EPILOGO
Ho trovato questi fogli, fogli, non file, com'era logico che fosse, fra le cose di mia madre, qualche tempo fa. So per certo che mio padre non era a conoscenza della loro esistenza, perché erano malamente riposti, legati con vecchi elastici in due fasci raffazzonati, e questo lui non l'avrebbe sopportato.
È stato strano, per me, quasi inquietante, in certo qual modo, leggere la vita dei miei genitori, vederla così messa a nudo, perfino in quegli aspetti che nessuno, potendo, mostrerebbe mai ai suoi figli, ma ho voluto leggere ogni singola parola, ogni correzione a matita, come un atto di amore e rispetto nei loro confronti, come un riconoscimento della loro umanità, e posso dire di sentirmi profondamente soddisfatto di aver compiuto questo gesto. Li sento più vicini, oggi che scrivo queste righe, dopo aver finito di leggere l'ultima parola di quel testo, di quanto li abbia sentiti, forse, nel corso della mia vita intera.
Non è stato facile crescere come figlio del dottor Dario Malatesta. Raramente ho sentito vicino mio padre, raramente l'ho sentito partecipe delle mie conquiste e, vada a suo favore, altrettanto raramente ho avvertito disapprovazione di fronte ai miei fallimenti. Per anni, troppi, forse, mi sono domandato cosa lo inducesse ad uscire, chiuso in un silenzio che era impossibile intaccare, dalla stanza nel momento in cui si scaldavano gli animi. Per la mia vita intera, è stato con mia madre che ho litigato, discusso e combattuto, mentre lui si sottraeva, in quello che ai miei occhi altro non era che un vigliacco rifugio, rinchiudendosi per ore nel suo studio.
Ora capisco, ora che conosco la sua storia, che per tutti quegli anni è stato l'amore che aveva per me, il suo timore di poter trascendere in momenti di rabbia incontrollata, a portarlo dietro quella porta, che quella porta era destinata a proteggere me da lui e non lui dal fastidio delle mie rimostranze.
Mia madre è sempre stata una donna forte, focosa, facile al riso come al pianto, e mai ha dato segno, neppure il più impercettibile, di aver attraversato tutta la strada che ho letto. Non posso immaginarla a giacere sul letto, silenziosa, in questa casa dove ha finito per passare tutta la sua vita, né, tantomeno, nella grande casa solitaria e lustra dei nonni, bambina che scivolava senza farsi notare nell'ombra del cugino.
Per come l'ho conosciuta io, bene quanto un figlio può conoscere la madre, la sua indole polemica e la sua lingua tagliente non collimano affatto con l'immagine che esce da quegli scritti. Quanta sofferenza lei abbia avuto a patire in quegli anni, quanta solitudine, non lo riesco nemmeno ad immaginare.
Mi riesce molto più semplice immaginare mio padre, in quella situazione, mentre mi era completamente sconosciuta la parte violenta del suo carattere e di questo non ho da ringraziare altri che lui stesso.
L'unica spiegazione che riesco a dare di questo cambiamento è che, negli anni, le ferite inflitte ai loro animi durante la giovinezza abbiano finito per guarire, in qualche modo, ed ognuno abbia finito per riprendere le fila del proprio carattere originario: tranquillo, abitudinario e studioso mio padre e piena di fuoco, ciarliera ed espansiva mia madre.
Mio nonno deve essere riuscito ad esercitare una pressione straordinaria sul figlio, per provocare in lui cambiamenti tanto radicali e uno squilibrio che, nonostante tutto, lo ha accompagnato fino all'età avanzata.
Ho finito per conoscere molto bene Lucio Malatesta e sua moglie e non sono in grado di farmi un'idea del coraggio che sia occorso ai miei genitori per permettere loro di frequentarmi.
Non ricordo nulla di come accadde, ma fui io a riavvicinarli e la storia è diventata una di quelle storie di famiglia che si ripetono ad ogni pranzo, ad ogni cena, ad ogni riunione.
Pare che avessi nemmeno tre anni compiuti, quando il telefono di mio padre si mise a squillare con insistenza ad un'ora insolita del mattino. Mia madre racconta sempre che lo vide rispondere, ascoltare senza dire una parola e impallidire mentre lentamente si sedeva. Se non avesse avuto una sedia vicino, dice lei, sarebbe finito diritto sul pavimento.
"Devo uscire" disse a mia madre in tono concitato dopo aver chiuso la comunicazione "devo andare all'ospedale."
"Cosa succede? " chiese lei.
"È mio padre. Si è sentito male, un infarto." Mio padre fece per prendere le chiavi della macchina, ma mamma lo bloccò stringendogli il polso. Era visibilmente turbato e il viso gli si era imperlato di sudore.
"Tu non vai proprio da nessuna parte, messo così. Se vuoi vedere tuo padre, sta bene, ma guido io." Gli disse con il tono che usava quando non voleva essere contraddetta.
"E il piccolo?" Obiettò lui, indicando me, che a quanto pare giocavo tranquillo sul pavimento.
"Viene anche lui. Me lo tengo con me in sala d'attesa e quando hai finito ce ne torniamo a casa tutti insieme." Mia madre si era messa in testa che lui non sarebbe andato da solo e nulla al mondo avrebbe potuto fermarla; mio padre, che la conosceva abbastanza da sogghignare sotto i baffi quando lei lo definiva inesorabile, colse il succo della situazione e, senza replicare ulteriormente, iniziò a mettermi la giacca. Pare che io e lui fossimo molto uniti negli anni della mia prima infanzia, ricordo che per me è andato quasi perduto nel tumulto della mia adolescenza, ed io reagissi con entusiasmo all'idea di un giretto in macchina, ignorando la destinazione. Nel racconto di mia madre, lui non fece che incitarla ad accelerare e imprecare sulla sua guida eccessivamente prudente per l'intero tragitto e non fatico a crederlo, avendo assistito decine di volte a scene del tutto simili. Una volta che fummo a destinazione, io rimasi con mamma sulle sedie in corridoio e lui entrò nella stanza. Ho sentito una sola volta mio padre raccontare questo aneddoto, al termine di una lunga cena natalizia e con un bicchiere di troppo sulla coscienza che lo rendeva ben più loquace del solito. Stando alle sue parole, pare che entrasse pensando di trovare il nonno in fin di vita, per vederlo invece seduto al tavolino vicino alla finestra, l'asta della flebo accanto e un lungo tubo trasparente che gli sbucava dal dorso della mano, intento a ringhiare a bassa voce contro un'infermiera. La vista di mio padre, già vestito da lavoro, che si stagliava sulla soglia, doveva essere l'ultima cosa che si aspettava perché lo accolse con un:
"E te che cazzo ci fai, qui?" Mio padre respirò di sollievo e si sedette con fare indifferente all'altro capo del tavolo, lasciando all'esasperata infermiera il tempo di dileguarsi.
"Sono venuto a vedere cosa cazzo combini, vecchio. Cosa ti è venuto in mente?" Nonno Lucio grugnì.
"Ma cosa vuoi che ne sappia io, se non era per tua mamma non ci venivo neanche, qui. Ho un po' di affanno e si sono tutti agitati come un branco di galline."
"Ti è venuto un infarto, stronzo, è normale che la gente si agiti." Ripose duramente mio padre, allungandosi sulla sedia. Il nonno sorrise.
"Ti sei agitato anche tu, dì, grand'uomo?" Mio padre si strinse nelle spalle. Era un asso al gioco del silenzio e, come al solito, fu lui a vincere. "Che comunque se dovevo crepare ero già crepato."
"Quando ti sei sentito male, scusa?"
"Ieri sera." Mio padre strinse gli occhi esasperato.
"E si può sapere per quale motivo non hai chiamato un'ambulanza?" il nonno di dimenò a disagio.
"Non era il caso. Ero fuori casa."
"Papà!"
"Cosa vuoi?"
"Papà, alla tua età?"
"Oh, non sono mica ancora morto, eh? Capiamoci bene!" Mentre loro erano immersi in questo dialogo, mia madre non riusciva a tenermi tranquillo in corridoio. Avevo perso di vista mio padre ed ero animato dalla ferma intenzione di porre rimedio a questa incresciosa situazione. Quando lui alzò appena la voce, tanto da rendersi udibile fin fuori della porta, scappai dalle mani di mia madre e corsi nella stanza, arrampicandomi di prepotenza sulle sue gambe senza accorgermi dell'altra persona presente. Il nonno pare che mi osservasse a lungo prima di aprire bocca, mentre io mi beavo dell'abbraccio paterno.
"Allora è questo qui?" Mio padre non si prese nemmeno la briga di rispondere. Ad eccezione della forma del viso, ovale come quella di mia madre, e della consistenza riccia dei capelli, non ho preso nulla da lei e sembro, a tutt'oggi, in tutto e per tutto una copia di mio padre. Osservai a mia volta l'uomo seduto.
"Papà, chi è?" Chiesi a mio padre. Fu nonno Lucio a rispondermi.
"Io sono il papà del tuo papà." Mi disse. A quanto raccontano, mi voltai sconvolto verso mio padre, nemmeno mi avesse nascosto un qualche tipo di tradimento.
"Tu hai un papà?"
Questo l'aneddoto tramandato nelle storie di famiglia. Io conobbi mio nonno come un uomo rumoroso, un po' volgare e facile all'ira, ma incredibilmente generoso. I regali che mi ha fatto, nel corso degli anni, hanno spesso fatto infuriare entrambi i miei genitori ed hanno sempre deliziato e sorpreso me.
L'altro nonno, quello che sono in questi ultimi giorni ho scoperto non essere affatto mio nonno, Rodolfo, si è sempre tenuto ben in disparte, come una figura sullo sfondo, e non mi ha mai dedicato particolari attenzioni o premure. Dopo aver letto, mi domando se quello non fosse semplicemente il massimo che era in grado di fare. Non che la sua lingua tagliente ed il suo modo di fare mellifluo abbiano mai fatto nascere in me particolari curiosità; sapevo che era il padre di mia madre e che lei era decisamente più tranquilla quando lui non era presente e tanto mi bastava. Non ricordo di essermi mai seduto sulle sue ginocchia, né di aver mai giocato accanto a lui, come invece tante volte è successo con i genitori di mio padre. Nonno Dolfo, come si è sempre chiamato per me, non era altro che una saltuaria presenza che si palesava nelle occasioni in cui si riuniva l'intera famiglia, di solito semidisteso con fare languido alla portata degli orecchi della nonna.
Sono felice di poter dire, invece, che mio padre riuscì ad imbastire un qualche genere di rapporto con nonno Lucio, negli anni, e che li ricordo, quando ormai la vecchiaia aveva cambiato in un bianco argenteo i capelli paglierini del nonno, come buoni amici, quasi camerati. Conservo un ricordo confuso di me stesso che corro incontro ai nonni, una mattina di primavera, forse a pasqua, gridandogli 'Ciao, vecchio!' come mi aveva insegnato mio padre, nella ferma convinzione che gli avrebbe fatto un gran piacere sentirsi chiamare a quel modo.
La risata sguaiata di mio padre, che, quando scoppiava, era davvero contagiosa come scrive mia madre, ci raggiunse fino in strada e continuò tanto a lungo da lasciarlo senza fiato, sotto la granuola di insulti del nonno.
Quando rideva, mio padre sembrava dieci anni più giovane e incredibilmente diverso, il genere di persona in grado di fare festa per l'intera nottata ed organizzare scherzi complessi, piuttosto che il rigido studioso che era di norma. Avrei voluto poter essere suo amico, quando lo vedevo ridere a quel modo, ed accadeva piuttosto di frequente, ad onor del vero, mentre lo vidi piangere una volta soltanto.
Dovevo essere davvero molto piccolo, perché era prima mattina, ma non c'era alcun pensiero di scuola nella mia mente. Pensavo ai cartoni animati che Dora mi avrebbe lasciato guardare, se mi fossi comportato bene, mentre i miei genitori erano al lavoro ed avevo una certa fretta che se ne andassero, proprio per poter scappare in cucina ad implorarla di accendere il televisore. Andai a vedere cosa tratteneva papà, che di solito era la puntualità personificata, e lo colsi nel suo studio, la guardia abbassata, solo. Coi gomiti sul tavolo e la fronte appoggiata alla base dei palmi, piangeva quieto, in silenzio, lasciando che le sue lacrime gocciolassero fin sul sottomano color crema che gli aveva donato mia madre al suo ultimo compleanno. Non si accorse nemmeno del mio ingresso, tanto che quando parlai lo vidi sussultare bruscamente.
"Papà, perché piangi?" Gli chiesi senza giri di parole. Si umettò le labbra a disagio. Forse cercava di decidere cosa rispondermi.
"Perché è morta una persona che conoscevo." Mi rispose alla fine.
"E io la conoscevo?" Chiesi ancora, per nulla sconvolto. Non credo che la parola 'morte' avesse per me, a quell'epoca, un qualche significato. Lui scosse la testa.
"No, piccolo. Non l'hai mai vista."
"E come si chiama?"
"Si chiamava" mi corresse con gentilezza mentre si puliva la faccia "si chiamava Stella. Tanto tempo fa, prima che tu nascessi, eravamo...eravamo molto amici." Mi arrampicai sulle sue lunghe gambe ossute e mi sistemai contro di lui, cercando, a modo mio di consolarlo. Ricordo che ero un po' spaventato dalla vista di mio padre in lacrime.
"Perché è morta, papà?"
"Perchè si è addormentata in acqua ed è scivolata sotto. E sott'acqua non si può repirare." Mi spiegò lui con infinita pazienza. Annuii dubbioso. Non volevo fargli altre domande, ma mi chiedevo come diavolo facesse una persona ad addormentarsi dentro l'acqua. Mi sembrava una cosa incredibile, ma lo tenni per me.
Lo sentivo trarre conforto dalla mia presenza come spesso io lo traevo dalla sua e quella sensazione mi fece sentire felice, utile. Dopo pochi minuti, mi rimise a terra, facendo i scivolare dalle sue ginocchia, e mi mise le mani sulle spalle.
"Non glielo dire, alla mamma, che mi hai visto piangere, per favore. Tieni il segreto, Alle, vuoi?" Annuii, completamente dimentico dell'argomento della nostra discussione, sentendomi riempire di piacere alla fiducia che mi dimostrava condividendo un segreto con me. Se qualcosa pensavo della sua richiesta, devo aver creduto che non volesse far sapere a mia madre di aver pianto e non certo che il punto fosse il motivo di quelle lacrime. Mi gratificò di uno dei suoi rari sorrisi complici ed uscì dalla stanza, senza chiedermi di fare lo stesso. Lasciò la porta aperta, quel giorno, donandomi il permesso implicito di entrare ed uscire a mio piacimento, anche in sua assenza.
A ripensarci ora, rivedendo i miei ricordi alla luce di quanto ho appreso dagli scritti di mia madre, deve avermi amato con tutto se stesso e deve essere stato un duro colpo, per lui, qua do, una volta fatto il mio ingresso nell'adolescenza, iniziai come ogni ragazzino a diventare insofferente alla sua presenza ed ai suoi consigli.
Per molti anni, ho tentato in ogni modo di scatenare una sua reazione violenta, di indurlo a confrontarsi con me, in un modo o nell'altro, cosa che non accadde mai, senza per questo far sì che io demordessi.
Ero cresciuto con un uomo che non era in grado di sopportare nemmeno il più piccolo spostamento negli oggetti che lo circondavano e divenni, per reazione, orgogliosamente disordinato. L'avevo visto sempre perfettamente abbigliato, senza mai una piega, nemmeno sulle vecchie felpe che usava di preferenza quando giocherellava con le sue motociclette, ed iniziai ad andare in giro acconciato come un senzatetto, talmente scalcinato da indurre le famiglie di almeno un paio di miei conoscenti a chiedere loro di evitare di frequentarmi.
Era una ribellione da poco, ridicola perfino, che si fermava ai banchi di scuola, dove essere meno che inappuntabile mi avrebbe fatto incorrere nelle ben più temute ire di mia madre e nella rigorosa doccia quotidiana, cui non avrei rinunciato per nulla al mondo, salvo poi rivestirmi dei miei abiti stazzonati.
Non riuscii mai ad indurlo ad un urlo di rabbia, ad una mala parola nei miei confronti. Quando la discussione fra noi si faceva troppo accesa, alzava entrambi i palmi verso di me e, senza aggiungere una parola, quale che fosse la mia provocazione, andava a rinchiudersi nello studio, restandoci anche per ore intere. Era mia madre a decretare il cessate il fuoco: dopo aver calmato le miei ire furibonde, a volte con dolcezza ed altre con durezza, scendeva al piano terra ed entrava nello studio, dove li sentivo parlare a lungo. Ne usciva sempre insieme a lui ed ora sono consapevole che, finito di scontrarsi con me, andava ad assorbire su di sé tutta la rabbia che dovevo aver provocato in lui, per lasciarci liberi di parlare con calma, senza trascendere. Anche lei deve averci amati moltissimo, per ripetere questa sicuramente sgradevole trafila tutte quelle volte, senza mai levare un solo lamento.
Sono certo periodi della vita che noi tutti ricordiamo con un certo imbarazzo, ma c'è un motivo particolare per cui desidero soffermarmi su quegli anni, ed è che uno di quei plateali episodi di demenza adolescenziale finì per cambiare il corso stesso della mia vita.
Mia madre era fuori per un pomeriggio con le amiche, che nel suo caso significava passare qualche ora di relativa tranquillità perdendosi in chiacchiere con Elena, la moglie di zio Andrea, e Viola.
La casa avrebbe dovito essere tutta mia, perché mio padre era, come di rigore, impegnato in uno dei tour de force che caratterizzavano il suo lavoro a quell'epoca, quando io avevo quindici anni. Nulla avrebbe potuto rendermi più felice. La mia ragazza era nel bel mezzo di una profonda crisi di tristezza ed avevo un mezza idea di approfittare della scusa di consolarla per ottenere un tornaconto più carnale.
Ero felice comunque di vederla, la amavo molto, ma stavo attraversando una fase della mia vita che non mi concedeva di dimenticare la presenza del mio corpo nemmeno nei momenti più lirici.
Carlotta era seduta sul mio letto, quasi in lacrime, e stava tentando di ragguagliarmi sulla causa di tanta agitazione, quando, improvvisa ed imprevista, la voce di mio padre risuonò nell'ingresso di casa. Parlava a voce alta, convinto forse che fossi, come al solito, rintanato con le cuffie nel mio mondo personale. L'altra voce non tardò a farsi sentire: era Andrea Vasirani, il più caro dei suoi amici.
"Andre, ascolta, sono ragazzi, è normale che siano un po' matti. Tu pensa che ieri, dico, ieri Alle mi ha detto che gli sto sui coglioni e gli devo stare lontano." Si percepiva una sfumatura di astio in quelle parole che mi lasciò vergognoso. Il ricordo bruciante della mia ultima litigata a senso unico attraversò la stanza filtrando attraverso la porta.
"Ho capito, socio, ma la ragazzina ha esagerato. Insomma, le ho dato una bella notizia, hai presente? Bella. Tu dimmi chi cazzo può reagire facendosi venire una crisi isterica perché la portano in vacanza, spiegami." I passi cadenzati di mio padre, che avevano accompagnato tutto il dialogo, si fermarono di botto. Io e Carlotta ci scambiammo uno sguardo silenzioso. Era lo stesso argomento su cui avevo finito per gridare, il giorno precedente con mio padre.
"Aspetta, frena. Ha dato di matto perché andate in vacanza?"
"Si. E adesso ho controllato e non è a casa." Avvertii una nota di disperazione nella voce di Andrea. "E dove può..."
"Andre, ha iniziato a incazzarsi prima o dopo che le hai detto che quest'anno le vacanze le facciamo separati?" Era abitudine, da sempre, che le nostre famiglie andassero in vacanza insieme.
"Ma cosa c'entra, scusa?"
"Prima o dopo? Concentrati, spremi quel tuo cervellino."
"Dopo." Sospirò Andrea. "Adesso mi spieghi per quale motivo..." Fu rapido. Solo il tempo di sentire i passi sulle scale e la porta della mia stanza si spalancò di colpo. Mio padre mi guardò. Ci guardammo a lungo.
"Da quanto tempo va avanti questa storia?" Mi chiese con una calma irreale.
"Papà, non so di cosa parli." Chiuse gli occhi per un secondo.
"Ho chiesto: da quanto tempo?" Boccheggiai. Fu Carlottaa rispondere per me.
"Non lo sappiamo, zio. È sempre stato così." Vidi distintamente i peli sottilo delle sue braccia rizzarsi nel breve attimo che precedette l'arrivo di Andrea.
"Carlotta! Cosa fai qui? Che storia? Di che storia stiamo parlando?" Istintivamente mi portai davanti a lei, in un gesto di protezione antico come il mondo, e tutto fu chiaro. Andrea, la persona che avevo imparato a chiamare 'zio' fin da quando ero in grado di parlare, si imbestialì al punto da mettersi a gridare con quanta voce aveva in gola. "No! No, no, non se ne discute! Fuori da qui, tu! Fuori! E guai se ti rivedo...aspetta che lo sappia tua madre!" Stupendomi, mio padre si frappose fra noi e lui. Ci protesse, alzando i palmi aperti verso Andrea.
"Calmati, non fanno niente di male. È vero, che non fate niente di male?" Fummo svelti ad annuire.
"Non me ne frega un cazzo! Tuo figlio non la tocca, alla mia bambina!" Tuonò l'altro.
"Andre, calmati."
"No che non mi calmo! Non voglio che lo veda mai più, mi hai sentito? Carlotta, fuori da lì!" Mio padre scosse la mano in un gesto distratto, invitandola a restare, e si voltò di nuovo verso l'amico.
"Vasirani, datti una calmata. Sono due ragazzi e se si vogliono bene non c'è niente di male. Va bene? Capisco che per te è la tua bambina, ma stai sragionando, adesso." Andrea spalancò gli occhi.
"Lei non ci va, con tuo figlio, e basta!" La posizione di mio padre cambiò leggermente, da una posa conciliante ad una minaccia. Fu un qualcosa nel modo di tenere le spalle che nemmeno ora saprei definire, ma non di meno colsi.
"E cosa avrebbe mio figlio che non va, se è lecito sapere? Alessandro è un ottimo ragazzo. Migliore di molti altri." Perfino la sua voce era cambiata, dal tono calmo di poco prima ad uno pericolosamente lezioso.
"Non discuto sul ragazzo, Dario. L'ho visto nascere, lo sai, non ho niente contro di lui. Ma è figlio tuo."
"E quindi?"
"E quindi c'è il rischio che sia uscito come te, se proprio vuoi che te lo dica, va bene? Non si trasmette, per caso, quello che hai tu? E se un bel giorno gli dà di volta il cervello e lei è lì? Cosa facciamo?" Mio padre si irrigidì e impallidì. Avevo sempre saputo che doveva prendere delle medicine e che in passato era stato male. Sapevo che la sua malattia non era una malattia del corpo, ma non mi era mai passato per la mente che qualcuno potesse essere trattato a quel modo per il solo fatto di non essere sano e mi apparve una mostruosità, né più né meno che maltrattare qualcuno perché aveva il diabete, o la vitiligine, o che so io.
In quegli anni ero sempre arrabbiato, per un motivo o per l'altro. Spesso non mi sentivo altro che un sottile involucro che conteneva a stento una venefica mistura di rabbia e confuse pulsioni fisiche. In quel momento, avvertendo il silenzio di mio padre, vedendolo a quel modo, sentendo Carlotta singhiozzare piano al mio fianco, tutto quel furore si condensò in un unico flusso diretto ad Andrea. A passo deciso mi frapposi fra lui e mio padre come mio padre aveva fatto fra lui e me e lo guardai negli occhi. Mi mancava ancora qualche centimetro per essere alto come lui, ma veramente pochi.
"Mio padre sarà anche malato" dissi, contenendo a stento la voglia di urlargli in faccia "ma ci sono delle medicine per quello che ha lui. Per chi è tanto vigliacco da trattare così un amico e da dire certe cose a lui e non a me, me tre io sono qui, invece, non c'è rimedio." Sentivo il battito del cuore insinuarsi nella mia voce, rendendola tremula dove io l'avrei voluta ferma, e per attutirlo rallentai nel parlare, fin quasi a sillabare le parole. Andrea mi fissava attonito, senza ribattere. Probabilmente dovevo apparire tanto simile a mio padre al tempo in cui lui l'aveva conosciuto da ammutolirlo, ma, non sapendolo, presi il suo silenzio solo come un invito a continuare. "Adesso tu puoi anche portarla via, Carlotta. Ma se pensi che smettiamo di vederci, allora non hai capito niente. Posso aspettare anche degli anni, ma l'unica persona che può mandarmi via dalla Carlotta è la Carlotta, non tu. Lei." Fu a quel punto che me la ritrovai di fianco, senza sapere come.
"Almeno zio Dario lo sa, che non facciamo niente di male." Disse a suo padre con una voce infinitamente più calma della mia. "Alla fine è una persona migliore di te." Sentenziò sicura.
"Molto migliore. E mica solo di te, caro Andrea. Di un bel po' di gente, sano o mica sano. E io sono felice, se gli assomiglio, mi hai capito? Felice." Mio padre, alle mie spalle, grugnì quello che sembrava un assenso e poi ruppe la nostra formazione per uscire dalla stanza.
Furono le nostre madri, la mia e quella di Carlotta, a sistemare le cose ancora una volta e lo fecero con tanta perizia e tanta rapidità che di quell'episodio non rimase nemmeno un aneddoto da raccontare alle feste.
Non seppi mai come fecero, ma io e Carlotta continuammo a frequentarci, anche se con l'obbligo di tenere la porta aperta quando eravamo soli nella stanza. A dire il vero continuiamo tutt'ora: siamo sposati da quasi sei anni, ormai, e presto arriverà il nostro secondogenito.
Quella stessa sera, prima di dormire, andando in bagno al buio per non attirare le zanzare, sentii i miei genitori parlare a bassa voce nella loro stanza.
"Mi ha difeso, ti rendi conto? Mi si è piazzato davanti come facevi tu da ragazzini!" Diceva mio padre.
"Ti vuole bene, scemo di guerra."
"Mi sa di si. Allora non gli sto sui coglioni, no?"
"Direi di no, Darietto. Direi proprio di no."
Feci il possibile per non palesare la mia presenza. Era tanto evidente la gioia nella voce di mio padre e l'amore in quella di mia madre, che ebbi l'impressione di aver assistito a qualcosa di troppo intimo per poterne parlare mai.
Quando arrivai all'età adulta, i rapporti fra noi ritornarono a distendersi, come accade quasi sempre, in quasi tutte le famiglie.
Ho scelto una strada diversa dalla loro, finendo per lavorare nell'ambito dell'istruzione, ma ho sempre avuto il loro sostegno, nonostante le mie scelte non soddisfacessero a pieno le ambizioni di nessuno di loro due e di questo li ringrazio.
Amo il mio lavoro e, in più di un senso, sono stati loro a donarmelo. Non ho mai più avuto serie difficoltà con mio suocero, ma ho smesso molti anni fa di chiamarlo 'zio', al contrario di Elena con mio padre. Ora sono a mia volta un padre orgoglioso e un uomo tranquillo, anche se, alle volte, Carlotta mi rimprovera un'eccessiva pignoleria.
Mia madre, che ha serenamente trascorso la sua vita fra i libri ed ha acquistato una grande fama di cui si è sempre beatamente infischiata, ha conservato questi fogli per tanti anni che io credo fosse sua intenzione renderli un libro. Non penso che esista omaggio migliore per chi, come lei, ai libri ha dedicato la vita di cercare di realizzare questo suo desiderio.
Ora che Dario e Beatrice, amatissimi genitori, nonni affettuosi e anime innamorate non sono più fra noi, il mio gesto per ricordarli sarà fare si che viva la loro storia.
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