Con un gesto lento, quasi cauto, Dario spiccò l'anello di fidanzamento dalla sua nicchia di velluto marrone e lo infilò all'anulare di lei. Era brillante perfino nell'oscurità soffocante del puzzo di carta bruciata del garage.
Per un lungo attimo lo rimirarono entrambi, i visi chini ed accosti come quelli dei bambini che erano stati, quando avevano visto quei due pezzetti di metallo per la prima volta.
Senza voltarsi, con gli occhi ancora fissi al lieve luccicare del diamante, Dario disse:
"Adesso sei mia davvero. Lo sai?" La mano destra di Bea gli passò attorno al torso, in un gesto di confidenza quasi cameratesca e un sorriso le sfiorò le labbra.
"Lo sono sempre stata. Non lo sapevi più? L'hai dimenticato?" Lui annuì, sentendo i suoi capelli solleticargli il viso. "Deve essere bello, poter dimenticare le cose, certe volte." Sospirò lei a voce bassa.
"Bea?"
"Dimmi."
"Ho dimenticato tante cose. Ma adesso me le ricordo, quasi tutte. Solo, stammi vicina, vuoi? Non mi lasciare."
"No, Dario. Non ti lascio." Lui si staccò piano, come se farlo gli costasse uno sforzo enorme, e iniziò a porre rimedio al disastro che avevano combinato sul pavimento di cemento grezzo. Stava raccogliendo metodicamente tutte le sottili foglie nere che erano state i ricordi della sua vita, quando lei gli posò una mano, leggera e quasi esitante, sulla spalla. "Aspetta."
Dario alzò gli occhi e la seguì con lo sguardo mentre si accostava alla pila di scatole di cartone che, accatastate in un angolo asciutto ed oscuro, contenevano tutto ciò che dei suoi possessi non aveva ancora trovato posto in casa. La sua ricerca fu breve. Tornò verso di lui con un basso scatolone di cartone ondulato fra le braccia. Non poteva sapere che lui ne conosceva perfettamente il contenuto, avendo aperto ciascuna di quelle scatole per cercare il ciondolo che era rimasto con lei.
Bea si inginocchiò al suo fianco e posò la scatola sulla chiazza nera di combustione che era rimasta dopo il piccolo rogo improvvisato. Senza trovare il coraggio di guardarlo negli occhi, la aprì per mostrarne il contenuto al suo sguardo. All'interno, arruffate in una negligente confusione, si trovavano buste, gingilli, fotografie e biglietti di concerti.
Dopo una breve esitazione, Bea ne estrasse rapida una larga busta marmoizzata ed un sottile quaderno ad anelle, poi porse la mano verso di lui.
"L'accendino, per favore."
"Bea, guarda che non sei costretta a farlo." Gli occhi che si levarono nei suoi luccicavano ben più del normale, come se nascondessero una febbre incipiente.
"Non le voglio più, queste cose. Non le ho mai volute. Volevo te, io." Dario annuì. Capiva perfettamente quel sentimento. Faticando un poco per infilare le dita nella tasca, dalla sua posizione accovacciata, le porse l'accendino di plastica gialla e Bea lo usò per appiccare fuoco, goffamente, ai bordi di alcune carte, qui e là nella scatola. Si spensero due volte e per due volte lei ripetè l'operazione, fino a che, quietamente, quasi senza produrre fiamma, tutto ciò che era visibile fu ridotto in cenere. La scatola, ai bordi, era appena bruciacchiata e, d'istinto, Bea tentò di sollevarla per gettarla via, senza pensare alla temperatura che doveva aver raggiunto. Ritirò rapidamente le mani sibilando di dolore come un gatto infuriato.
"Oh, tutto bene? Fai vedere, ti sei fatta male?" Lei gli porse obbediente i palmi, che erano appena arrossati, e lui vi posò un bacio, al centro esatto di ciascuno. "Bea, devi fare più attenzione. Giuro che certe volte mi sembra che tu l'istinto di sopravvivenza non ce l'abbia proprio!" Lei si strinse nelle spalle.
"Mi sa che non ce l'ho, infatti."
"Non è mica un bel lavoro, sai? Possibile che non te ne freghi niente, di te stessa?" Con aria colpevole, le mani ancora abbandonate fra quelle di lui, Bea scrollò dolcemente il capo. No, non le interessava. Da troppo tempo, da un tempo che le era parso lungo quanto una dannazione eterna, cercava semplicemente di riempire una giornata dopo l'altra, senza portare danno a nessuno, in attesa del giorno in cui non si sarebbe svegliata più. Viveva la vita come un obbligo, un onere comune e tedioso che, non di meno, andava assolto nel miglior modo di cui si era capaci, un po' come per tante altre cose, che, pur non piacendo a nessuno, non di meno venivano fatte. Sopravvivere, se non addirittura ricercare una felicità che l'esperienza le aveva insegnato essere niente di più durevole di una corsa in giostra, non era certo fra le sue priorità.
"Senti, io..." cercò parole che non suonassero troppo melodrammatiche per riuscire a spiegargli quel complesso sistema di sentimenti e pensieri. "No, Dario. Non mi interessa. Insomma, perché dovrebbe? Io faccio le mie cose, le faccio meglio che posso e basta. Perché dovrebbe anche interessarmi?" Lui ebbe una strana smorfia, come se un sorriso si fosse mescolato ad un broncio.
"Beh, dovrebbe interessarti perché se a te succede qualcosa, allora io resto solo. E hai visto che pasticci che combino quando sono solo, no? Se ci sei tu, è diverso. Finché ci sei tu, mi ricordo chi sono io."
"Davvero?" Di nuovo, Dario fu colpito dalla misura di fiducia che vedeva nel suo sguardo.
"Davvero." Strinse le mani di lei fra le sue, facendole sparire. "Per questo ho bisogno che tu sia mia, proprio mia, agli occhi di tutti. Per questo ci tenevo tanto." Bea sorrise.
"Va bene, allora." L'intreccio delle loro mani si sciolse e lui prese, prudentemente, la scatola per i bordi esterni, sollevandola mentre si alzava. Il fondo di cartone, bruciato insieme al contenuto, cedette a metà strada riversando sul pavimento uno sbuffo di cenere e pezzetti di carta incombusta, insieme a un oggetto metallico che sferragliò contro il cemento sporco.
"Oddio, che disastro!" Tossì Bea, investita a pieno dalla cascata di cenere.
"Cos'è che è caduto?" Chiese lui chinandosi di nuovo per frugare con le dita fra i rifiuti. Bea si era alzata per prendere la scopa che era posata, come una sottile sentinella contro il caos, sulla parete di fondo e, quando si voltò di nuovo verso di lui, lo vide sorriderle con aria astuta. "Il mio regalo di natale?" Le domandò facendo dondolare, appese alle dita per la catenella, un paio di malconce manette di metallo. Lei arrossì.
"Guarda che non le usavo come pensi tu. Erano una specie di accessorio..." il sorriso di Dario si ampliò, lasciando intravedere i denti regolari.
"Aha. Immagino."
"Sul serio! All'epoca della nostra università un sacco di gente le portava sullo zaino o sulla sacca, come una specie di decorazione!" Lui annuì e avanzò nella sua direzione, ancora sorridendole.
"Vero. Io d'altronde potrei usarle diversamente, adesso."
"No. Non puoi. Non ho idea di dove siano le chiavi." Ora lui le era molto vicino, quasi a sfiorarla col corpo.
"Non è un problema." Le rispose con voce morbida.
"Dario..." lui ruotò gli occhi.
"Dico davvero. Hanno una levetta, qui. Non servono le chiavi. Non lo sapevi?" Lei scosse il capo. "Allora davvero non le hai mai usate con nessuno?"
"Davvero." Dario sporse le labbra, visibilmente soddisfatto.
"Mi sa che queste le teniamo, bella mia. Anzi, perché non entri in casa e le metti da qualche parte? Dove vuoi tu. Nel primo cassetto del mio comodino sarebbe l'ideale." Lei si piantò le mani sui fianchi guardandolo da sotto in su.
"E chi ti dice che te le lascerò usare, sentiamo?"
"È natale, Bea. Me lo dice il mio spirito della speranza natalizia!" Rispose lui allegro, sfilandole la scopa dalle mani e dandole in cambio le manette. "Dai, entra, qui c'è freddo. Faccio io."
"Ti dò una mano, se vuoi."
"Bea, faccio più in fretta e meglio da solo. Entra."
Lei lo fissò negli occhi per un istante, poi annuì. Passando accanto al punto in cui era inginocchiata fino a poco prima, si chinò appena per raccogliere ciò che aveva salvato dalle fiamme ed entrò in casa, lasciandolo solo.
Si sentiva strana, quasi senza peso, non fosse stato per quel cerchietto di metallo all'anulare che le pareva invece fin troppo solido, quasi fosse un pezzo vivo di Dario innestato sul suo corpo. Ma, per quanto stravagante le sembrasse l'idea di sposarsi davvero, di finire realmente per sposare lui, coronando con un madornale ritardo quello che era stato il suo sogno di bambina, per quanto quel pensiero le apparisse ancora irreale, come frutto di una fantastia, non era su quel perno che ruotavano i suoi pensieri. Mentre entrava in cucina e, con gesti automatici, riempiva d'acqua il bollitore e lo metteva sul fornello, era allo sguardo che lui le aveva rivolto che pensava. Al modo in cui l'aveva guardata, dicendole che era lei, con la sua presenza, a ricordargli chi lui fosse. Il suo sguardo incredibilmente serio, incredibilmente vicino, infinitamente sincero.
Si scoprì a domandarsi se anche lei non avesse dimenticato qualcosa. Ad esempio, in che modo lasciar andare tutto il peso che sentiva di trascinarsi dietro e stare, semplicemente, in pace. Ripensò ai massi che si erano andati accumulando dentro di lei, pesanti e terribilmente reali, quasi tangibili, nel tempo. Li enumerò mentalmente, partendo dal primo. Il pensiero che lui provasse vergogna riguardo a lei, a loro due, a quello che c'era stato fra loro, per primo. Quegli anni passati ad evitare, più o meno cosciente di farlo, i luoghi in cui avrebbe potuto incontrarlo, per il timore di vedere sul suo viso un'espressione di imbarazzo, un sorriso di circostanza, o, perfino, di essere ignorata, come una sconosciuta. Poi, ciò che le aveva raccontato sua madre, sulla storia della loro famiglia. Sapeva di tutti loro ben più di quanto avrebbe voluto, ben più di quanto, in coscienza, sentiva di poter sopportare senza giudicarli tutti, uno per uno, come bestie vigliacche e mordaci. Quello che aveva appreso su suo padre, che era stata costretta a sapere, cercando una giustificazione per quell'abbandono tanto freddo, tanto alieno da quell'immagine di tranquillo affetto che conosceva ed amava, le aveva spezzato il cuore, non meno del venire strappata dalle braccia di Dario. In ultimo, la lenta malattia di sua madre le aveva fatto sbattere il muso, e con violenza, su quanto spietati potessero essere perfino coloro che hanno proclamato eterno amore.
Sospirò, sola nella stanza ben illuminata. Dario aveva ragione. Non poteva passare tutto il tempo che le restava da vivere, poco o tanto che fosse, trascinandosi dietro tutto quel peso. Non poteva, ora che non era più sola. Si accorse d'un tratto che il fatto di riaverlo per sé, di poterlo vedere vivo e vero al suo fianco, di dormirgli accanto e fare l'amore con lui, la spaventava a morte. Per tutta la sua vita adulta aveva giudicato gli uomini sul metro della sua misura, trovandoli carenti, e, ad ogni delusione, ad ogni ferita, aveva ripetuto a se stessa che le cose sarebbero state differeti, sa avesse potuto avere lui accanto; ora si domandava cosa mai avrebbe pensato, a quale consolazione avrebbe potuto rivolgesi, il giorno in cui lui, come qualunque essere umano fallibile, l'avesse delusa.
Il bollitore iniziò a fischiare piano e, contemporaneamente, Dario entrò e la raggiunse in cucina.
"Tutto a posto, visto come sono stato veloce? Allora" si interruppe per un momento, sctutando la sua espressione. "È morto qualcuno mentre ero in garage?"
"No, amore. Vuoi del tè?"
"Si, grazie, ho freddino. A proposito, da quando tu fai il tè invece del caffè? Mi devo preoccupare seriamente?"
"No. Ho freddo e questo mi sembrava più veloce." Dario annuì. Condividevano la medesima passione per il caffè americano e la macchina a percolazione era terribilmente lenta, dal momento in cui aveva terminato il suo unico, breve volo contro il frigorifero, quell'estate. Si ripromise di comprarne una nuova al più presto e tornò ad osservare il viso di Bea.
"Tu non me la racconti giusta. Cosa succede?" Lei decise, in un lampo, di prederlo un po' in giro.
"Sono dispiaciuta, ecco cosa. Non immaginavo che ci saremmo scambiati dei regali e, come vedi, per te non c'è niente, sotto l'albero." Dario abbassò appena le spalle ed il capo.
"Ah. Non fa niente. Insomma, mi hai detto di si, è già qualcosa." Bea sentì che la sua bocca tentava di arricciarsi in un sorriso contro la sua volontà. Era quasi comica, la posa di delusione che aveva preso, la bocca ampia storta in un piccolo broncio ed il capo chino.
"Quindi non ti interessa, se non ho un regalo per te."
"No, figuriamoci. Non sono mica un bambino." Rispose lui. Bea non fu in grado di resistere oltre a quella benintenzionata quanto evidente bugia. Lasciò che un ampio sorriso le si disegnasse sul volto.
"Però sei stato parecchio bravo quest'anno, vero? Magari puoi ancora sperare in Babbo Natale." Un lampo degli occhi chiari di lui le sfiorò il viso.
"Non veniva di notte?" Bea scrollò le spalle.
"Stavolta no. Stavolta arriva fra una mezz'ora." Dario le si avvicinò con passo elastico.
"E ovviamente, dato che è già natale, adesso tu mi dici cos'è il mio regalo e perché non era in casa vero?" Bea scosse la testa in segno di diniego e lui prese a tormentarla tirandole i capelli e soffiandole in viso, come aveva sempre fatto, fino a che lei non lo scostò bruscamente, ridendo.
"Adesso basta, non te lo dico! È la mia ultima parola!"
"Dimmi almeno perché non è in casa!"
"Perché tu ti se messo in testa di rivoltare la casa da cima a fondo! E poi non è il genere di regalo che si possa nascondere."
"Oh! Allora è grande!" Sul viso di Dario si andava animando un entusiasmo infantile.
"No. Piccolo."
"Bea, dimmelo!"
"No. Niente da fare."
"Dai!"
"No!"
"Se me lo dici faccio quello che vuoi!" Lei poggiò le anche al mobile della cucina e gli rivolse uno sguardo interessato.
"Tutto quello che voglio io?" Dario sporse le labbra.
"Mi sono appena cacciato in un guaio, vero?" Per tutta risposta, lei gli rivolse un sorriso crudele. "Va bene, peste, spara, qual'è il tuo prezzo?"
"Dario, te lo ricordi cosa mi hai promesso che avresti fatto quando i miei capelli fossero stati lunghi fino alle spalle?"
"Si. Ma ancora..."
"Se vuoi sapere cos'è, quella stupida barba se ne va adesso."
"È un pizzetto."
"Quello che è. Via. Puff! Fallo sparire." Lui sospirò.
"Ma devo proprio?" Lei gli sorrise di nuovo.
"No. Puoi aspettare. Certo, se c'è traffico potrebbe essere in ritardo, ma ti assicuro che arriva in giornata." Dario fece cadere le mani in un gesto di resa.
"Va bene, nanetta malefica. Hai vinto. Lo faccio, dimmi cosa mi hai regalato."
"Certo, amore. Te lo dico mentre ti radi. Vienti, ti accompagno." Scrollando la testa con aria afflitta, lui la precedette nel bagno più grande al piano terra e prese il necessario per radersi dal ripiano sopra la specchiera mentre lei si appollaiava sul mobile accanto al lavello. Non appena il rasoio toccò il suo viso, Bea prese a parlare.
"Vedi, non è mai stato facile trovare dei regali per te. Sei uno che praticamente non desidera nulla. E volevo che questo regalo fosse proprio speciale, perché è il primo natale che passiamo insieme da tantissimo tempo. Così è da ottobre che mi scervello per pensare a cosa prenderti. Poi ho iniziato a trovarmi sempre fra i piedi Vasirani. E pian piano l'idea è arrivata."
"Hai trovato qualcosa che lo rende afono?" Chiese Dario aggrottando appena le sopracciglia, concentrato sul suo riflesso.
"No. Ho trovato qualcosa che desideravi tantissimo e che ancora non avevi."
"Mm. Fantastico. E te l'ha suggerito lui? Perché in quel caso potrebbe essere falso. Porca miseria, a me piaceva la mia barba, lo sai?" Bea sorrise.
"No, me l'ha suggerito il fatto che tu gli invidiassi qualcosa."
"Chi? Io? A quello lì? E cosa sarebbe, si può sapere?"
"Pensaci, grand'uomo. Cos'ha lui che tu non hai e a te piace un sacco?"
"Non saprei, davvero. La capacità di sparare cazzate? La faccia da playboy da riviera? Cosa, Bea?"
"Facciamo...magari Joker?" Chiese lei inarcando le sopracciglia e sporgendosi verso di lui. Gli occhi di Dario si sgranarono.
"Mi hai preso un cane?" Bea gli sorrise, beandosi della sua espressione di sorpresa.
Dario avrva sempre desiderato poter avere un animale da compagnia, fin dai suoi primi ricordi di bambino, ma sua madre non avrebbe mai permesso che una bestiola calcasse gli immacolati pavimenti della sua casa. Nel diventare adulto, quel deiderio era scivolato, senza un mormorio di protesta, sul fondo della sua coscienza, sepolto sotto un denso strato di doveri e ragionevoli obiezioni. Gli era sembrato infantile, arrivato a quell'età, soddisfare un desiderio che trovava la sua origine tanto lontano negli anni. Il pensiero che Bea potesse essersi ricordata di tutto questo e accorta di ciò che provava vedendo Andrea camminare tallonato dal suo boxer lo riempiva di tenerezza e, allo stesso tempo, gli pareva il coronamento perfetto di quella giornata.
"Mi hai preso un cane! Bea, grazie!" La abbracciò, senza potersi contenere, inumidendole il viso col contatto della sua guancia bagnata. Lei ridacchiò ripulendosi con il palmo. "Di che razza è? No, non me lo dire! Indovino!" Disse in un'unica frase.
"Finisci quello che stavi facendo mentre indovini!" Gli ricordò lei. Dario si concesse un minuto di silenzio, in cui terminò di radersi. Nella sua mente si avvicendavano immagini di lui che camminava per strada reggendo con orgoglio un corto guinzaglio di cuoio intrecciato. All'altra estremità, una serie di razze canine si avvicendavano.
"È un pastore tedesco?" Tentò. Bea dissentì. "Aspetta! Un boxer come quello di Andrea!"
"No, amore, tutto diverso. L'ho scelto per il carattere, non per l'aspetto. Le schede che ho letto dicevano che è dignitoso, intelligente, coraggioso e determinato."
"Perfetto! Esattamente come dovrebbe essere! Dico, ma ti rendi conto che ho totalizzato una famiglia al completo, moglie e cane fedele nella stessa giornata? Anzi, no, in meno di quattro ore! Questo sì che è un bel punteggio, no?"
"Si, amore." Rispose Bea meccanicamente. Lo stava guardando parlare, invece di ascoltarlo e si ripromise di riscuotersi subito, al più presto, dopo non più di un minuto. Il suo viso, finalmente messo a nudo, era tanto simile a quello che aveva immaginato, sognato, in tutti quegli anni da lasciarla senza fiato. Con una stretta al cuore, si rese conto di aver serrato le dita attorno al bordo del mobile, tanto forte da farsele dolere, non trovando il coraggio di toccarlo, come avrebbe desiderato.
Lo seguì attraverso l'ingresso, quasi trottando alle sue spalle per tenere il suo passo, quando udirono bussare alla porta. Alle voci all'esterno si mescolavano i latrati acuti di un cucciolo.
Dario aprì la porta con tanto entusiasmo da indurre Viola, che aveva appena bussato, a fare un rapido passo indietro. Nella mano stringeva il manico di un trasportino viola intenso, di sua scelta.
"Veh, il mio ex moroso! Buon natale!" Salutò Dario con aria ironica, infilandogli fra le mani il trasportino. Lui arrossì appena, ma era troppo impaziente per replicare a tono.
Mentre Beatrice accoglieva l'amica e portava all'interno la grossa borsa che conteneva tutto il necessario per il cucciolo, si rincantucciò sul divano e, con gesti emozionati, aprì lo sportellino e cercò di attirare all'esterno il piccolo occupante, con piccoli versi persuasivi.
Lentamente, con prudenza, infilò la mano all'interno ed estrasse un animaletto dimenante, che portò all'altezza del viso per studiarlo attenzione.
Era un arruffio di pelo bianco e grigio, lungo quanto il suo palmo. Non aveva l'aria di voler crescere molto di più. Con crescente sconcerto, Dario si alzò in piedi, tenendo la creatura all'altezza del viso. Non riusciva a vederne il muso, o non lo distingueva. Dopo un attimo di concentrazione, supponendo che la parte anteriore fosse quella nella cui direzione si andavano agitando le zampette tozze, lo rivoltò fra le mani.
Un paio di lucenti occhi marroni, quasi perfettamente rotondi, lo ossercarono con espressione maniacale di sopra un naso minuscolo, affondato nel pelo setoso.
"Amore, Viola deve tornare dal resto della banda!" Lo avviò la voce di Bea.
"Ciao Viola." Scandì lui in tono concentrato. Poco dopo Beatrice gli passò una mano attorno al gomito, appoggiandosi delicatamente alla sua spalla.
"È carino, vero? È un maschietto. Pensavo che ti sarebbe piaciuto di più, un maschio."
"Mm. È...Bea, è proprio...amore, ma che cos'è, questo?" Chiese lui mordendosi le labbra.
"Uno shihtzu! Non è bello?"
"Mm. Bello. Si." Annuì comprimendo le labbra ad una linea sottile. Il cucciolo si staccò dell'esame approfondito cui era sottoposto e, con un ultimo contorcimento di una forza insospettabile, sfuggì dalle sue mani cadendo a terra. Dario sussultò. Non doveva essere uno scherzo, per quella specie di criceto, un volo di quasi due metri. Il cane non diede segno né di dolore né di spavento, passando immediatamente ad esplorare l'ambiente circostante.
"Non ti piace, vero?" Chiese Bea con aria mortificata.
"Beh, non è che non mi piace. È che pensavo a qualcosa di più, come dire, ecco, grande, sai?"
"L'avevo intuito. Senti, mi dispiace tanto. Ho sbagliato. Chiederò all'allevamento se accettano di riprenderselo e lo farò scegliere a te, va bene?" Dario le accarezzò una spalla in un gesto di consolazione, vedendo la sua espressione delusa. Non era stato capace di nascondere il suo sconcerto di fronte a quella specie di pupazzetto.
Si sedette pesantemente sui cuscini del divano, con un sospiro, e, quasi all'istante, il cane lo raggiunse e, dopo avergli dedicato una lunga annusata, si sdraiò ai suoi piedi, posandogli il muso tondo sulla pinta della scarpa.
Dario allungò la mano e lo prese in braccio, posandoselo sul petto mentre si appoggiava all'indietro contro lo schienale. Si guardarono negli occhi.
"Ma tu sei proprio sicuro di essere un cane?" Il cucciolo gli assaggiò prudentemente il naso e lui lo scostò con un gesto garbato. "Sai, sembri uno di quei cosi, quelli per la polvere. Gli swiffer, hai presente?" Un latrato secco ed acuto rispose a questa sua affermazione. "Ah, lo capisco, non deve essere facile neanche per te. Siamo sinceri, subito pensavo che fossi un porcellino d'india. Come faccio io ad andare in giro con una cosa come te?" Il cane inclinò il capo e gli sorrise. Dario ricambiò il sorriso. "No, non fare quella faccia lì. Guardami. Ti sembro il tipo da cagnetto, io? Fidati, stai meglio con una di quelle signore che ti mettono nella borsetta." Una zampa corta e soffice gli colpì il viso. "Ma cosa fai, tenti di picchiarmi? Guarda le proporzioni, fammi la cortesia. Guarda che io lo dico per te." Dovette scostarlo di nuovo, quando arrivò a leccargli il volto. "No, non mi dire che ti piaccio, dai. Guarda che non c'è niente di personale, eh? È solo che sarebbe ridicolo, ti rendi conto."
Bea fece capolino dalla soglia della cucina ed ascoltò affascinata la parte finale di quel dialogo, tenuto a voce bassa. Si schiarì la voce per attirare la sua attenzione.
"Vieni a mangiare?" Dario annuì appena.
"Tu che ne dici, Swiffer, ce ne andiamo a mangiare?" Come se l'avesse capito, il cane percorse il suo corpo fino a tornare a terra e lo seguì in cucina. Bea aveva preparato un pranzo anche per lui e, non appena ebbe lustrato la ciotola, il cucciolo si infilò sotto il tavolo e riprese la sua posa, col muso sulla scarpa di Dario. Lui sospirò.
"Senti, amore, domani è festa, ma già dopodomani chiamo l'allevamento. Credimi, non ho parole per dirti..." lui sollevò dal piatto uno sguardo scandalizzato.
"Non vorrai mica dare via Swiffer, eh?" Bea chinò la testa nascondendo un sorriso.
"Si chiama così?"
"Mm."
"Pensavo che volessi qualcosa di più grande." Dario scosse la testa con aria pedante.
"Quello che conta non sono le dimensioni, mia cara." Sentenziò.
"Parliamo di cani, vero?" Chiese Bea con aria scherzosa. Risero insieme per un momento.
"Bea, io lo vorrei tenere, se per te va bene." Lei annuì sollevata, vedendo la sua aria sincera. "E già che siamo in argomento, senza voler rinvangare discorsi imbarazzanti, posso farti una domanda?"
"Dimmi."
"Tu sei stata con un po' di uomini, giusto?"
"Lo sai." Rispose secca lei.
"No, non ti arrabbiare, mi chiedevo solo, nella tua classifica, sai, io a che punto sono?" Domandò Dario con aria di falsa indifferenza.
"A letto, intendi?"
"Mm."
"Dico, ti sembrano domande da fare?"
"No? Cioè, sono messo così male che non me lo vuoi dire o in generale non si deve chiedere?" Bea sbuffò.
"Diciamo fra i primi cinque. Okay?"
"Beh, buono. Fra i primi cinque è buono." Mangiò ancora un boccone prima di riprendere a parlare. "Cioè, sai, fra i primi cinque come tecnica o, come dire, come...prestanza fisica?"
"Dario!"
"Cosa?" Lei posò la forchetta e lo fissò.
"Entrambe le cose. Va bene?"
"Si. Bene, ottimo, anzi. Fra i primi cinque." Si interruppe di nuovo. "Ma tipo sul podio o...non so, quarto?"
"Dario, per l'amor di dio! Cosa vuoi, una specie di top ten? Va bene! Il primo classificato per tecnica e medaglia d'argento per quella che tu chiami prestanza. Chiuso l'argomento, adesso?"
"Ah. Si, si, chiuso. Assolutamente."
"Bene." Sospirò Bea riprendendo in mano la forchetta.
"Perchè l'oro va a uno dei tuoi ex storici, come li chiami tu, o a uno, così, che hai visto poco?"
"A Loris."
"Ah! Loris quello stronzo di Firenze?" Bea alzò su di lui uno sguardo seccato.
"Beh, avrò pure avuto i miei motivi per starci insieme, no?" Dario alzò le sopracciglia.
"Me la sono cercata, vero?"
"Abbastanza."
Finirono di pranzare in un silenzio quasi totale. Poco prima che si alzassero dal tavolo, Bea posò una mano su quella di lui.
"Dario?"
"Dimmi."
"Non so se può farti piacere saperlo, ma fra le altre cose sei il primo per tutta quella roba decisamente non misurabile che riguarda l'anima, la forza e l'intelligenza. Non ne ho mai conosciuto un altro come te." Lui sorrise con aria timida.
"Si, mi fa piacere. Non volevo fare niente di male, ero solo curioso."
"Lo so."
"E comunque mi fa piacere anche l'oro in tecnica." Bea rise piano.
"Vanitoso."
"Si, piuttoso, su certi argomenti. Pensavo lo sapessi."
Si sporsero sul tavolo per scambiarsi un rapido bacio, poi Dario si chinò e passò la mano distesa sotto il corpo caldo del cucciolo addormentato. Fu sufficiente per sollevarlo dal muso alla coda, senza disturbare il suo sonno, per portarlo con loro sul divano.
domenica 14 settembre 2014
29b
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