I pochi giorni che ancora passarono in ospedale furono scanditi dalle visite continue dei loro amici. Si presentarono a ripetizione, susseguendosi in un ordine che sembrava quasi stabilito da un ruolino di marcia, come se avessero deciso di far passare loro da soli meno tempo possibile.
Andrea, cui erano state consegnate, a suo tempo, le chiavi di casa perché potesse nutrire ed accudire Swiffer, passò una prima volta, quasi danzando sulle punte dei piedi per l'eccitazione, nella mano destra un enorme, incongruo mazzo di palloncini dorati su cui campeggiava a lettere dai colori vivaci il nome di loro figlio, per, come disse lui, 'assicurare all'erede che non l'avrebbero lasciato solo con quei due pazzi'. Si fermò a lungo di fronte alla piccola, spartana culla messa a disposizione dal nido. Osservava Alessandro, che pareva fissare il soffitto impegnato nell'arduo compito di far entrare le nocche del pugno in bocca, mentre Dario, silenzioso ed immobile come un'ombra, fissava lui.
La testa scura e ricciuta di Andrea si protendeva sul bambino, come se volesse memorizzarne ogni tratto, studiarne ogni dettaglio, mentre il capo di un biondo di oro sbiadito di Dario, gettato quasi all'indietro, ruotava lentamente passando il suo sguardo da un occhio all'altro. Beatrice li sorvegliava seduta sul letto, curiosa di vedere che esito avrebbe avuto quel duplice esame. Aveva tutta l'intenzione di lasciarli scornare fra loro, se si fosse rivelato necessario, senza intromettersi a meno che non venissero presi dal ghiribizzo di menare le mani. In quel lasso di poco più di ventiquattro ore, la sua opinione su Dario aveva subito un notevole mutamento e, per la prima volta da quando, ancora prima che entrambi imparassero a leggere, l'aveva accolto nel suo letto per consolarlo delle angosce della giornata, si ritrovava a vederlo forte della forza di una muraglia, inamovibile ed impervia agli attacchi.
Era come se d'un tratto si fosse svegliata da un lungo sogno e si trovasse accanto un uomo, al posto del bambinetto tutto ginocchia a ccanto a cui si era addormentata tanti anni prima. Nel profondo del suo cuore un animalesco senso di orgoglio andava gettando rigogliose radici. Avrebbe voluto vederlo, qualcuno con coraggio e stupidità sufficienti da sfidare il suo uomo. Vedere quello e poi sedersi tranquilla a godersi lo spettacolo che ne sarebbe seguito. Riguardò Dario, le braccia conserte sul petto e il mento puntuto che si protendeva come un rostro, e si sentì fiera di lui, del contegno che mostrava e dell'implacabile sorveglianza che tributava a loro figlio. Mentre lei formulava questi pensieri, Andrea alzò finalmente il capo. Un vago sorriso stupito lo faceva apparire ancor più giovane del solito.
"Allora, socio, sembra che una volta tanto tu abbia fatto qualcosa di fatto bene, eh?" Disse a Dario. "Ah, no, scusa, è vero, è stata la cuginetta a fare il lavoro. Tu qui hai solo dato il calcio di inizio." Lo canzonò poi. Si avvicinò a Beatrice per posarle la guancia contro la guancia, nell'imitazione formale di un bacio. Dario sciolse la sua immobilità e si portò vicino a loro con un paio di lunghi passi dinoccolati. Sorrideva per metà, come spesso gli accadeva quando era tranquillo, la metà della bocca segnata dalla cicatrice che restava più in basso dell'altra. Lo sfiorò appena sulla spalla, senza veramente toccarlo.
"Risposta corretta, faccia di cazzo. Una volta tanto, ne è uscito un lavoro fatto allo stato dell'arte."
Mentre loro si scambiavano battute sciocche a mezza via fra l'insulto e il complimento, Alessandro iniziò a protestare, avendo trovato che le nocche della mano destra non erano affatto di suo gradimento. Beatrice li lasciò dire e prese il bambino. Volse loro la schiena e lo accostò al suo petto, dopo aver scostato i lembi della casacca a scoprire il piccolo seno, che ora era rigonfio e turgido per la montata del latte. Il piccolo trovò il capezzolo dopo un paio di tentativi e iniziò a calmarsi, preso nel gravoso compito di nutrirsi.
Le sue mani minuscole, aperte come le più rosee stelle marine, affondavano nella pelle delicata del petto di Bea, come cercando senza requie qualcosa che non trovavano mai; Bea lo fissava, incapace di fare altro, in quei momenti, niente altro che non fosse il guardarlo con tanta attenzione da farsi bruciare gli occhi fino alle lacrime ed iniziare a percepire, lentamente ma chiaramente, il senso di legame nuovo che si adava creando fra loro. Non era più una pancia sporgente, quella, non era più una parte di lei, ma una persona, minuscola ed intatta e completa, di cui andava scoprendo, ad ogni giorno ed ogni ora, infinite caratteristiche. Si rese conto che Dario aveva accompagnato Andrea fuori della stanza solo quando riadagiò il bambino, sazio ed addormentato, nella sua culla.
Fu uno dei pochi momenti in cui Dario si allontanò da loro, quella sigaretta passata a chiacchierare con Andrea mezzo dentro e mezzo fuori da una delle numerose uscite dell'edificio.
Non riusciva a lasciarli, nemmeno per un minuto. Passò la prima notte accanto a Bea, dividendo il cuscino coi suoi ricciolo scuri che sembravano protendersi affamati verso il suo viso, il corpo in precario equilibrio sul sedile di legno impiallacciato della sedia riservata agli ospiti. La mattina dopo sentiva dolore in muscoli che aveva sxordato di avere da talmente tanto tempo da acxogliere le loro proteste con una sorta di affettuoso stupore, lo stesso che si riserva ad amici scomparsi da tempo, ma non gli importava. Non poteva lasciarli, non dopo la visita che avevano ricevuto alle prime luci della notte in cui era nato Alessandro. Se i loro genitori fossero tornati, pronti a deturpare l'equilibrio fragile che andava appena germogliando fra loro, sentiva che il suo posto sarebbe stato lì. Il personale sembrava intenerito dalla sua assidua presenza e nessuno gli chiese di andarsene durante la notte, ma, anche se l'avessero chiesto, non avrebbero ottenuto altro che un netto rifiuto. Nessuno sarebbe riuscito a mandarlo via, a meno di usare la violenza.
Beatrice gli appariva come assente, debole come un gattino appena nato, e sarebbe stato fin troppo facile, in un momento del genere, avere ragione del suo spirito, che di norma era fin troppo focoso, fino a farle male sul serio. Era perfino silenziosa, accadimento senza precedenti, nella memoria di Dario, a meno di non calcolare lo sfortunato periodo che era seguito all'incidente in moto dei suoi sedici anni.
Per quanto riguardava il piccolo, con quel termine lo pensava e non altri, non per nome, sempre e solo 'il piccolo ', per una qualche ragione che nemmeno si prese mai la briga di domandarsi, era dotato di fascino sufficiente a tenerlo avvinto per ore, assorto nell'unico compito di osservarlo. Iniziava a dimostrare, appena arrivato com'era, un certo carattere. Era molto determinato, ad esempio, e per nulla facile alla resa, notava Dario con lemozione di un etologo che studi una spece sconosciuta, e non piagnucolava tanto spesso quanto gli altri bambini del reparto. Passava invece una buona quantità del suo tempo ad esplorare, coi mezzi a sua disposizione, quel luogo che a lui doveva apparire alieno quanto la superficie di un altro mondo lo sarebbe apparsa ad un adulto qualsiasi. Le sue piccole dita erano quasi sempre chiuse a puno, ma questo non impediva alle sue mani di muoversi, toccare il viso, cercare la bocca, soffermarsi sulla mano di lui quando gliela posava addosso per il solo piaceredi sentire la vita di suo figlio scorrergli sotto il palmo: il respiro breve e profondo, la consistenza tenera, il lieve calore che emanava gli davano conforto.
Dopo la prima notte, le infermiere fecero apparire accanto al letto di Bea una sedia più comoda, con un alto schienale imbottito, e lui dormì meglio.
La seconda visita di Andrea, il giorno precedente il loro ritorno a casa, fu unoccasione di festa. Aveva trovato il tempo di dare un passaggio a Dora che, nonostante le sue migliori intenzioni, non era ancora riuscita a vedere Alessandro.
La donna entrò nella stanza con aria incerta, quasi timorosa. Un sorriso timido la riportava indietro con gli anni, dando un'idea della ragazza discreta e dolce che doveva essere stata. Entrambi si alzarono per andarle incontro, Bea accettando un aiuto di Dario per staccarsi dal letto. "Dodo, ciao." La salutò lei per prima.
"Signorina, Beatrice, scusa se non sono venuta prima. Non ho potuto." Bea scosse la testa.
"Nessun problema, Dodo. Non scusarti. Siamo felici di averti qui." Dario si sporse appena in avanti e le strinse dolcemente il braccio con la mano.
"Dora, ti vogliamo presentare una persona." Le disse serio e composto, come se si trattasse di un incontro ufficiale. Scoccò un breve sguardo a Bea, che annuì gratificandolo di un sorriso.
Dario si voltò rapido e si avvicinò alla culla. Alessandro giaceva ad occhi aperti, silenzioso, apparentemente cercando un buon modo per scalciare l'aria, senza ottenere grande successo. Lui lo prese fra le mani, tenendo i palmi accosti come a prendere un gattino, e lo posò con calma fra le braccia di Dora.
"Lui è Alessandro, Dora." Le disse solenne.
"È il nostro bambino." Chiosò Beatrice, a beneficio di eventuali dubbi che fossero sorti.
Dora parve esplorarlocon gli occhi. Le sue iridi marrone, calde come il colore dell'autunno, si posarono su ogni dettaglio della fisionomia del nuovo venuto. Mano a mano che il suo sguardo scendeva, passando dal capino implume agli occhi celesti, dal piccolo naso ancora ricagnato alla bocca piena e rosata, sembrava essere sempre più felice.
"Eri più piccolo di così, la prima volta che ti ho tenuto, Dario. Sembra anche più robusto di te. Quanto pesa?"
"Quasi quattro chili " Sospirò Bea. "L'ostetrica dice che è per questo che è arrivato prima. Al nido lo chiamano 'il vitellino'. Non che la cosa mi renda felice."
"Già." Commentò Dario pensoso. "In fondo, questo farebbe di te una vacca, giusto?" Gli pcchi di Dora, che si stavano riempiendo di commozione, si spostarono su di lui, improvvisamente carichi di riprovazione.
"Non ti permettere. Abbi rispetto per la madre di tuo figlio!" Dario sgranò gli occhi e tese i palmi.
"No, dicevo solo..."
"Dicevi troppo." Beatrice non fu in grado di reaistere oltre, presa fra l'espressione scandalozzata dell'una e quella di colpevole stupore dell'altro, e scoppiò a ridere, tanto forte da doversi appoggiare alla spalla di Dariocon una mano, mentre con l'altra si circondava, abbraciandosi come se temesse di spezzarsi in due. E davvero le sembrava che il suo intero corpo avesse perso coesione, che lo sforzo di spremersi fuori un'altra vita l'avesse resa inconsistente come l'acqua. Non si rese conto che era la prima, vera risata, la prima espressione di una qualsiasi emozione che le sfiorasse il viso dal momento in cui aveva capito che il momento era giunto e il bambino stava arrivando. Fu come lo spezzarsi di una diga e dopo il riso vennero le lacrime, e ci furono sussurri di comprensione, e le braccia forti di Dario atrorno a lei che la aiutacano a tornare sul letro, e le mani fresche di Dora che la accarezzarono sulla fronte e sui capelli, e in poco tempo si addormentò, il suo primo sonno profondo e senza sogni dall'arrivo di Alessandro, che la trascinò con sé evitandole la vergogna di dover giustificare il suo comportamentoda folle isterica, senza darle il tempo di far notare a Dario quello che era spicxato ai suoi occhi come un'incongruenza madronale, una macchia nera su di un lenzuolofresco di bucato: tutto quel bailamme, tutta quella agitazione e quella selva di sussurri e quell'onda di premire ed Andrea, solo e silenzioso, che si appoggiava al muro accanto allostipite della porta, premendoci la schiena sopra tanto forte che pareva volesse infiltrarsi nell'intonaco attraverso la vernicelucida industriale. Andrea che non disse una parola, limitandosi ad osservare tutto con grandi occhi cerchiati di scuro, senza l'ombra di un sorriso.
Per quanto quell'immagine le balzasse alla me te come prima cosa al suo risveglio, qualche ora più tardi, e per quanto si arrovellasse cercando di decidere se parlarne o meno a Dario, l'anomalia del comportamentodi Andrea non era passata inosservata.
Sempre al suo posto, e sentendosi stranamente consolato, rassicurato, dallo scoppio emotivo di Bea, Dario era preoccupato per l'amico e non mancò di cercarlo. Quando l'altro non rispose, provò con Elena e, quando nemmeno lei lo degnò di una parola, con Liliana. Quando nemmeno Liliana alzò il telefono, si consolò pensando che l'avrebbe visto il giorno successivo, al loro ritorno a casa.
Pensava a quel momento con un sensomdimgioia e di timore insieme. Nonnriusciva ad immaginare in che modo sarebbe cresciuto un bambino, una qualsiasi persona, nella loro casa. A cosa avrebbe giocato? E con chi? In che modo, con che occhi li avrebbe guardati,chiamndoli padre e madre?
Faticava a non associare quei nomi ai volti dei suoi genitori, ma gli unici ricordi che gli si presentavano agli occhi della mente sembravano essere quelli in cui loro eranoarrabbiati, o freddi, o ancora impegnati in qualche altra cosa. Sapeva per certo di essere stato coccolato e vezzeggiato fin quasi all'eccesso da sua madre, ma non riusciva a ricordare il suo viso in quei momenti, così come sapeva che suo padre doveva aver scherzato con lui, qualche volta, ma non ricordava il suo sorriso.
Con la testa addormentata di Bea sul petto, Dario espresse a mezza voce ed in frasi smozzicate alcuni di quei dubbi a Dora, che gli accarezzò a lungo il dorso della mano, prima di parlare.
"Ci vorrà ancora tanto tempo prima di queste cose, Dario. Tanto tempo, e lui vorrà solo le carezze, le smorfie ed essere pulito, asciutto e sazio. Hai tempo per imparare tutto. Come lui." La sua mano che lo accarezzava portò con sé ricordi migliori dell'epoca in cui arrivava a stento al tavolo: ricordi in cui era contento, in cui lo stesso gesto era stato fatto raccontando una storiella con la medeaima voce paziente e cantilenante che ora lo invitava a darsi tempo. Ricordava di aver ricevuto frutta di contrabbando nella cucina assolata e scapellotti che gli arruffavano i capello senza fargli alcun male, ma lasciandolo in uno stato di contrizione prossimo alle lacrime e, ancora, di come quelle stesse lacrime fossero state consolate in un abbraccio soffice che avvolgeva e cullava, cancellando ogni colpa. Si rese conto, con un velodi stupore, che nei suoi ricordi di bambino sembrava essere sempre estate, un'unica, eterna, gloriosa estate senza fine, e fu felice che suo figlio fosse nato in tempo per vedere l'ultimo palpito di quella stagione. Annuì a Dora.
"Ma se dovessi sbagliare...dico sbagliare seriamente, tu, per favore...per favore, Dora."
"Io te lo dico. E se tu non mi ascolti, allora ti picchio con lo strofinaccio." Dario abbozzò un sorriso stringendo al contempo Bea un po' più forte, facendosene scudo senza rendersene conto.
"Come se tu fossi mai riuscita a prendermi." La canzonò. Lei schioccò delicatamente la lingua.
"Tu invecchi, io faccio esperienza." Si sorrisero, nella quieta penombra.
Quando tornarono a casa, lo fecero, volutamente, senza darne l'avviso a nessuno. Preferivano entrambi vivere quel momento da soli, loro tre, come una sorta di cerimonia privata.
L'attimo di sospensione creato dall'ambiente estraneo spariva, lasciando spazio a quella che sarebbe stata la loro nuova normalità.
Dario avvertì gli amici di non pasarli a trovare mandando loro un messaggio dall'auto, quando erano già quasi a casa. Presero il seggiolino corredato di Alessandro dormiente dal sedile posteriore, salorono gli scalini e fecero in tempo ad estrarre le chiavi, prima che la porta sui aprisse loro in faccia. Andrea sbandierò davanti ai loro occhi il display del cellulare.
"Secondo voi noi comuni mortali non lo sappiamo, quanto tempo si rimane ricoverati per un parto? Siamo tutti una manica di cretini tranne voi?"
"Bello vederti, Vasirani. Parla piano, se svegli l'erede mi incazzo." Dario fece strada ed entrarono. Erano tutti lì, dal primo all'ultimo, nella casa ripulita e riordinata da cima a fondo dalle loro mani affettuose, con la dispensa e il frigorifero inzeppati fino al collaso, quasi che dovessere affrontare una carestia, e tutti con laria di avere in serbo almeno un'altra sorpresa.
Beatrice sospirò e scoccò a Dario un'occhiata in tralice. Lui si strinse appena nelle spalle, in un gesto di impotenza.
"Se avete finito la comunicazione telepatica, cuginetti, vi avremmo preparato una sorpresa. Un regalo per l'erede, qui."
"Tipo?" Andrea sbuffò.
"Di qua, simpaticazzone." Lo apostrofò iniziando a salire le scale. "Dato che vi eravate sprecati per la camera del bambino e lavevate allestita, oh, immagino con impegno, eh? Ma in stile foiba, abbiamo pensato di fare qualcosa. Sai, tanto per dargli una speranza di riuscire normale." Bea lo seguiva con un po' di fatica, ascoltando preoccupata il tono tagliente di Andrea. Le parole erano le stesse di sempre, certo, parole scherzosamente dure, ma il tono non aveva nulla di scherzoso.
"Andrea, cosa ti è successo?" Gli chiese. Lui la ignorò e pro cedette fino alla porta della stanza che era stata di Isabella. Avevano deciso di darla ad Alessandro, che era lunico a potersela godere senza ingombranti bagagli di ricordi da sistemare. Dario e Beatrice l'avevano sistemata tentado di essere semplici ed essenziali. Era tutta bianca, la stanza del loro bambino, quasi una replica dello studio del padre, e azzurri come il cielo i tessuti, di modo che, ad entrarvi, si aveva quasi la sensazione di essere inghiottiti da una nuvola. Quella su cui aprì la plrta Andrea era un'orgia di colori contrastanti, punteggiata dai visi allegri e perfino leggermente maniacali di gattini, cagnolini, orsetti e paperelle che decoravano le pareti dai colori differenti, il tutto sovrastato e sorvegliato dalla mole di un monumentale orso di peluches che, seduto solo, occupava per intero l'angolo formato da due muri. Qualcuno di mo,to paziente aveva colorato ogni singola sbarra del lettino originariamente candido con una diversa tonalità pastello.
Beatrice deglutì e fece un passo verso Dario, fermandosi a metà contro la sua spalla, dato che anche dario aveva fatto la stessa cosa. Si guardavano intorno smarriti, sentendosi a disagio sotto gli sguardi di tutte quelle bestiole sproporzionate ed antropoidi.
"Beme, vedo che apprezzate. La pittura bianca e il rullo per disfare il lavoro sono in garage, affari vostri." Dario si voltò lentamente ed inclinò la testa da un lato.
"Sul serio, Andre, cosa ti succede, si potrebbe sapere?"
"Niente mi succede, va bene? È solo che qui tutti si impegnano per vpi e voi, come al solito..."
"Dov'è Elena?" Gli chiese a tradimento Beatrice. Il colpo andò a segno e il viso di Andrea si scompose, mostrando lo smarrimento profondo, al limite del pianto, che si celava sotto la sua inusuale durezza.
"È a casa, non si sentiva bene." Rispose. Bea fece d'istinto un passo verso di lui.
"Oddio, niente di grave, spero?" Andrea esitò. Gli tremava appena il labbro inferiore, cime ad un bambino che stesse coraggiosamente trattenendo il pianto.
"No, grave no. È incinta." I suoi occhi cercarono quelli di Dario e in essi non c'era che una profonda paura. "Ti rendi conto? È incinta. E io che cazzo faccio, adesso?"
Dario teneva ancora in mano il seggiolino su cui dormiva il piccolo e a quella domanda si girò per posarlo al centro del lettino. Il suo viso era una maschera di serietà quasi pedante.
Si volse verso Andrea con le narici che palpitavano appena ed una rugafra le sopracciglia, con tutte le migliori intenzioni di essere d'aiuto, ma, quando aprì la bocca, lunica cosa che ne uscì, inarrestabile, incoercibile, fu una lunga risata gufesca, tanto forte da costringerlo a piegarsi in avanti, posando le mani sulle cosce.
Mentre le parolacce di Andrea volavano nell'aria satura di colori della stanza, mentre Alessandro vagiva infastidito del rumore, Beatrice finì per essere contagiata a sua volta dall'assurdità della situazione e mettersi a ridere anche lei, appoggiando la schiena al muro.
Di sotto gli ospiti chiedevano cosa stesse accadendo e le loro voci, insieme a quelle di Andrea ed Alessandro, creavano una cacofonia impossibile.
Bea e Dario, finalmente a casa, ridevano forte.
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