martedì 9 settembre 2014

28

Dario camminava, nervoso ed eccitato, lungo una strada poco trafficata. Conosceva poco quella zona, ma aveva ben chiaro il suo obiettivo, frutto di pazienti ricerche.
Aveva dedicato i giorni precedenti, resi liberi dall'improvviso venir meno degli impegni lavorativi, ad una pulizia meticolosa della casa, spesso seguita con preoccupazione da Beatrice, che temeva un momento di crisi in seguito al suo improvviso licenziamento. Nulla sarebbe stato più lontano dalla realtà, e su questo l'aveva rassicurata ripetutamente, dato che si sentiva più che bene. Nonostante il cocente senso di vergogna che continuava a provare ogni volta che ripensava a quanto avesse lasciato degenerare la sua vita, che era finita per diventare nulla di più che una gabbia per bestie ammaestrate con lui nella parte della bestia, ora si sentiva in grado di sistemare ogni cosa. E aveva tutta l'intenzione di farlo. Aveva allineato, nella sua mente, una dietro l'altra tutte le cose da fare e aveva intenzione di farle fuori, metodicamente, una per volta, come sparando ai bersagli di un tiro a segno.
Per questo si trovava in quella zona fuori mano, quel mattino. Ufficialmente era uscito per una delle sue passeggiate, come da consiglio del dottore e in effetti, fedele alla parola data, aveva parcheggiato a quasi un chilometro di distanza dalla sua destinazione. Andava bene così, camminava volentieri, con la mano affindata nella tasca della giacca nera a far risuonare in continuazione i pezzetti di metallo all'interno. Avrebbe camminato anche dieci volte tanto, anche fino a spaccarsi le ginocchia, fosse stato necessario, per quello che doveva fare. L'avvicinarsi del natale gli aveva dato una buina idea, un'idea fantastica, l'ideale per dare il calcio d'inizio a ciò che andava fatto, e, per la miseria, sarebbe servito ben più di una sgambata per fermarlo.
I muscoli del suo viso si tesero, senza riuscire a formare un vero sorriso, a quel pensiero. Si, Beatrice si era preoccupata quando l'aveva visto intento a svuotare ogni scatola, ogni cassetto e bustina che aveva trovato in casa, cin la scusa di trovare un posto alle sue cose e dare una bella riordinata. Quello che non aveva capito, era che lui stava cercando qualcosa. E quel mattino, non appena lei era uscita di casa, l'aveva trovato, nascosto in uno degli ultimi due scatoloni che da casa di lei erano finiti ne suo garage, quelli con la generica e misteriosa scritta 'cose' sul fianco, a pennarello nero.
Finalmente si profilò alla sua destra l'insegna che cercava ed entrò nel negozio.
Il brusco cambio di temperatura, dal freddo umido e nebbioso dell'esterno al caldo luminoso del negozio, gli procurò un immediato fastidio al viso e agli occhi. Sapeva che si era arrossato e stava per mettersi a lacrimare, ma, per quanto odiasse quelle reazioni involontarie del suo corpo, ci si era ormai abituato da tempo. Il commesso gli venne incontro con aria sollecita e Dario ripensò in un lampo ad un altro negozio simile, di molti anni prima. Ora non lo trattavano più come se fosse un perditempo, ora che la sua età e il suo aspetto parlavano in sua vece. Senza perdere tempo, posò estraendoli dalla tasca i due vecchi ciondoli sul cristallo lucido della gioielleria.
"In cosa posso favorirla?" Chiese gentile il commesso.
"Li vede questi? Devono diventare un gioiello unico. Qualcosa di non troppo pacchiano, adatto a una donna. E ci voglio un diamante. Tutto chiaro?" Era solo parzialmente consapevole dell'effetto che aveva sulle persone. La sua sola altezza sarebbe stata sufficiente ad intimidire il prossimo, ma unita alla sua espressione di costante, annoiato distacco ed al suo modo strascicato di parlare, creava un insieme in grado di far sentire a disagio chiunque. Il commesso, immediatamente, assunse un'aria di cortese superiorità, a difesa.
"Posso domandarle a che genere di gioiello stava pensando?" Chiese osservando con aria critica i due oggetti da poco prezzo sul suo bancone. Dario apparentemente non si scosse.
"Un anello, credo. Sempre che riusciate a non farlo somigliare ad un tirapugni. Direi che dipende dalla vostra abilità, più che dalla mia volontà, non le pare?" Il commesso tirò su con il naso.
"Naturalmente è possibile. Sembrano oggetti molto...vissuti."
"Hanno una ventina di anni. La cosa rappresenta un problema? Non siete in grado di farlo? Perché in quel caso vorrei saperlo subito." Disse Dario. Non capiva per quale motivo quel tizio magrolino stesse facendo tutta quella scena. Gli pareva di aver fatto una richiesta del tutto lecita. Proprio mentre il commesso stava per replicare, il cellulare mandò il suo suono stridulo.
Domandando scusa con un cenno, Dario rispose allontanandosi appena.
"Cosa vuoi, adesso?" Chiese dopo aver dato un'occhiata al nome sul display.
"Buongiorno, Malatesta. Volevo sapere che cosa è quella roba che mi hai mandato."
"Il mio curriculum. Me l'avevi chiesto tu, te lo ricordi o ti sei rimbambito in via definitiva?"
"Adesso te lo dico in modo carino: diciotto cazzo di righe non è un curriculum. Aspetta: con chi sei?" Dario sbuffò spazentito.
"Ho risposto a tutte le domande delle linee guida su come compilare un curriculum in modo esauriente e circostanziato. E poi cosa te ne importa di dove sono io?" Andrea rise.
"Stai parlando un'altra volta da deficiente. Cosa succede?"
"Niente. Sto cercando di far fare um anello per Bea." Un attimo di silenzio dall'altra parte del telefono.
"Anello nel senso che penso io?"
"Direi di si."
"Compare, tu sei scemo. Non hai ancora finito di divorziare e ci ricaschi già? Sul serio?"
"Vasirani, stanne fuori. Cortesemente." Replicò lui gelido.
"Mm. Si, principe scassaminchia. Intanto dimmi qua do passi a sistemare questo telegramma stitico che mi hai mandato." La voce di Andrea si era fatta aspra.
"Sono dalle tue parti, facciamo fra..." diede una rapida occhiata al commesso che lo attendeva rigido dietro il banco. "Massimo un'ora e sono da te. Va bene, maestrina?"
"Benissimo." Rispose l'altro chiudendo la comunicazione senza salutare. Dario sospirò e si riavvicinò al bancone. Desiderava con tutto il cuore poter offrire quel dono alla sua Bea, poter portare con loro, in quella che ormai era certo che sarebbe stata una vita felice, quei due ciondoli che, pur essendo senza valore, erano stati tanto importanti per loro.
"Eccomi da lei." Disse al commesso "dunque, quello che ho chiesto è fattibile?"
"Si, fattibile. Il nostro orafo valuterà gli oggetti e deciderà in quale modo..."
"Ed è qui, adesso?" Lo interruppe Dario.
"Si, naturalmente."
"Bene. Lo chiami pure, lo aspetto qui." Il suo tono non ammetteva repliche di sorta e il commesso sparì attraverso una porta scorrevole per far ritorno, poco dopo, con un uomo largo e tozzo. Dario capì al primo sguardo per quale motivo non fosse lui a stare dietro al banco. Lo fissava malmostoso, sprizzando fastidio da ogni poro, con le mani, incredibilmente grandi e corte, più simili a quelle di un contadino che di un maesto orafo, semichiuse lungo i fianchi.
"Desidera?" Gli abbaiò in tono brusco. Quasi sospirando di sollievo, Dario spinse verso di lui i due ciondoli, che apparivano davvero vecchi e malconci in mezzo a tutto quel luccichio.
"Un anello, con questi, riesce a farmelo?" Gli chiese secco. L'uomo si avvicinò e li osservò senza mostrare altro che un cauto interesse professionale.
"Uomo o donna?"
"Donna."
"In bagno d'oro."
"No, rodiati, dura di più." Un paio di piccoli occhi castani fissarono Dario, valutandolo come fosse un oggetto da soppesare.
"Dura di più, ma non va bene per questi. Sono già fatti a bagno. Devo rifarlo. A meno che non vuoi che te li rifacciamo uguali, ma d'oro." Lui scosse la testa deciso.
"No, quelli. Una pietra me la riesce a mettere?"
"Anche tre. Lascia giù la misura che vuoi. E scegli la pietra."
"Per quando?" L'altro inclinò il capo studiando i pezzi, come se li vedesse insieme, in molteplici guise, nella mente.
"Due settimane. Dove la vuoi la pietra?"
"Cosa ne so? Non so come viene." Quasi scoppiò a ridere quando l'uomo, alla sua risposta, soffocò una bestemmia, afferrando con aria sbrigariva un notes e una comune penna pubblicitaria da sotto il pretenzioso bancone. In pochi tratti precisi gli offrì uno schizzo del risultato finale. Dario posò deciso il dito su un punto preciso.
"Qui." L'altro segnò il punto con la penna e rivolse un cenno al commesso, che immediatamente mostrò loro alcune delle pietre fra cui scegliere. Non occorse molto.
In perfetto orario, Dario parcheggiò sotto casa di Andrea e suonò il campanello, riaffondando subito le mani nelle tasche. Si sentiva talmente su di giri da non riuscire a restare serio. Una sensazione di esaltante ilarità l'aveva pervaso mentre camminava verso l'auto, senza riuscire a fare a meno di pensare in mille modi diversi al momento in cui glielo avrebbe chiesto.
Non aveva mai fatto una proposta di matrimonio, nonostante si fosse già sposato. Con Stella era stato tutto diverso, tutto gli era scappato di mano. Una sera, mentre chiacchieravano, lei gli aveva fatto notare che prima o poi avrebbero dovuto sposarsi e luinaveva educatamente convenuto a quell'osservazione e poi, sei mesi più tardi, l'aveva trovata a discutere dell'organizzazione della cerimonia con sua madre, entrando in cucina per prendere qualcsa da bere. Sentendole parlare di abiti bianchi e centritavola, aveva ingenuamente domandato chi si sposasse.
"Noi, ecco chi." Aveva risposto lei scuotendo la testa come a rimarcare la sua stupidità.
"Era anche ora!" Aveva detto sua madre.
"Ah si? E quando mi sposo, tanto per saperlo? Sai, non vorrei sovrapporre gli impegni." Era sinceramente convinto che stesse scherzando. Del resto, non aveva mai sentito dire che qualcuno si fosse sposato così, senza nemmeno deciderlo. Quando aveva capito che Stella era serissima, aveva preso la porta, su tutte le furie, e si era rifugiato in sala da pranzo, dove suo padre stava leggendo il giornale. Preso da un momento di esasperazione, si era prodotto in una serie di bestemmie che aveva fatto alzare gli occhi a Lucio.
"E alla fine si dice amen. Come mai il rosario completo a quest'ora?"
"Quella cretina ha deciso che ci sposiamo senza consultarmi." Lucio aveva bruscamente inspirato fra i denti, con un'espressione di dolore.
"Fatti coraggio. Capita a tutti, prima o poi." Dario l'aveva fissato.
"Pensavo di doverlo decidere io, se, quando e con chi." Suo padre l'aveva guardato con reale compatimento, prima di alzarsi dal tavolo. Passandogli accanto, gli aveva battuto la mano sulla spalla, nella cosa più simile ad un gesto di consolazione di cui fosse capace. E così era finita, si era ritrovato sposato.
Dario torse la bocca in una smorfia di disprezzo, rivolta principalmente a se stesso, uscendo dall'ascensore. Andrea lo aspettava già sulla soglia.
"Quello che mi piace di te è che arrivi sempre insieme a un bel sorriso." Gli disse ironico guardando il suo viso contratto.
"Una bella fortuna. A me tu continui a non piacere, invece." Rispose Dario entrando in casa. Joker, il grosso boxer di Andrea, lo accolse con un sonoro latrato.
"Oh, il bello di casa! Ciao, cucciolo! Ma lo sai che sei tanto più bello del tuo padrone? Lo sai?" Si era inteso a meraviglia da subito con lui ed era raro che passasse da quella casa senza portare un nuovo giocattolo o un qualche boccone speciale. Andrea scosse la testa guardandoli scambiarsi i convenevoli.
"Io ancora non riesco a crederci che ti piacciono i cani."
"Perché? A me piacciono tutti, gli animali. Più o meno."
"Oh. Più o meno?" Dario si tolse la giacca e la posò sull'appendiabiti concedendosi un'ultima carezza alla grande testa pelosa.
"I gatti mi lasciano abbastanza indifferente. Insomma, se devo avere un casa qualcuno che si fa i fatti suoi e pretende di essere nutrito e di sedersi sulla poltrona più comoda come fosse un suo diritto, tanto vale che vada a vivere con mio padre. O no?" Andrea rise, accompagnandolo in cucina.
"Beh, dipende. A lui lo gratti il pancino?" L'altro alzò su di lui uno sguardo inorridito.
"Dio mio, che brutta immagine. Sei proprio una brutta persona."
"Si, anche tu. Prendi una tazza di pozione magica e vieni in camera, che guardiamo quella...roba." come sempre, il tè era ottimo e molto dolce. Si sedettero di fronte allo schermo del computer mentre le tazze fumavano quiete, spandendo il loro calore. Dario sospirò stirando la schiena.
"Allora, cosa c'è che non va? C'è scritto tutto o no?" Andrea scosse la testa.
"I titoli dei paragrafi ci sono tutti. Ma quello che hai scritto tu è inaccettabile. Insomma, guarda cosa hai scritto sotto 'interessi personali' ad esempio."
"Lo sto guardando. Dov'è il problema?"
"Malatesta, c'è scritto 'chimica, biochimica e fisica.' E c'è un punto, dopo. Punto. Cioè, dai, ci sarà qualcosa che ti piace fare?"
"Quello. L'ho scritto!"
"Va bene, ti piace il tuo mestiere. È ammirevole. Ma tolto quello, finito il lavoro, cosa fai? Lavori, mangi, dormi e cosa fai, nel resto del tempo?" Dario sorrise con aria astuta nascondendo il volto nella tazza. "A parte scopare, testa di cazzo. Dai."
"Mah, le solita cose, Vasirani. Leggo, cucino."
"Oh! Grazie dio! E cosa legggi?"
"Libri di fisica, di..."
"No! No, cazzo! Cioè, non ce l'hai un hobby? Una roba che non c'entra e che fai di solito?" Dario arrossì.
"Mi piacciono le moto?" Tentò. Gli pareva di essere sottoposto ad un'interrogazione per cui non aveva studiato.
"Non ce la fai, eh? Non stai facendo lo scemo, tu non ce la fai proprio."
"A fare cosa?" Sbottò lui esasperato. "A sparare stronzate? No, direi che quella è la tua specialità. Io non so perché,ma io preferisco i fatti."
"Va bene. È chiaro, non ce la fai. Senti, facciamo una bella cosa. Questa schifezza te la metto a posto io e tu intanto porti il bestione a fare due passi. Te la senti? Mi sta tirando scemo, tutto il giorno a casa." Il viso di Dario si aprì in un'aria incredula.
"Sul serio?"
"Si. Vattene, anzi, andatevene. Lasciate fare le cose serie ai grandi, pedalare." Stava ancora pronunciando le ultime parole mentre l'altro, afferrato il guinzaglio che pendeva dall'appendiabiti insieme alla sua giacca, si richiudeva la porta alle spalle.
Mano a mno che il natale si avvicinava, accadeva sempre più spesso che uno dei due passasse, come casualmente, a casa dell'altro in mattinata, per poi rimanere fino ad ora di pranzo. Bea, nonostante le insistenze di Dario, aveva rifiutato di abbandonare la sua abitudine a pranzare con Viola, sostenendo che, in caso contrario, avrebbe finito col non vederla più. Solo nel momento in cui ricevette quella risposta, l'altro si rese conto di non aver mai saputo come si regolasse a pranzo.
"Quindi mangiate insieme ogni giorno?"
"Mm. Da quando mia madre era malata."
"Ah. Siete proprio amiche, eh?"
"Si, Dario."
"E di cosa parlate?"
"Delle solite cose, direi. Sai, di sua figlia, del mio lavoro, di Vittorio, di te..."
"Ah. Di me?"
"Si, e di Vittorio. Tutto a posto?"
"E cosa dite di me?" Chiese lui incuriosito. Una parte di lui, che tentava affannosamente di reprimere, era gelosa del tempo che lei passava con qualcun altro, delle parole che rivolgeva a qualcun altro. Lei lo guardò in tralice e gli sorrise.
"Solo cose belle, amore."
"Insomma, devo farmi i cazzi miei, è cosi?" Concluse lui incupito. Dopo quella conversazione si era chiuso nel suo studio e non ne era uscito che al momento di andare a dormire. Bea aveva continuato a pranzare ogni giorno con Viola, parlando con lei di cose che lui non poteva sapere e lui, quasi per vendetta, si era concesso di abituarsi a passare del tempo con Andrea, quasi sempre camminando silenzioso e compassato al suo fianco mentre l'amico parlava senza sosta nè apparente scopo di qualsiasi cosa gli passasse per la testa.
Beatrice lavorò fino al giorno prima della viglilia e, rientrando, trovò la casa decorata come nei suoi ricordi d'infanzia. Accanto alla scala stava un grande albero festonato e lungo il soffitto della stanza correvano sottili decori di fili d'argento. Sul divano nero, incongruo in jeans e maglietta a dispetto del clima, Dario la guardava con un grande sorriso felice.
"Buon natale, ossicini."
"Dario, è una meraviglia!" Boccheggiò lei andandogli incontro. Sul suo viso si leggevano chiaramente lo stupore e la gioia che provava. Lui annuì attirandola sulle sue ginocchia e iniziò a slacciarle la giacca pesante che ancora indossava.
"Era da un sacco di anni che non facevo più le decorazioni di natale. Ma direi che quest'anno merita, tu che ne dici?"
"Merita si."
"E avremo anche un pranzo di natale. Tutte ricette originali di Dora."
"Dario?"
"Mm?" Le sfilò la giacca, posandola con delicatezza sul bracciolo accanto a sé.
"Ma cime faia passare il natale con me? E i tuoi? Insomma, hai pensato a..."
"Giusto, brava, ottima obiezione. Dammi un secondo." Rispose lui, afferrando quasi distrattamente il cellulare posato sul divano alla sua sinistra. Dopo appena un paio di squilli, Bea,  che si trovava vicina al suo viso, riuscì ad udire debolmente la voce della madre di lui che rispondeva.
"Mamma? Ciao. Come state?" Uno squittio distante gli rispose. "Fantastico, anche io. Senti, non vengo lì a natale. Direi che ci vediamo direttamente l'anno prossimo, dopo le feste." Lo squittio si fece irato. "No, sono serissimo. Non mi interessa, ho detto no." La voce di Dario rimaneva calma fin quasi alla provocazione. D'improvviso la voce dall'altra parte del telefono mutò, assumendo il tono basso del padre. "Ciao, papà. No, niente di grave, ho solo avvisato la mamma che non passo da casa durante le feste." Ringhio di risposta. "Sto con la mia...la mia donna, credo si possa dire. No, sto a casa mia. No, preferirei che non passaste nemmeno voi. Vecchio, non vi apro, io ti sto avvisando." Il ringhio si fece più intenso, tanto che Bea riuscì a distinguere un paio di parole, niente affatto lusinghiere. Dario sorrise alla sua volta, inarcando le sopracciglia con aria di sopportazione. "Bene, sono felice che ci siamo capiti. Vi telefono." Concluse, chiudendo la comunicazione.
"Gli hai segato le gambe a tutti e due!" Esclamò ammirata Beatrice.
"Ho sistemato tutto. Questo, ossicini, sarà il natale perfetto. Mi hai sentito?"
"Si, amore." Gli rispose lei porgendo la bocca al suo bacio. Le semnrava già tutto talmente perfetto da non touscire ad immaginare nulla di meglio, ma se luinera stato in grado di fare la telefonata che aveva appena sentito, allora meritava di ottenere qualunque cosa avesse voluto.
L'intero giorno successivo non fu, per lei, altro che l'attesa del natale, così come era stato quando era bambina. Dora passò a trovarli e ricevette con grazia il suo dono, rifiutando di aprirlo fino al giono successivo. Suo padre la chiamò e lei rifiutò di rispindergli, come accadeva da dodici anni.
Poi andarono a dormire e, quando si svegliarono, era finalmente il giorno che aveva atteso.
Fecero colazione scambiandosi battute scherzose e poi, ancora in pigiama, tornarono sul letto per scambiarsi qualche effusione.
Arrivarono di fronte all'albero decorato solo in tarda mattinata.
Dario prese l'unico pacchetto che rimaneva e glielo porse tenendolo sul palmo aperto della mano. Eccitata, Bea strappò la carta decorata e mugolò di gioia vedendo la scatola della gioielleria. Lui la guardava con un mezzo sorriso e le mani affondate fino ai polsi nelle tasche dei pantaloni che aveva indossato.
Quando aprì la scatola, rimase senza fiato.
I due ciondoli che avevano scelto l'uno per l'altra il loro undicesimo natale brillavano di oro nuovo, allacciati quasi in un amorevole abbraccio. La forma si uosa del drago era stata appena incurvata, come a voler circondare e proteggere il piccolo angelo, che sfoggiava uno scintillante cuore di diamante.
"Sono..."
"Si, sono i nostri."
"Dario, ma è...non ci sono parole. Non avevo mai pensato una cosa tanto bella." Il sorriso di lui si allargò.
"Sono contento che ti piaccia. Bea? Beatrice?" Lei alzò gli occhi, ancora spalancati, in quelli di Dario.
"Dimmi."
"Vuoi sposarmi?" Le chiese lui, con l'impressione di dover spremere quelle parole fuori dalla sua gola con la pura forza di volontà. Il viso di Bea arrossì lievemente, rendendola sfavillante di bellezza. La guardò dischiudere le labbra, aspettando con il fiato sospeso di udire la sua voce.
"Dario, non posso." Rispose lei con aria di rimpianto. Dario chiuse gli occhi un momento.
"No. No, no, no. Frena tutto, cosa dovrebbe voler dire che non puoi?"
"Ti amo tantissimo, ma non voglio sposarmi. E poi siamo cugini."
"Ah, per quello. Guarda che possiamo, è legale. Mi sono informato."
"Noi possiamo?"
"Mm. Avremmo potuto da sempre." La vide scuotere di nuovo la testa.
"Credimi, mi dispiace tanto...ma non posso. Io non voglio sposarmi. E poi stiamo bene, così, no?" Lui iniziò a sentirsi irritato, oltre che deluso.
"Dimmi di si."
"Non posso."
"Bea, dimmi di si."
"Non voglio sposarmi."
"Vuoi sposare me. Dimmi di si."
"Dario, guarda che non cambia niente così."
"Allora dimmi qual'è il problema!" Le gridò in faccia.
"Che io non voglio sposarmi!" Scandì lei. Dario annuì con aria infuriata.
"Lo so io qual'è il cazzo di problema. Te lo dico io. È il nostro passato. Beh, cancella tutto, si riparte da qui. Dimmi di si e basta."
"Dario, io non posso...insomma, l'hai detto tu no? Non possiamo cancellare il passato. "
"E va bene! Ho detto una stronzata, che sarà mai!" Ribattè lui. Si allontanò a grandi passi verso l'interno della casa e ricomparve con un paio di volumi sotto al braccio. La afferrò per la mano e la trascinò fuoti di casa.
"Dario..."
"Stai zitta. Se non stai per dirmi di si, stai zitta." Ringhiò lui aprendo con un solo gesto il portello del garage. Buttò a terra i volumi e spostò entrambe le motociclette all'esterno, prima di tirare fuori da un cassetto un'intera scatola di accendifuoco e infiammarne un angolo con l'accendino di plastica che tolse dalla tasca.
"Cosa stai facendo?"
"Cancello il passato, oca giuliva. Ecco, guarda." Il primo dei volumi venne aperto e si rivelò essere un album fotografico. All'interno sorrideva un Dario molto più giovane, accanto a persone che lei non conosceva. Bea rimase immibile, stringendo ancora nella mano la piccola scatola dell'anello. La fiamma salì, emanando un puzzo dolciastro. "Avanti, tutto quanto, pacchetto completo." Sibilò Dario, strappando le pagine una dopo l'altra davanti ai suoi occhi. Gli anni dell'università sparirono, accartocciati in sottili sfoglie nere. Il secondo volume conteneva le fotografie del suo matrimonio. Quando le ultime pagine di parenti sorridenti si infiammarono, lui scrollò la copertina di cartone pesante, per mostrarle il vuoto all'interno e qualcosa ne uscì tintinnando allegro sul cemento. Dario trattenne il fiato. Era la sua fede di nozze.
Beatrice fissava quel sottile anello come ipnotizzata. Lui lo raccolse fra l'indice e il pollice e glielo mostrò.
"È per questo che non vuoi, vero? Per questa cosa qui." Sentendosi arrossire, Bea chinò la testa.
"Si. Anche." Ammise.
"Spiegami. Fammi capire." La voce di lui era ancora arrabbiata.
"Era il mio posto, quello, Dario. Il mio. Neanche per gioco dovevi farlo prendere da...chiunque. Non puoi dire 'fammi capire' e pretendere che ti spieghi una cosa del genere. Insomma, una cosa è trovare compagnia, divertirsi. Ma tu hai giurato di amarla per sempre. L'hai giurato davanti a dio! Hai cercato...mi hai sostituita. E adesso vieni qui a dirmi così, come se non contasse niente, una cosa del genere. Te lo farei mangiare, quel coso, se potessi." Aveva tentato con tutte le sue forze di arrabbiarsi anche lei. Ci aveva provato, ma non poteva. Lo capiva, capiva i motivi che l'avevano spinto a sposare Stella, e non riusciva a provare rabbia. L'unico sentimento che la riempiva era un profondo rimpianto, per ciò che non avrebbero potuto riavere indietro.
"Va bene." Le rispose lui serio. Beatrice alzò gli occhi senza capire e lo vide mettersi la fede fra i denti.
"Non fare il cretino."
"Dimmi di si." Riuscì a scandire lui nonostante il fastidio dell'anello.
"Dario, sputa quella cosa." In un lampo lui spinse la sottile vera in bocca con le labbra e, dopo avergliela mostrata ancora una volta aprendo la bocca, la ingoiò strizzando gli occhi.
"Sei scemo?" Gli urlò lei quasi saltandogli addosso. Gli aprì le labbra con la mano. La sua bocca era vuota. "Ma ti sei rincretinito? Quella cosa adesso come esce? Ma porca puttana, Dario!" Lui le prese il polso.
"Dimmi di si." La fissava negli occhi, tanto forte da sentire male. Lei si fece seria in viso.
"Dammi un motivo per mancare alla promessa che ho fatto a me di non sposarmi."
"Hai promesso prima a me che mi avresti sposato. A dodici anni. Dimmi di si."
"Dario..."
"Dimmi di si o passo ai cucchiaini." Le circondò la vita con la mano libera. Vedeva già nei suoi occhi quello che le sue orecchie volevano sentire. Beatrice abbassò lo sguardo, sottraendolo al suo.
"Si."
"Cosa cosa?"
"Si, brutto scemo di uno spilungone, ho detto si."
Si sorrisero lentamente nel garage pieno di fumo e puzzo di carta bruciata, allacciati come in un passo di danza.

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