dario con voce bassa e misurata. Elena alzò gli occhi sul suo viso e venne presa da un istantaneo disagio, vedendo la sua espressione. Afferrò Andrea per la spalla, con forza.
"Andre, dai, piantala. Per favore." Andrea si rialzò dalla sua posizione piegata tirando su con il naso, ancora scosso dalle ultime risate e le posò una mano sul braccio.
"Eh, ma non ti devi mica spaventare, amore. È solo brutto, non pericoloso."
"Vogliamo scommettere?" Domandò Dario sollevando un sopracciglio. I suoi occhi non si erano mai staccati da Andrea.
"Piantala, Malatesta, le fai paura, così. Che cazzo, non ti si può neanche prendere in giro, una volta? Sei permaloso come una puttana!"
"Se lo dici tu, con titta la tua esperienza nel campo, posso crederci."
"Simpatico. Solo perché per una volta sono io ad avere una cosa più bella di quella che hai tu." Dario abbassò lo sguardo sul cucciolo che, come a volerlo spalleggiare, osservava la scena un passo dietro di lui.
"Veramente Swiff non è più brutto del tuo cane. È solo più piccolo."
"Si, è vero, è proprio adorabile!" Sorrise Elena, rassicurata dalla piega che stava prendendo la conversazione. Andrea si voltò verso di lei con aria tenera.
"Amore, perché non vai di là con Bea?" Le chiese.
"Beatrice. E non sono andata da nessuna parte, stupido. Sono solo dietro di te." Quasi lo fece saltare dalla sorpresa Beatrice, che lo osservava dalla soglia della cucina. Si voltò di scatto verso di lei.
"Cos'è, una manovra di accerchiamento? Avete deciso di mangiarmi?" Bea alzò gli occhi ad incontrare quelli di Dario, che diede in un breve cenno di assenso, mantenendo intatta l'espressione chiusa del volto. "Ragazzi, oh, duo meraviglia, cosa avete in testa?" A quel punto si sentiva davvero inquieto. La loro reazione era stata tanto fredda e rabbiosa da fargli capire con chiarezza di aver sbagliato qualcosa, ma, come al solito, non aveva idea di che cosa avesse sbagliato. Si abbassò rapidamente quando un qualche tipo di proiettile rosso fuoco attraversò l'aria vicino alla sua testa. Dario lo prese al volo, allungando la mano con un gesto pigro, mentre lo fissava con una smorfia sprezzante.
"Toh, cuor di leone. Buon natale." Gli disse con aria quasi disgustata porgendogli un pacchetto avvolto in una carta natalizia rossa. Era quello che aveva visto volare, quando Bea l'aveva lanciato per passarlo a Dario. Battendo le palpebre con aria di imbarazzo, andrea lo aprì più velocemente possibile, mentre Elena veniva invitata a sedersi e faceva conoscenza con il cane, dando sfoggio del suo innato amore per gli animali.
"Ah, insomma...grazie." disse infine Andrea alle schiene che gli venivano rivolte. Teneva fra le mani con aria quasi vergognosa la scatola della penna stilografica che gli avevano regalato. Sul biglietto, firmato da tutti e due, l'augurio di usarla al più presto per firmare un nuovo contratto. La grafia contratta di Dario contrastava in modo quasi comico con quella minuscola ed arrotondata di Bea; c'era qualche parola in ognuna delle duenscritture, rendendo facile a chiunque comprendere come quel regalo venisse da entrambi. "Dai, siete stati davvero carini. Insomma, dai anche il bigliettino scritto a quattro mani..." era sinceramente toccato.
Dario lo guardò con un mezzo sorriso.
"Fai vedere." Osservò il biglietto per pochi secondi. "No, questo l'ho scritto io. Però l'ha firmato anche lei." Beatrice gli rivolgeva ostinatamente le spalle, continuando la sua fitta conversazione con Elena sulle cure da prestare quotidianamente a Swiffer.
"È impossibile, si vede che ci sono due scritture diverse scusa." Commentò Andrea, deciso a non lasciarsi prendere in giro.
Dario fece un paio di passi verso gli scaffali sulla parete accanto ed afferrò un notes ed una penna, con cui scribacchiò rapido qualche patola, prima di passarglielo. La prima riga era vergata con la sua normale grafia, mentre la seconde era nel corsivo minuscolo di Beatrice. Andrea lo fissò per un attimo.
"Come cavolo fai?" Il sorriso di Dario si ampliò. Toccò la spalla di Bea e le passò il notes, su cui lei aggiunse qualcosa, senza parlare. Quando ritornò fra le sue mani, Andrea vide, per la prima volta, qualche difderenza, appena percettibile, fra le grafie. Anche lei aveva scritto la ptima riga nello stile di Dario e la seconda nel proprio. Li guardò affascinato. "Lo sapete fare anche con le firme?"
"Ovvio." Riposero all'unisono, l'uno impegnato a riporre notes e penna e l'altra a giocherellare con il cucciolo insieme ad Elena.
"Voi siete sul serio degli alieni, vero?" Chiese con aria turbata.
"Si, Vasirani. Sono un alieno. E se ridi ancora del mio cane ti schiaffo una sonda nel deretano e ti porto sul pianeta madre, chiaro?"
"Perchè 'nessuno ride del mio mulo'?" Lo provocò Andrea. Fu Bea a rispondere.
"Citazione banale e prevedibile. E poi che ne sai tu di quanto capiscono i cani? Magari l'hai offeso." Dario le posò le mani sulle spalle, sorridendo con aria accondiscendente.
"È vero, poverino. Dai, guarda com'è piccolo, chiedigli scusa!" Esclamò Elena allegra, posandogli il cucciolo fra le braccia. Andrea lo guardò serio.
"Le chiedo scusa, signor piccolo cane." Recitò con voce compassata. Swiffer inclinò il capo osservandolo e, per un momento, parvero in perfetta sintonia, prima che la macchia scura di umidità si allargasse sulla maglia giallo pallido, inducendo Andrea ad emettere un verso di ribrezzo. "Ma porca misera! Il tuo topo mi ha pisciato addosso!" Protestò.
Fu Beatrice a toglierglielo dalle mani, dato che Dario si era voltato precipitosamente per nascondere la risata che la scena gli aveva strappato.
"Bravo, Swiff." Disse poi girandosi nuovamente, con aria posata. "Ottima idea. Penso che da oggi farò anche io così, ogni volta che mi rompi le palle, ti salto in braccio e ti piscio addosso. Mi sembra la soluzione ideale."
"Ma vai a quel paese!" Sibilò Andrea, staccandosi di dosso il tessuto umido, mentre Elena rideva sommessamente nascondendosi dietro la mano.
Dopo quell'incidente, dovettero tornare a casa in tutta fretta.
Le ore trascorsero veloci, fra la prima, trionfale passeggiata con il nuovo membro della famiglia e qualche tempo passato sul letto, dove Bea lesse a voce alta per Dario, che ritrovò la sua posizione posando la testa sulle gambe di lei. Ricominciarono, per l'ennesima volta, 'il mastino dei Baskerville', con enorme diletto di entrambi, facendosi cullare dal suono familiare delle parole, mentre Swiffer dormicchiava sul petto di lui.
Quando venne sera erano entrambi felici e sereni ed in casa si respirava un senso di festa, di unità, raro e prezioso, che avcertivano acutamente. Pensavano, ognuno senza sapere che lo stesse pensando anche l'altro, che era qualcosa di molto simile a ciò che avevano desiderato per una vita intera e che, grazie al cielo, ora che lo stavano assaporando sembrava bello almeno quanto lo immaginavano quando ancora, nei loro cuori, credevano che non l'avrebbero avuto mai.
Dopo cena, posarono delicatamente il cucciolo sui cuscini e salirono la scala tenendosi per mano, fino ad infilarsi fra le coperte con un sospiro soddisfatto.
La mano di Dario cercò Bea fra le lenzuola, carezzandola piano quando l'ebbe trovata.
"Bea?"
"Mm?"
"Pensavo, ma ti ricordi oggi dopo pranzo?"
"Certo."
"Non è che vorresti finire quel discorso, per caso?" Le chiese a voce bassa, mentre la sua mano le passava leggera sul seno.
"Mi pare sensato. Non è bene lasciare le cose in sospeso, no?"
"No, infatti. È deplorevole." Concluse lui avvicinandosi. Si spogliarono lentamente, lasciando cadere uno dopo l'altro i loro pigiami e la biancheria fuori dal letto, senza uscire dal caldo abbraccio delle coperte. Fu solo quando, nudi e quasi pronti all'amore, lui la fermò gentilmente, che Bea si accorse della sua espressione. Un ampio sogghigno stendeva il viso di Dario, come un presagio di guai all'orizzonte.
"Dì, dove le hai poi messe, quelle manette?" Le chiese.
"E cosa vorresti farne, di grazia?" Lui spinse una mano all'indietro, facendola sparire fra la testiera ed il materasso, e tamburellò con le dita, producendo un ovattato suono metallico.
"Sai, qui c'è la rete del letto, che sembra fatta apposta."
"Ah. E dici che è robusta?"
"Assolutamente." Bea si produsse in un sorriso malizioso, poi gli volse le spalle per raggiungere il comodino.
"Va bene, allora. Se dici che regge."
"Regge." Concluse lui, allungando la mano per prendere ciò che le aveva chiesto. Bea fece scattare, veloce, l'anello metallico intorno al suo polso proteso. "Cioè? " chiese lui stupito.
Senza rispondere, lei si allungò sul suo corpo e fece passare la sottile catena metallica attorno al tubolare che le aveva mostrato.
"L'altra mano, caro." Dario la osservava con aria interessata. Dopo un momento, le porse la mano, obbediente, e lasciò che lei lo imprigionasse.
"E adesso qual'è il programma?" Le chiese.
"Fai silenzio e te lo faccio vedere."
Con gesti lenti e delicati, quasi stesse compiendo un rituale, Bea scostò le coperte scoprendo il suo corpo. Dario rabbrividì. Lei lo accarezzò piano e poi si chinò a baciare il suo collo, il suo petto, scendendo fino all'adddome. In quel punto delicato appena sotto l'ombelico, affondò il primo morso. Dario mugolò torcendosi appena. Aveva wuadi scordato la sensazione, il perfetto equilibrio fra piacere e dolore, che sapeva provocare in quel modo. Bea continuò a mordere e leccare, riempiendosi la bocca del sapore della sua pelle, godendo nel sentire sotto i denti la sua consistenza, eccitandosi sempre di più ad ogni sospiro, ad ogni suono che gli strappava dalla gola. Dopo qualche minuto, era al di là di ogni capacità di razionale controllo, ed affondò i denti troppo forte. Dario gemette appena.
"Mi fai male."
"Lo so." Sussurrò lei, picchiettando legfera con la li gua il contorno del suo morso.
"Smetti."
"No." Protestò lei in un mugolio contrariato. Non si fermò, continuando a fare ciò che desiderava sul corpo di lui, senza rendersi conto del movimento metodico e continuo dei suoi polsi che cercavano le dita e delle dita che tastavano, prudenti.
Quando Dario la prese per le spalle rovesciandola sul materasso, la prese del tutto di sorpresa.
"C'è una levetta, ricordi?" Le disse, fissandola con le pupille dilatate. Gli aveva fatto male sul serio, abbastanza da indurlo a liberarsi, ma non era veramente arrabbiato. Era piuttosto pervaso da quello strano miscuglio di estremo desiderio e volontà di possedere che ricordava dai suoi momenti più intensi. La toccò senza garbo, stringendo il suo corpo con forza, sentendola piegarsi, quasi assecondando ogni suo desiderio. Non c'era resistenza, non c'era conflitto, solo un meraviglioso dischiudersi di corpo e mente alla sua volontà.
Entrò dentro di lei in un unico, brusco movimento, e la sentì inarcarsi dolcemente per accoglierlo.
Bea emise un gemito soffocato. Il piacere che provava era acuto e struggente e le pareva di sentire tutto ciò che dentro di lei aveva patito la fame e la sete invocare la sua forza, nutrirsene, senza mai saziarsi.
Aveva il suo sapore sulle labbra, sulla pelle, nel naso. Lo voleva più di quanto avesse mai voluto nulla in vita sua. Inarcò la schiena e si spinse contro di luo, chiedendogli ciò che sentiva di volere senza parole. Sentiva le sue dita affondarle nella carne delle braccia, premendola contro il letto, il suo peso contro le ossa, e ancora le pareva di non essergli abbastanza vicino.
Poi Dario iniziò a parlare, sibilandole con voce appena udibile parole che solo loro sentifano d'amore, e, finalmente, si sentì piena di lui, ricolma del suo essere, in pace.
Si addormentarono abbracciati, qua do tutto fu finito, allacciati in un intrico di braccia e gambe, con il viso di lei sul petto nudo di Dario, senza più nulla da desiderare.
lunedì 15 settembre 2014
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