venerdì 19 settembre 2014

31

Un paio di giorni dopo natale Bea aspettava, nervosa come non mai, di sostenere l'esame di guida.
Aveva costretto Dario a ritornare a casa, invece di sedersi ad aspettare al suo fianco. Era terrorizzata all'idea di fallire miseramente e dover affrontare la sua aria delusa prima di essere riuscita a ricomporsi. Era terrorizzata di fallire miseramente e dover ripetere l'esperienza, lievemente umiliante, di aspettare sulla sedia di plastica stampata nel bel mezzo di un nugolo di ragazzini che la guardavano incuriositi e la chiamavano 'signora'. Era terrorizzata di fallire miseramente, e basta.
Era stata una faticaccia, convincerlo a non aspettarla, ed era dovuta ricorrere alle minacce, facendogli la faccia dura e la voce cupa, quando, più di ogni altra cosa, avrebbe voluto aggrapparsi al suo braccio e rifiutarsi di lasciarlo a meno che lui non l'avesse riaccompagnata a casa, ma ce l'aveva fatta.
Sapeva che sarebbe stata fonte di ulteriore nervosismo, per lei, saperlo seduto lì, come una quercia piantata fra gli arbusti, composto ed incongruo. E poi, dopo la consistenza quasi onirica di quegli ultimi giorni, sentiva il bisogno di quella brusca immersione nella realtà. E per essere brusca, era brusca sul serio.
Come ad ogni esame della sua vita, a causa del suo cognome, si sentì chiamare più presto di quanto avrebbe voluto.
Salì sull'auto insieme ad un altra esaminanda e le toccò il secondo posto. Il successivo quarto d'ora lo passò osservando la giovanissima ragazza alla guida sostenere con un successo che le parve quasi eccessivo il suo esame. Mentre procedeva la sequenza di manovre, inversioni e svolte, Bea osservava il suo profilo.
Le sembrava davvero piccola, con ancora un tocco infantile nei tratti del volto e nella voce. L'idea che quella ragazza avesse la stessa età che aveva avuto lei, quando era stata cacciata da casa, le fece provare una strana stretta allo stomaco.
Non ricordava di aver avuto un aspetto tanto giovane, tanto fragile. Aveva piuttosto memoria di se stessa, a quell'epoca, come di quasi identica ad ora, salvo le ovvie differenze causate dal peso e dai capelli più lunghi. E invece, era stata tanto piccola, lei che si sentiva pronta ad affrontare il mondo intero fuggendo con il suo ragazzo.
Persa in quelle considerazioni, venne colta quasi di sorpresa dall'arrivo del suo turno. Si sedette al posto di guida sentendo le mani scivolose di sudore e gelate.
Come aveva sempre fatto, ogni singola volta in cui affrontava una materia con l'intento di padroneggiarla in breve tempo, si era creata una sorta di schema di ciò che andava fatto ed ora lo ripetè mentalmente, mano a mano che compiva ognuna delle azioni necessarie.
Tutto procedette con estrema calma e semplicità, senza alcuna imprecisione. Bea fissava il mondo attraverso il parabrezza con concentrazione feroce, senza spostare gli occhi, imponendo con rigido autocontrollo ai suoi gesti di non rivelare il profondo nervosismo che la permeava. Prima ancora che se ne rendesse conto, tutto fu finito e si ritrovò correttamente parcheggiata di fronte al medesimo edificio da cui erano partiti.
Nemmeno un'ora dopo, fumava una sigaretta alla fermata dell'autobus, attendendo la corsa che l'avrebbe portata fino all'incrocio della strada di casa. Non aveva chiamato Dario per avvisarlo e pensò, con un sorriso, a quanto sarebbe stato sorpreso di vederla rientrare tanto presto.
Mise le mani nelle tasche, per proteggerle dal freddo umido, e carezzò con un dito la sottile tessera di plastica rosa che sanciva il suo diritto a guidare un'auto. Rimaneva da vedere cosa mai avrebbe guidato, dato che l'enorme berlina rossa di Dario la metteva in soggezione, più che attrarla. Non escludeva l'idea di acquistare un'utilitaria di seconda mano. Qualcosa di piccolo, maneggevole, e, magari, già abbastanza ammaccato da non farle temere di poterlo ammaccare lei stessa.
La grossa faccia piatta del suo autobus, la desinazione chiaramente scritta sul davanti in luminose lettere arancio, fece capolino dal grigiore che aria e palazzi insieme stendevano, come una tela, da un capo all'altro del campo visivo, e Bea fece un cenno per farlo fermare. Aveva sempre qualche biglietto sparpagliato in fondo alla borsetta. Dopotutto, era abituata a muoversi in quel modo, pensò senza riuscire a non provare una fitta di esultanza al pensiero che, da quel momento in poi, avrebbe lentamente perso quell'abitudine.
Seduta sul seggiolino dietro quello del conducente, mentre la sua immagine riflessa la guardava attraverso il vetro e la città le scorreva lenta accanto, attraversando il fantasma del suo viso, sentì che la sua vita stava cambiando, stava evolvendo, per la precisione, in quella che aveva continuato a desiderare, quasi vergognandosi di tanto segreto idealismo, in un cantuccio riposto della mente.
Promise a se stessa che si sarebbe regalata sul serio quell'auto, per quanto fosse consapevole che i suoi risparmi le avrebbero concesso solo una scelta molto limitata, come segno tangibile del nuovo corso degli eventi. L'avrebbe cercata, scelta con cura e poi usata, come milioni di altre persone facevano ogni giorno. Avrebbe ricominciato a concedersi quelle piccole cose che per gli altri erano da sempre normali. Per quanto il nuovo anno fosse solo a pochi giorni di distanza e le giornate fossero tanto brevi e prive di luce da apparire quasi un'illusione, Bea avvertì acutamente la fine del suo inverno interiore.

Nel minuscolo solaio della casa che divideva con Beatrice, Dario era ricoperto da una pellicola di sudore, nonostante la stagione. Una delle cause era, certamente, la temperatura della stanzetta, poco più di uno sgabuzzino, in realtà, la quale, perfettamente isolata termicamente, finiva per raccogliere il calore di tutta la casa. L'altra causa era da attribuire alla quantità di manovre che si erano rivelate necessarie per stipare quella parte dei suoi oggetti di cui sentiva, in tutta sincerità, di poter fare tranquillamente a meno, per fare spazio alle cose di lei.
Non era semplice mettere insieme le dimensioni ridotte della stanza, la quantità di scatole da sistemare e il suo innato senso dell'ordine. Anche ora che il suo bisogno di simmetria sembrava sonnecchiare, dandogli appena qualche fastidio di tanto in tanto, continuava, come aveva sempre fatto, a sentire il bisogno che per ogni cosa ci fosse un posto preciso e che gli spazi vuoti fossero il meno possibile.
Sbuffò, passandosi le mani sul viso, e si preparò a ridisporre per la terza volta le nove scatole di cartone che occupavano il solaio, insieme alla scaffalatura di metallo su cui trovavano posto lampadine di riserva e merci simili. Non amava farsi trovare impreparato agli imprevisti e quello scaffale lo dimostrava in modo lampante. Batterie, di diversi formati, compresa una batteria di riserva per ciascuna delle due moto, lampadine, di ogni tipo che utilizzava in casa, diversi contenitori zeppi di rotoli di nastro adesivo e altre minuzie che preferiva tenere a portata di mano. Ed era proprio quello, il problema contro cui combatteva, mentre ormai cominciava a sentirsi fastidiosamente appiccicoso, quello di disporre i maledetti scatoloni in modo tale che non gli impedissero un rapido accesso a qualsiasi parte dello scaffale.
Armandosi di santa pazienza, con la voglia matta di buttarsi sotto una doccia, cominciò da capo, dopo essersi sfilato dalla testa la maglia invernale per rimanere in maniche corte.
Avrebbe potuto rimandare quel lavoretto, lo sapeva, ma si sentiva troppo agitato per rimanere fermo, sapendo che Beatrice stava affrontando l'esame di guida, ed era troppo presto per fare qualsiasi altra cosa. Perfino Swiff, di solito un vero entusiasta della vita, l'aveva tradito rifiutandosi di uscire dalla sua cesta dopo la lunga passeggiata cui l'aveva sottoposto.
Aveva paura di come lei avrebbe potuto reagire ad un eventuale fallimento. Il pensiero lo metteva in una sorta di nervoso disagio, non solo perché Beatrice si era rifiutata, dopo la loro prima ed unica, fallimentare, lezione di guida, di sedersi al volante della sua auto, fosse pure per quello che lui chiamava un rapido ripasso pre esame, ma anche perché temeva che una qualunque delusione potesse far loro perdere tutto il terreno che avevano guadagnato, quasi per miracolo, negli ultimi giorni.
La notte di natale, quando voltandosi nel letto non l'aveva trovata, si era svegliato all'istante, con un senso quasi di nausea, tanta era stata la paura che aveva sentito. Troppe volte gli era capitato, di sognarsela accanto e non trovarla al mattino, per restare indifferente ad un così brusco riveglio. Pochi secondi gli erano stati sufficienti per calmarsi abbastanza da scendere le scale, seguendo la debole luminosità che proveniva dal piano inferiore.
Seduta sul piano della cucina, le gambe a penzoloni, aveva trovato Bea affondata in un estemporaneo spuntino di mezzanotte. Gli aveva sorriso a bocca piena, con aria di imbarazzo, vedendolo arrivare a piedi nudi e notando la sua aria stupita.
"Eh, mi sono svegliata con lo stomaco che brontolava" gli aveva spiegato senza attendere domande "sono scesa a prendere un biscotto, ma poi ho aperto il frigo..." Dario aveva sollevato le sopracciglia annuendo felice. La cena di natale di Bea, nonostante i suoi sforzi, era consistita in un crostino di pane e due fette di roastbeef. Da che l'aveva rivista, non l'aveva mai vista mangiare molto di più e sempre con l'aria di un atleta che affronta una serie di ostacoli particolarmente perniciosi, mai con piacere. Vederla mangiare di sua volontà, masticando con evidente gusto, quasi gli aveva fatto salire le lacrime agli occhi dal sollievo. Non si era reso davvero conto, fino a quel momento, di quanto inadeguato si fosse sentito ad aiutarla e di quanta paura avesse avuto di vederla semplicemente sparire piano piano, fino al momento in cui il suo corpo avesse ceduto. Le aveva dunque sorriso e aveva accennato con la testa alla fetta di pane che teneva in mano, ripiegata come un foglio su se stessa.
"E in mezzo cosa ci hai messo?"
"Ciccia." Aveva brevemente risposto lei a bocca piena. Era evidente quanto si vergognasse di farsi vedere da lui così e gli parve assurdo. Scuotendo la tasta, aprì lo sportello del frigorifero e ne tirò fuori il piatto da portata con il resto della carne arrosto.
"Ah, beh, tu capisci che sarebbe scortese farti mangiare da sola." Le sussurrò senza guardarla, mentre iniziava a disporre la carne sul pane, intervallandone le fette con generose applicazioni di maionese. Quando ebbe finito, si volse verso di lei poggiando le anche al mobile e staccò un morso imponente allo scosceso declivio di pane e carne. Bea spalancò gli occhi, ridacchiando.
"Avevi fame anche tu?" Lui scosse la testa.
"No, mangio solo per educazione, te l'ho detto." Lei aveva annuito seria infilandosi in bocca l'ultimo pezzetto di pane.
"Sai che tu hai un rapporto strano col sesso?" Le aveva chiesto dopo qualche minuto di silenziosa destrutturazione del cibo.
"È ovvio che lo so, amore. Ci convivo da...beh, da anni." Aveva sospirato lei. "Mi fa sentire meglio. Di solito solo mentre lo faccio, ma a volte...insomma, a dirla tutta stasera è stata la seconda volta, ma comunque in alcune occasioni mi fa sentire meglio del tutto." Dario le porse il panino che lei stava fissando pensosa mentre parlava e le lasciò staccare un morsetto da coniglio da un angolo.
"Dì, e l'altra volta?" Bea gli sorrise luminosa.
"Ti ricordi dopo che ero andata contro il muro con la tua moto?"
"Mm."
"Ti ricordi come hai fatto a convincermi a mangiare di nuovo?" Anche lui aveva sorriso a quel ricordo. Ci aveva impiegato un'intera mattinata, ma ci era riuscito.
"Mm."
"Ecco. Quella è stata l'altra volta."
"Entrambe le volte con me?" Bea aveva scosso la testa con aria divertita e gli aveva rubato un altro piccolo morso.
"È logico, Dario. Perché pensi che io ti abbia sempre amato tanto?"
"Perché faccio sesso molto bene?" Aveva domandato lui con aria falsamente scandalizzata.
"Perché se l'unica persona che è capace di farmi questo effetto. Di farmi sentire legata a..." aveva accennato con un gesto del palmo a ciò che la circondava "a tutto il resto. Altrimenti io mi sento sempre un po' a parte, come dire."
"Spiegami una cosa." Le aveva detto lui, spezzando in due ciò che rimaneva del panino che teneva in mano e allungandole una delle metà. "Se davvero sono così importante, così speciale, per te, perché mi hai fatto diventare matto prima di dirmi di si, quando oggi ti ho chiesto di sposarmi? Semplice sadismo? O era una specie di punizione per essermi sposato?" Bea alzò su di lui uno sguardo addolorato.
"Io non ti farei mai una cosa così. Pensi davvero che arriverei a punirti per qualcosa che hai fatto?"
"Va bene, non era una punizione. Errore mio. Allora perché?" Lei aveva abbassato gli occhi sul cibo che teneva in mano e ritratto le gambe, posando i talloni sulla scanalatura dello sportello sottostante, fino a sfiorarsi quasi il petto con le ginocchia.
"Perché ho una fifa da matti. Ho paura che, adesso, piano piano fra noi due diventi come fra tutti. Che tutto quello che rende speciale quello che c'è fra noi si consumi."
"Hai paura che io sia un uomo normale, Bea? Perché nel caso ti tolgo subito l'incertezza: lo sono."
"Forse. Forse per gli altri lo sei." Sentendo di essere sull'orlo di una piccola rivelazione, Dario le si portò vicino, la spalla che sfiorava quella di lei.
"E per te?"
"Non posso dirlo."
"Allora comincio io, brutta fifona. Sei la mia vita, Bea. Sai, detto fra noi, credo che tu sia quello che ho io al posto di un'anima. Quando tu non c'eri, non c'ero più neanche io." Volse la testa per guardarla, con un'aria di sfida sul volto, come se, nel profondo si aspettasse di essere deriso. Bea fissava ancora concentrata il cibo che continuava a rigirarsi in mano. "Tocca a te." Il mormorio con cui lei gli rispose risultò inudibile perfino a quella distanza. "Amore, guarda che così non ti sento."
"Ho detto che te lo dico, se mi giuri di non ridere."
"Prometto." Dopo una breve esitazione, Bea gli rispose.
"Tu sei dio, Dario."
"Come?"
"Dio, hai presente? Quello che dice 'sia la luce' e luce fu? Quello sei tu. Fa effetto sposare dio."
"Immagino." Aveva risposto lui tentando di tenere un tono neutro. In realtà, quell'affermazione lo aveva colpito con una violenza quasi fisica. Era la perfetta spiegazione delle dinamiche fra loro, se ne rendeva conto, ciò che si erano appena detti, era la pura verità, per quanto espressa in un modo piuttosto enfatico, ma, con una precisione che nascondere qualcosa di più di una casualità, era anche la concretizzazione delle sue più folli e più nascoste fantasie. Una piccola bolla di una sensazione fra la vergogna e il compiacimento gli si gonfiò nel petto, trovando posto fra cuore e polmoni ed alimentando la sua fiamma interiore come non era mai capitato con niente altro. Se da una parte avrebbe voluto nascondere il viso, dall'altra, non poteva negarlo, avrebbe voluto sentirle pronunciare ancora quelle parole.
La circondò in un abbraccio, racchiudendola come fosse qualcosa di molto piccolo e prezioso, e posò la guancia sulla sua testa.
"Bea?"
"Dimmi."
"Hai finito di mangiare?"
"Si."
"Andiamo a letto, dai." Le aveva detto. Poi l'aveva presa fra le braccia, sordo alle sue proteste, chiudendole la bocca con un bacio, e a quel modo l'aveva riportata fra le coperte.
Stava ripensando a quel momento, se lo stava rigirando in mente deliziato dal suo sapore, mentre finiva di spostare l'ultimo scatolone dal pavimento alla cima della pila. Fece combaciare gli angoli con quelli che aveva già posizionato e osservò critico la disposizione. Sembrava a posto. Si circondò il torso con un braccio, mentre mordicchiava pensoso l'unghia del pollice portando l'altra mano alla bocca. Una regolare, diritta pila da quattro scatole. Una da cinque. Una sottile ruga gli apparve fra le sopracciglia. Una da quattro. Una da cinque. Era inutile tentare di disporli in tre pile da tre, aveva già provato. Niente da fare. Non gli rimaneva che scendere di sotto e darsi una ripulita. Allungò la mano verso il maglione, ripiegato sul bordo dello scaffale. I suoi occhi, quasi dotati di volontà propria, scattarono di nuovo a fissare lo spazio vuoto che sovrastava la pila più corta. Una da quattro. Una da cinque. Ritrasse la mano e riportò il pollice alle labbra, picchiettandole con l'unghia incavata dal ripetuto contatto coi suoi stessi incisivi. Sapeva che avrebbe dovuto semplicemente scendere le scale e infischiarsene. Che non faceva alcuna differenza. Una da quattro. Una da cinque. Quello spazio vuoto che lo fissava come un'accusa. Il sudore gli aveva attaccato addosso la sottile maglietta di cotone bianco e gli irritava la pelle, nei punti in cui i morsi di Bea l'avevano resa più sensibile. Desiderava tremendamente il getto di acqua calda che lo aspettava al piano di sotto. Eppure, non riusciva a staccarsi da quel punto, come per una forma di autopunizione.
Il suo cuore prese a battere più veloce, mentre riportava il braccio sinistro attorno alle costole, come a proteggersi.
Il trillo acuto del cellulare lo colse tanto di sorpresa da farlo sussultare e, contemporaneamente, eccitato per l'idea che fosse una chiamata di Bea, che aveva bisogno di un passaggio una volta finito l'esame, le sue mani corsero alla tasca dei jeans, producendo uno strano effetto simile ad un rapido rimbalzo di tutta la sua persona. Afferrò il telefono e rispose prima ancora di darsi il tempo di guardare il display.
"Allora?" Chiese, senza altri preamboli, nel ricevitore.
"Allora o rimetti quel cazzo di campanello o rimani vicino alla porta quando chiami qualcuno a casa tua, coglione!" Gli rispose la voce seccata di Andrea. Dario chiuse gli occhi un attimo, stringendo le labbra. "Mi sto surgelando! Vieni ad aprirmi o vuoi solo farmi un filmato mentre crepo dal freddo?"
"Arrivo." Rispose, chiudendo la comunicazione. La giornata era davvero rigida e, sentendosi in colpa per aver perso il senso del tempo dopo averlo chiamato, scese di volata le scale, concedendosi appena il tempo di afferrare il maglione. Non lo indossò, concedendosi un minuto di sollievo dal caldo. Quando aprì la porta d'ingresso, l'amico entrò senza una parola, rivolgendogli uno sguardo di rimprovero, mentre si sfregava le mani cercando di restituirgli qualche calore. Non lo salutò nemmeno, dirigendosi di filato verso la cucina.
Dario lo seguì a lunghi passi strascicati, in attesa del resto delle sue lamentele. Sentiva di meritare i suoi rimproveri, in un certo senso. Dopotutto, era stato lui a chimarlo un paio di ore prima per chiedere il suo aiuto e, poi, completamente dimentico dello scorrere del tempo, l'aveva lasciato a bussare per chissà quanto tempo, prima di ricevere quella telefonata. Entrò nella stanza dove Andrea si stava sfilando la pesante giacca invernale e, senza dire una parola, si diresse ai fornelli.
"Malatesta, devi far riparare quel cazzo di campanello! È da malati di mente, vivere in una casa senza il campanello!" Dario scosse la testa in segno di diniego. A lui stava benissimo così. "Già, ma cosa te lo dico a fare? Tu sei matto, del resto." L'altro sospirò con aria di sopportazione e gli mostrò due confezioni di cartone colorato. In una era contenuto il preparato per la cioccolata calda, mtre l'altra era piena di bustine di tè. Andrea indicò distrattamente la confezione della cioccolata calda e Dario si girò per iniziare a prepararla, senza rendersi conto del modo in cui l'altro lo fissava. Andrea tacque di colpo e si avvicinò a passi cauti e silenziosi alle spalle dell'amico, osservando stranito le sue braccia, che spuntavano dalle maniche corte. Solo quando gli arrivò accanto, Dario si riscosse dai suoi pensieri e lo notò.
"Cazzo vuoi?" Gli domandò in tono colloquiale, continuando a rigirare il latte e il cacao nella pentola. Andrea aprì la bocca e la richiuse senza emettere suono, prima di indicargli, con un cenno della testa, i lividi bluastri attorno ai suoi polsi. Altri segni, profondi, rotondi e color rosso cupo, facevano capolino dalla parte interna di entrambi i bicipiti. Dario abbassò la testa e si sentì arrossire, senza per questo riuscire a fare a meno di sorridere.
"Sei vittima di violenze domestiche?" Gli chiese infine Andrea, sinceramente impressionato. L'altro iniziò a sogghignare apertamente, sempre con gli occhi fissi sul fornello.
"Dai, Vasirani, ti sarà capitato di fare del sesso un po' più allegro, in vita tua!" Gli rispose ridacchiando, mentre gli indicava lo sportello in cui avrebbe potuto trovare le tazze. Andrea le prese e le posò accanto al fornello acceso.
"Si, ma che cazzo! Quella è violenza, non allegria! Senti, ma sai che non l'avrei mai detto che la cuginetta ti lega? E tu glielo lasci fare?" Dario annuì leccando il cucchiaio.
"Le lascio fare quello che vuole, se poi lei lascia fare me. Si chiama reciprocità. È divertente."
"Ma non ti fa male? Insomma...guarda qua." Chiese Andrea additando il segno di un morso sulla parte interna del braccio, dove la pelle è più sottile. Solo a guardarlo gli metteva i brividi.
"E dai, Vasirani! È un morsichino, non mi ha mica frustato! Quanto sei..."
"Si, si, lo so, femmina, giusto?" Dario gli porse la tazza colma di cioccolta densa e fumante e lo precedette al tavolo, dove accese una sigaretta nell'attesa che la bevanda si raffreddasse. Detestava i cibi e i liquidi troppo caldi.
Andrea si sedette di fronte a lui sorbendo a piccoli sorsi bollenti il contenuto della tazza.
"Allora, se mi lasci il tempo di una doccia veloce, ci muoviamo. Vorrei aver finito prima che Bea mi chiami per recuperarla."
"Ah, non c'è problema. Dove dobbiamo andare, tanto per sapere?"
"In una concessionaria. Oggi ossicini prende la patente e mi mangio la tavola con tutte le sedie se ha il coraggio di guidare la mia macchina. Bisogna farle fare pratica."
"Cioè le compri una macchina? È questa l'idea?" Dario annuì sbuffando una nuvola di fumo azzurrino, poggiato all'indietro contro lo schienale della sedia. "E tu hai intenzione di andare a comprare una macchina così, come si compra una confezione di uova. Esci e le compri una macchina."
"Si, Vasirani, si, esco e le compro una macchina. Perché c'è qualche cerimoniale strano da seguire, di solito? Una danza propiziatoria, un sacrificio rituale, robe così? "
"No è che è un regalo un tantino...come dire, impegativo. Insomma, ne avete parlato?" Dario aggrottò le sopracciglia e gli scandì lentamente, come parlando ad un bambino molto piccolo.
"No. È una sorpresa. Se glielo dico prima, non è più una sorpresa."
"Si coglione, ho capito." Sillabò Andrea facendogli il verso. "Ma se poi lei non la vuole?"
"Cosa cazzo vuol dire, non la vuole? Certo che la vuole! Le serve, la macchina. Mica può sedersi sulla patente e fare 'brum brum', per andare a lavorare, no?"
"Senti, dico se magari finisce che tu gliene prendi una che a lei non piace, somaro!"
"Le piace! La scelgo io!" Replicò Dario con l'aria di tagliare la testa al toro. "E adesso, se hai finito di fare la vecchia, io vado a darmi una pulita. Rompicoglioni." Concluse poi spegnando con forza il mozzicone.
"La tua cioccolata." Gli ricordò Andrea. Dario la assaggiò appena e la trovò ancora troppo calda. Diede una rapida occhiata all'orologio sulla parete e trasalì, trovando che era molto più tardi di quanto si aspettava, quindi allungò il braccio ed il corpo verso il frigorifero e fece cadere un paio di cubetti di ghiaccio nella tazza piena, prendendo a mescolarne in fretta il contenuto. L'altro lo osservò con una smorfia di disgusto.
"Sei proprio una bestia!"
"Mm?" Chiese Dario ingoiando più in fretta che poteva la cioccolata, che ora aveva una temperatura accettabile.
"Il ghiaccio nella cioccolata calda! Animale!"
"Vecchietta!" Replicò l'altro finendo con due rapide cucchiaiate ciò che era rimasto sul fondo. Prima di uscire dalla stanza, prese ancora un cubetto di ghiaccio dal frigorifero e se lo cacciò in bocca, masticandolo mentre saliva al piano superiore. Andrea lo seguì a passi lenti, riflettendo, ed arrivò quando l'altro era già nel bagno.
"Senti, ma le scegli tutto tu, a lei? Cioè, voglio dire, cosa mangiate, l'arredamento di casa, la macchina...e poi cosa, i vestiti?" Chiese ironico attraverso la porta. Dario si stava spogliando. "Il taglio di capelli? Su quello niente da ridire?" Riusciva ad avvertire il sorriso nella voce di Andrea anche attraverso la porta chiusa e si domandò, inarcando un sopracciglio, se gli sarebbe venuto tanto da ridere anche sapendo come andavano sul serio le cose. Giusto quella mattina, quando si stava ancora siracchiando pigro nel letto mentre Bea, agitata per l'esame, già saltellava per la stanza cercando di vestirsi e lavarsi i denti contemporaneamente, le aveva chiesto di indossare la sua maglia preferita, quella rosso vivo, morbida al tatto, e lei l'aveva accontentato, come del resto faceva ogni volta. Si infilò sotto il getto d'acqua senza riuscire ad escludere del tutto il suono della voce dell'altro e si domandò, ascoltandolo senza capire una patola, se non tacesse davvero mai. Provava un interesse accademico per la faccenda, quasi una curiosità scientifica. Gli pareva impossibile che una persona potesse trascorrere tanto tempo di seguito parlando senza sosta. Uscì da sotto la doccia e ancora stava parlando.
"Tu ti rendi conto che non ho sentito una parola di quello che hai detto, vero, boccaccia?"
"Ti ho chiesto se anche lei passa il tempo a dire a te cosa devi fare."
"Io non dico a Bea cosa deve fare. Me ne guardo bene."
"Certo, come no. Le scegli la sua prima macchina dando scontato che impazzirà di gioia, senza neanche averle accennato al discorso..." Dario si passò le dita fra i capelli umidi, completando così la sua toeletta. Allacciò i pantaloni, i suoi preferiti, e si rese conto di aver dimenticato in camera la camicia. Sibilando una parolaccia, aprì la porta per andarla a prendere.
"Ecco, porca puttana, mi sono scordato un pezzo, mi rincretinisci, tutto il tempo con questo 'cicicicici' nell'orecchio, mi sembra di avere una cocorita sulla spalla, ti giuro!" Brontolò alla volta di Andrea mentre entrava nella stanza da letto per recuperare ciò che aveva scordato. Si affacciò nel corridoio allacciando la camicia. "Ma la fai mai riposare, quella voce?" Gli chiese aspro mentre abbottonava un polsino. Andrea lo fissava con uno sguardo inorridito.
"Sei sicuro che era sesso e non una violenza domestica?" Gli chiese, occhieggiando il suo torace. "Perché se è così devi avere un'idea di sesso molto diversa dalla mia." Dario scosse la testa disgustato, rifilandogli un'ochiataccia.
"Si, ad esempio io lo faccio con una donna. Per dirne una."
"Si vede. Sembra che ti abbia attaccato una mandria di squali."
"Un banco di squali. I pesci si muovono a banchi, non a mandrie, ignorantone. E comunque sei un melodrammatico, come al solito. Cazzo, c'è da chiedersi come reagisci quando ti tagli mentre ti fai la barba! Cosa fai? Testamento?"
"Il solito simpaticazzone, eh? A proposito, stai meglio così. Sembravi satana stinto, con il pizzetto."
"Il tuo umorismo mi colpisce sempre, Vasirani. Allo stomaco, ma mi colpisce." Chiosò Dario infilando la camicia nei pantaloni e completando il tutto con un golf chiaro.
"Dio, quanto sei carino! Dove andiamo, al country club?" Lo canzonò Andrea osservando il suo abbigliamento.
"Perché? Cosa c'è, rompipalle? Signore pietà, ti giuro, la mia ex moglie fatta e finita! Cosa c'è che non va, sentiamo."
"Che ti vesti come un manichino." Dario sporse le labbra, avviandosi verso la porta d'ingresso.
"Io mi vesto in un modo perfettamente adeguato alla mi persona, grazie mille." Lo rimbeccò freddamente, mentre prendeva le chiavi dell'auto.
"Si, sempre per il principio che siamo in pieno ottocento. Ma dai! Sei l'unica persona al mondo che abbottona il colletto! E poi, senti, usi l'amido! Si vede!" Uscirono dalla porta e si infilarono in macchina. Dario sinera chiuso in un silenzio cupo. "Insomma, dai, non hai mica sessant'anni, mettiti una maglia, un paio di jeans e via andare! E poi, detto fra noi, hai mai sentito parlare di una cosa chiamata cintura? Ti starebbe bene, sai?" Dario strinse il volante.
"Io non porto cinture." Andrea sbuffò.
"Cos'è, una specie di regola inventata? Le trovi troppo plebee?"
"No. Mi portano...diciamo sfortuna." Gli rispose l'altro a voce bassa. Istintivamente, la punta della sua lingua sfiorò la larga cicatrice che aveva sul labbro superiore, e ad Andrea tornò in mente ciò che aveva letto su di lui, quello che aveva scritto Beatrice del giorno in cui li avevano separati, di come lui si fosse procurato quella cicatrice. Ammutolì per qualche secondo.
"Scusa. Non ci avevo mai pensato." Dario annuì continuando a guardare la strada. "È stato davvero come ha scritto lei?" Un silenzio pesante calò nell'abitacolo. Solo quando si fermarono nel parcheggio del concessionario, Dario, spenta la macchina, parlò di nuovo. La sua voce suonava bassa e monocorde, stranamente indifferente.
"No. Bea...non so se non abbia capito o non sia riuscita a scrivere, ma è stato peggio. Perdeva sangue dalla testa e dall'angolo dell'occhio, dove le era arrivato il pugno di mio padre. Sanguinava dagli occhi. A me sono partite un paio di costole. Ti assicuro che non avevamo una gran voglia di fare i cretini, quando sono passati a parlare. Adesso, prima che scendiamo dalla macchina e riprendiamo a fare quello che dobbiamo fare, hai altre domande? Perché nel caso, sarebbe meglio che tu le facessi subito." Andrea decise di tacere. Era l'idea più sensata, soprattutto in considerazione dello sguardo fisso oltre il parabrezza e della voce cupa di Dario.
"Perché l'hanno fatto, lo sai?" Gli sfuggì prima di potersi fermare.
"Probabilmente per lo stesso motivo per cui tu storci il naso ogni volta che ci vedi darci un bacio. Perché per la logica comune, secondo convenzione, noi non dovremmo stare insieme, tanto meno amarci. E, di fronte alla convenzione, a quanto pare, le persone non valgono un cazzo. Altre domande, Vasirani?"
"No. Scusa. Sul serio, io...mi dispiace, Dario." Lo vide deglutire un paio di volte.
"Lo so, Andre. Tutto a posto. Andiamo, siamo in ritardo, abbiamo" diede una breve occhiata all'orologio "meno di trenta minuti per la scelta e giusto una ventina per il resto. Dovremo essere rapidi." Gli disse in tono secco. In tutto il tempo di quella conversazione, il suo viso era rimasto immobile, come congelato in un'espressione di annoiato distacco.
Andrea rimase in silenzio mentre scendevano dall'auto e si avviavano verso l'esposizione, Dario che lo precedeva di un passo con la schiena diritta e la testa alta, quasi arrogante nel modo di muoversi. Guardando la sua giacca scura, ripensava la senso di disagio che aveva sempre provato vedendoli scambiarsi quei piccoli gesti di affetto comuni a tutte le coppie. Non gli era mai passato per la testa che lui potesse averlo notato. Non ne aveva mai dato segno.
Nella mente di Andrea, le parole che aveva scritto Beatrice si andavano mescolando, colorendo, con ciò che aveva appreso dalla voce di Dario. Ripensò alla mano di lei sulla spalla dell'amico, al piccolo bacio che gli posava sulla tempia ogni volta che si chinava su di lui per porgergli qualcosa, ai muti scambi di sguardi che aveva tante volte colto fra loro, eloquenti come parole. Su tutto questo, continuavano a pesare come una cappa le parole dell'amico.
'Sanguinava dagli occhi.' Aveva detto, col tono atono e cupo con cui si potrebbe ricordare una brutta serata.

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