mercoledì 11 marzo 2015

59

"Allora? Dove sei? Non dirmi che sei ancora al lavoro!" Dario fece un lento, lungo sospiro. Aveva dell'incredibile quanto facile fosse stato ricascarci in pieno, tutti e due, lui nella parte del ragazzino da guidare e redarguire e lei nella parte dell'angelo custode. O dell'addestratore di cani, a seconda di come si guardava la faccenda.
"Ho quasi finito, Ste. Fra poco vado a casa." Il cellulare incastrato fra la spalla e l'orecchio gli forniva quel poco di compagnia che faceva la differenza, quando, come lui in qiel momento, ci sitrovava chiusi, soli, in un grosso edificio a scopo industriale. In certi posti,la solitudine pareva acquisire la capacità di spandersi come inchiostro nell'acqua.
"Beh, non dovevamo vederci, questa settimana?" La voce di Stella aveva assunto quel tono di calda attesa che conosceva bene, come se trattenesse a stento un sorriso.
"Si, hai ragione. Dovevamo. Ma la settimana non è ancora finita, mi pare e..."
"È giovedì, dottore. Quando pensavi di organizzarla, questa cosa?" Di nuovo quel sorriso nella sua voce. Dario sorrise a sua volta.
"Va bene, toccato, devo essermi perso il conto dei giorni. Contenta? Hai ragione tu."
"Come sempre." Dario sbuffò dal naso. Non aveva affatto perso il conto dei giorni, gli era semplicemente impossibile farlo, allo stesso modo in cui sapeva sempre più o meno che ore fossero. Il fatto era che non era affatto convinto che un incontro con Stella, loro due soli, fosse una buona idea in quel momento della sua vita, con tutto quello che stava succedendo, o, meglio, che non succedeva, con Bea e lei che aveva unilateralmente deciso, in modo plateale, che la loro parentesi di divorzio si stesse chiudendo. Gli dava l'idea di una tempesta di guai in rapida formazione, con tanta forza da far si che tentasse di scoraggiare ogni possibile realizzazione di quel particolare progetto. Ovviamente non poteva dirglielo, non ora che le aveva confidato tutta la faccenda, non quando l'aveva eletta, in buona sostanza, a sua unica compagnia. "Comunque me lo aspettavo, che ti fosse passato di mente, e ho posto rimedio." Lui agghiacciò. Quelle parole, di norma, per anni, avevano significato qualcosa di ben preciso.
"Posto rimedio?" Domandò incerto, sperando di sbagliare. Lei rise cristallina attraverso il ricevitore.
"Si, dottore. Sono qua fuori, proprio di fianco alla tua stupida macchina da villano rifatto." Dario chiuse gli occhi e si passò una mano sul viso. Era orribile quanto identiche le persone rimanessero a se stesse.
"Stella..." gemette nel microfono.
"Cosa? Cosa fai il muso, adesso? Hai fatto confusione e io ho messo le cose a posto, dovresti essere felice, no?"
"Stella."
"Su, Dario, piantala di fare il muso e vieni fuori. Non ho fatto tutta questa strada per sorbirmi le tue scene da spirito ribelle." La voce nel ricevitore lasciò trasparire punte acuminate sotto l'inflessione morbida e lui si ritrovò, una volta di più, a fare ciò che gli chiedeva, pur di non dover sentire altro.
"Arrivo. Chiudo e arrivo."
"Ecco. Così va bene, vedi?" La voce aveva riacquistato le sue soffici rotondità. "Dai, ti aspetto."
Non si rese conto della sottile ideaa di fretta che trapelava dai suoi gesti, mentre riponeva ogni cosa al suo posto e spegneva lo schermo del computer; ancor meno si accorse, proprio lui che fra tutte le cose detestava più di ogni altra il ciclico ripetersi dei vecchi schemi, come una condanna desinata a perpetuarsi in eterno, di come la sua fretta, il suo riordinare preciso e rapido, e l'espressione di urgenza sul suo viso ricalcassero con precisione micidiale ciò che aveva fatto, per anni, in risposta agli ordini di suo padre.
A chiederglielo accademicamente, a mente fredda, avrebbe probabilmente finito per dare ragione a Bea, quando diceva che si era scelto una replica della madre, forse anche arrivando ad ammettere a malincuore di aver voluto, inconsciamente, risarcire se stesso per il rifiuto che sua madre gli aveva opposto negli anni difficili durante i quali suo padre era in prigione.
Si sarebbe stupito, avrebbe protestato fino alla rabbia più accesa, invece, se qualcuno glo avesse fatto notare le molte analogie che esistevano, da sempre, fra il suo rapporto con Stella e quello che aveva avuto, per tutti gli anni della giovinezza, con suo padre.
Lui rimaneva, in entrambi i casi, la parte debole, da instradare e spronare, anche con una certa dose di coercizione, dove necessario perché, si sa, era un testardo incapace di capire cosa fosse necessario per il suo bene.
Stella non usava la violenza, con lui, non avrebbe potuto, ma era in grado di procurargli molto dolore, quando lo reputava opportuno, e sfruttava quella capacità senza porsi alcun problema etico, nella ferma convinzione che fosse suo preciso dovere mantenerlo sulla strada migliore per lui.
Ogni deviazione da quella strada, da quella dogmatica norma che splendeva adamantina nella sua mente e che ancora oggi, a distanza di tanti anni, lui non riusciva a decodificare, doveva essere immediatamente e senza meno stroncata. Nell'uno e nell'altro caso, il mezzo più agile e veloce per farlo era stato rapidamente individuato nel far leva sul suo eterno senso di inadeguatezza.
Dario sapeva di non valere nulla. Sapeva di essere una persona cattiva, nel profondo, per quanti sforzi avesse fatto per evitarlo. La sola consapevolezza di queste due caratteristiche lo rendevano, di per sé, malleabile alle aspettative altrui più di quanto volesse ammettere a se stesso.
Uscì dalla porta laterale che dava sul parcheggio, l'unica a rimanere praticabile a quell'ora.
Stella lo aspettava appoggiata alla sua macchina, il corpo snello avvolto in un cappotto dal tessuto morbido.
Lo vide arrivare e si staccò dall'auto con un movimento aggraziato del bacino, i lunghi capelli color caramello spinti indietro a scoprire la fronte.
Dario si sentì percorrere da un brivido leggero. Aveva un paio d'anni più di lui e ne dimostrava almeno cinque in meno. Si rese conto di non poter fare a meno di trovarla bella.
Stella gli sorrise e lo abbracciò, come fosse la cosa più naturale del mondo, come se tutto ciò che era accaduto negli ultimi cinque anni non fosse stata che una insignificante seccatura.
Alzò il viso e premette le labbra su quelle di lui.
Dario si ritrasse di scatto, come se si fosse ferito.
"Stella! Ma tu non mi ascolti proprio, quando parlo? Ti ho detto..."
"Piantala, adesso. Non ti ho fatto niente, alla fine."
"Ma tu non avevi un...compagno, moroso, come vuoi chiamarlo?"
"Si." Rispose lei riavvicinandosi lentamente.
"E questo genere di 'niente' non lo farebbe un tantino, che so, incazzare, magari?" Le braccia di lei gli avvolsero il collo, gentili, sapienti, con la precisa consapevolezza di dove andare e di come arrivarci.
"Mm." Rispose lei, senza compromettersi.
"Ste, dai, per favore..." Dario si rese conto che la sua voce stava assumendo un tono piagnucoloso e si detestò. Avrebbe dovuto imporsi, invece. Sapeva benissimo cosa voleva e a lui non stava bene affatto. Non aveva intenzione di lasciare che la sua vita si complicasse ulteriormente. Quindi, suo malgrado, nonostante detestasse il modo in cui reagiva Stella quando veniva contrariata e nonostante il conforto he ricavava dal parlare con lei, avrebbe dovuto mettere in chiaro le cose, senza cedere di un millimetro.
Mentre la sua mente era impegnata nel riflettere su tutto questo e nell'organizzazione di un discorso coerente, il suo corpo lo tradì. Stella era lieve, contro di lui, l'odore familiare dei suoi capelli pareva avere l'effetto di far dimenticare a tutto ciò che possedeva sotto il collo gli anni trascorsi, e, sopra ogni altra cosa, Stella era presente, uguale a se stessa, calda e rassicurante, una presenza solida che, prima da molte settimane, condivideva il suo stesso spazio vitale.
Le labbra di lei cercarono una volta ancora le sue e vi si premettero contro. Fu un bacio casto, ma denso di promesse almeno quanto lo sguardo che lo seguì.
"Mi sei mancato."
"Hai detto che ti facevo pena." Replicò lui. Il suo cervello gli gridò di piantarla, che quello non era affatto il piano originario, che non era quello che avrebbe dovuto dire, ma, prima che potesse correggersi, Stella rispose.
"Volevo solo farti star male come avevi fatto tu con me. Non molto maturo, lo ammetto, ma lo sai che certe volte..." si strinse nelle spalle, come a dire 'a volte le cose vanno così e basta' e lui non poté fare a meno di capirla. Ferire qualcuno per semplice reazione al dolore era qualcosa che comprendeva molto bene. Si strinse nelle spalle a sua volta.
"Stella, senti, non va bene, così." Le disse poi, attenendosi finalmente al piano originario. La sua voce non suonò ferma ed autorevole quanto avrebbe voluto, ma lo giudicò comunque un buon inizio. Lei si allontanò di un passo.
"Per via di tua cugina?"
"Mia moglie, Ste. Bea è mia moglie, lo sai."
"Tua moglie quella incinta di non si sa chi?" Domandò ancora lei con aria ostentatamente indifferente, come chiedendo delucidazioni. Fu come ricevere una sferzata sulla pelle nuda e Dario strinse le labbra in un inconsapevole smorfia di dolore.
"Proprio lei." Sospirò poi. "E poi lo sai che fra noi due..." si passò i palmi sul viso. Si sentiva stanco, terribilmente stanco e vuoto, secco, come un ramoscello vittima di una gelata tardiva, pronto a spezzarsi da un attimo all'altro. Stella si avvicinò di nuovo e gli scostò le mani, premendogli le dita fredde contro le tempie.
"Dario, ascolta, lo vedi che così non va? Mi manchi. E anche io ti manco, altrimenti tutta questa storia non saresti venuto a raccontarla a me."
"Stella..." lei dissentì, zittendolo.
"Lasciami parlare. Lo sai, che ho ragione. Lo vedi anche da solo che in questa maniera non stai bene. Hai passato un momento di crisi, forse, chi lo sa, dovevi chiudere quella storia. Si vede che ti era rimasta in sospeso, dentro. Ma lo vedi, te ne accorgi, che non funziona, nella vita vera. Si cresce, Dario, si cambia, e ad un certo punto i sogni di quando eravamo ragazzini bisogna metterli da parte. Io ho tentato di dirtelo."
"Stella, basta." Le prese i polsi con delicatezza e allontanò le sue mani, rinunciando al sollievo che la loro frescura portava alla sua fronte calda.
Le sue parole, come ogni volta, suonavano talmente ragionevoli, convincenti, che era una gran fatica continuare a pensare mentre gli parlava. Aveva il dono della persuasione, Stella, niente da ridire.
Lei si allontanò, docile, restituendogli il suo spazio, ma non pareva avere intenzione di arrendersi.
Non per la prima volta, Dario si chiese cosa mai trovasse di tanto interessante, in lui, da spingerla a questi comportamenti.
"Si può sapere perché ci tieni tanto, tu?" Le domandò finalmente, dando voce ad anni di dubbio. "Stai bene, no? Te ne sei trovata uno meglio di me. Ti sei ripresa. E allora perché tutta questa sceneggiata?" Sapeva come avrebbe risposto Bea a quella domanda e temeva di sentire la stessa risposta dalla bocca di Stella. In quel preciso istante, si sentiva vacillare al punto che una semplice dichiarazione di amore avrebbe potuto condizionare ogni sua risoluzione. Non vedeva, del resto, nessun altro motivo al mondo che giustificasse un tale attaccamento.
"Perché tu sei mio, Dario." Gli rispose invece lei. "Nel bene e nel male, è mio, che sei. Sono io che ti ho preso quando eri ridotto a uno straccio, io che ti ho rimesso in piedi. Tutto quello che sei adesso ha dentro un po' di me, dal modo di parlare, te lo ricordi come parlavi, prima, con quella cadenza da contadino? Fino alla maniera in cui ti vesti. Guardati." Accennò alla sua figura coi palmi all'infuori, come ad indicarlo ad un pubblico invisibile. "Ti scegli ancora le stesse cose che ti consigliavo io. Le hai addosso anche adesso. Vorrà pur dire qualcosa, no? Alla fine, neanche tu hai mai voluto lasciar perdere quello he ti avevo dato io. È un po' come se ti fossi sempre vicino. Non c'è nessun altro, al mondo, a cui ho dato tanto di me." Era evidente, dalla sua espressione, dal tono in cui pronunciava quelle parole, che per lei avevano un significato colmo di profonda dolcezza, ma Dario, sentendole, ascoltandole, inorridì fin dal profondo.
Lo considerava una sua creatura, una sorta di progetto ben riuscito, su cui aveva dato l'anima. Senza poterlo evitare, e sentendosi orribile mentre lo faceva, paragonò mentalmente ciò che aveva appena udito alle infinite volte in cui Bea, prima di quell'orrore che stavano vivendo, l'aveva abbracciato, accolto, riuscendo ad amare ogni particolare del suo essere, anche quando perfino lui non poteva negare di diventare fastidioso o umorale, senza mai giudicarlo.
Annuì lentamente verso Stella, che si aprì in un caldo sorriso.
"Grazie della sincerità." Le disse.
"Non è che devi decidere adesso, Dario. Parliamone, prendiamoci i nostri tempi. Possiamo parlarne a cena, se ti va." Dario annuì di nuovo, prima di parlare.
"No, Stella." Lei si bloccò, sconcertata dalla contraddizione che la sua risposta generava in contrasto con il suo annuire convinto. "No. Grazie, grazie infinite per tutto quello che hai fatto per me, ma no, grazie. Non voglio. Non era con Bea che dovevo chiudere una faccenda in sospeso, si vede. Era con te."
"Ho detto qualcosa che..." quella volta fu lui ad interromperla, alzando la mano come un viglie che fermi il traffico.
"No. Quello che hai detto è vero, dalla prima all'ultima parola, da cima a fondo. E io non voglio. Non è quello, che voglio."
"Allora cos'è, che vuoi?" Gli chiese lei. La sua voce cominciava ad incrinarsi di pianto. Dario sentì qualcosa stringersi appena sopra lo stomaco. Detestava vederla piangere. Ogni volta, sapeva di esserne lui la causa ed, ogni volta, desiderava solo rimediare. Quella volta, però, decise di non fermarsi.
Si sentiva come se si fosse appena svegliato da un sonno troppo lungo e troppo profondo, che gli aveva fatto perdere un appuntamento importante, e sentiva di dover andare fino in fondo, prima di scivolare di nuovo nel torpore.
"Voglio essere me. Nient'altro. Poi, come andrà a finire, non lo so. Ma so che non posso essere me, di fianco a te. Non è colpa tua, sai? È una questione diversa, come un campo magnetico. Fatto sta che non voglio stare con te. Mi dispiace."
Pronunciò in fretta le ultime parole di scusa e, sentendosi un vigliacco, le diede appena una lieve stretta sul braccio prima di infilarsi in auto.
La vide rimpicciolire nello specchietto retrovisore, come se la sua immagine fosse destinata a non sparire mai dalla sua mente.

Stella rimase ferma, nel freddo che penetrava sempre più a fondo, come i denti aguzzi di una bestiola aggressiva e testarda, attraverso i vestiti troppo leggeri che indossava.
La rabbia, la frustrazione e l'umiliazione che le crescevano dentro non trovavano altro sfogo che i singhiozzi nervosi e profondi che la scuotevano regolari.
Avrebbe voluto chiamarlo, costringerlo a fermarsi, costringerlo a starla a sentire.
Avrebbe voluto coprirlo di insulti, scavargli la faccia ad unghiate, fargli male, vederlo soffrire.
Un suono gutturale di stizza le scaturì dalla gola, senza che potesse fermarlo, e si rese conto dell'assurdità della situazione.
Era in piedi, sola, vestita per una serata speciale, nel parcheggio vuoto di una zona industriale deserta, ad ora di cena, a piangere di stizza tremando come una foglia.
Entrò in auto sbattendo forte lo sportello e proruppe in un'esclamazione decisamente poco signorile nell'accorgersi di aver chiuso un lembo del cappotto fra l'auto e la portiera.
Mentre liberava la stoffa, ricordò le risate e le prese in giro di Dario, immancabili in quei momenti in cui perdeva il controllo e proferiva qualche brutta parola.
Per un attimo, le sembrò quasi di sentirlo ridere, di quella sua risata gufesca, e un sorriso involontario le distese il viso.
Posò le mani sul volante e respirò a fondo. Voleva ancora chiamarlo, ma sapeva che non avrebbe ottenuto risposta, non appena dopo una scena come quella che avevano appena vissuto; non poteva nemmeno andare a casa sua, a casa loro, si corresse, perché la sua dignità personale glielo impediva. Non avrebbe rincorso un uomo quando aveva la possibilità di scegliere chi più le aggradava al suo fianco e, in particolare, non avrebbe rincorso quell'uomo dopo tutto ciò che le aveva fatto.
'Dovrei odiarlo, quel cretino' pensò, con tanta forza da arrossire in viso 'ma questa gliela faccio pagare. Non la passa liscia, neanche se...'
Il suo pensiero si spense, come perdendo forza.
Di norma Stella era una persona lineare, limpida, con tali e tanti ancoraggi alla solida realtà da non patire nemmeno gli effetti di eventuali conflitti interiori. A volte era indecisa, come accade a chiunque, ma nulla di più,  e le bastava qualche tempo di serena riflessione per prendere le decisioni necessarie, che quasi mai necessitavano di ulteriori revisioni. Nonostante ciò, in quel momento si sentì premere da due pensieri opposti, entrambi di ugual forza e ostinazione. Li sentì cozzare l'uno contro l'altro nella sua mente, causandole uno stravagante senso di estraniazione, come se la sua coscienza fosse ridotta ad una spettatrice impotente, che non poteva far altro che attendere l'esito di quel corpo a corpo, senza la possibilità di intervenire o scegliere quale dei due combattenti appoggiare.
Si domandò se, alla fine, Dario non fosse riuscito, con quell'ultimo atto di assoluto disprezzo per i suoi sentimenti, a renderla uguale a lui, squilibrata come lui.
Fu questione di un momento, appena il tempo per formulare con raccapriccio quel pensiero, prima che la sua mente decidesse di aver risolto il cruccio e tutto tornasse alle abituali prospettive.
Qualcosa, però, era cambiato nel suo modo di vedere l'accaduto: la rabbia, lo sdegno che aveva provato, erano evaporati, come se non fossero mai esistiti.
D'improvviso sapeva, sentiva, fin nel profondo, che fra lei e Dario si era spezzato ogni legame.
Non sapeva se si potesse dire che quella sera era stata di nuovo lasciata da lui, ma sapeva di averlo appena lasciato lei, e per sempre. Quel suo gesto, la sua fuga infantile, e le parole che le aveva rivolto avevano travalicato un limite interiore che nemmeno sapeva di possedere.
Battendo le palpebre confusa, prese dalla borsetta il cellulare, come aveva meditato di fare per chiamarlo, e richiamò il suo numero sul display.
Lo fissò per un attimo, richiamando alla mente il ragazzo che era stato ai tempi in cui si erano conosciuti, quell'ombroso tutt'ossa che aveva dovuto ripescare più di una volta dal pavimento dei più svariati luoghi che frequentava, non esclusa casa sua.
Ricordò il giorno in cui lui le aveva dichiarato, senza il coraggio di guardarla negli occhi, tutto il suo amore e i mesi che erano seguiti, quelli in cui si era sentita insieme lusingata ed esasperata dal suo continuo seguirla ovunque, passo passo, come un cucciolo segue la madre.
Le passarono per la mente tutte le volte, una per una, in cui il buio l'aveva avvolto, dentro e fuori, un buio che pareva volesse divorarlo vivo, e i suoi sforzi per tenerlo accanto a lei, alla luce, lontano da quel pericolo.
Ripensò ad ogni gesto tenero, amorevole o anche solo gentile che la sua memoria riuscisse a scovare, ogni bazzecola romantica, o dolce, o sciocca che tutti gli anni passati con Dario avevano portato con sé.
Poi, senza più esitare, cancellò il suo numero dal telefono, avviò l'auto e partì.
Mentre guidava, la strada che si srotolava alle sue spalle portandola lontano dalla squallida zona di edifici industriali verso la tangenziale, accese la musica.
Si sentiva come se un grosso peso, una cappa spessa ed opprimente, le stesse scivolando via dalle spalle, un peso che portava da tanto tempo che nemmeno ne era più consapevole.
Aveva detto a Dario 'sei mio' e aveva tentato di spiegargli cosa significasse per lei, ma, una volta di più, sentiva di non essere stata compresa e quello rimaneva il suo unico rimpianto.
Avrebbe voluto fargli sapere come, dal giorno stesso in cui gli aveva parlato per la prima volta, si sentisse in qualche modo responsabile di lui, delle sue scelte e del suo benessere.
Come si fosse sentita sempre in dovere di mostrarsi sicura ai suoi occhi, perché ogni esitazione avrebbe potuto destabilizzare il suo già fragile equilibrio, come spesso si fosse sentita disperatamente sola al suo fianco, mentre lui sprofondava in circoli di pensiero che lo ferivano e da cui non poteva salvarlo, come avesse patito il desiderio di avere qualcuno di cui prendersi cura che la amasse e la mettesse al centro del mondo per i suoi gesti di incondizionato amore e, non trovandolo in lui, avesse desiderato sopra ogni altra cosa un figlio, che non aveva mai saputo darle.
Ora tutto questo, tutta questa commistione di responsabilità e frustrazioni, non la riguardava più.
Dario aveva fatto la sua scelta e l'aveva fatta per l'ultima volta. Per qualche motivo che Stella non voleva indagare, né tanto meno contrastare, la sua coscienza aveva deciso che aveva fatto tutto il possibile, che era in pari, che si era riguadagnata la sua libertà.
Accelerò ancora un poco, godendosi quella sensazione di assoluzione totale, che la pervadeva come un vino leggero e frizzante, facendola sentire ringiovanita di colpo.
Era finita e lei stessa provava un ilare stupore nel constatare che la risposta istintiva del suo cuore a questa considerazione consisteva in un 'finalmente' e non in un 'purtroppo'.
Presa da un'improvvisa ispirazione, decise di non svoltare per lo svincolo che l'avrebbe condotta a casa e proseguì invece verso l'autostrada.
Quello che Dario aveva chiamato il suo moroso abitava vicino al mare.
Gli avrebbe fatto una sorpresa e la mattina successiva avrebbero potuto guardare insieme il sole sorgere dall'acqua.
Era da qualche mese, ormai, che lui le chiedeva di andare a vivere insieme e, adesso che quella faccenda era stata chiusa, le pareva un'idea su cui riflettere seriamente.
Dopotutto, a lei era sempre piaciuto da pazzi, il mare.

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